3528: il decreto della vergogna
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Thursday February 09, 2006 19:41
by Gabriele Proglio - Collettivo Mondodisotto
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C'era una volta la legge Mancino. C'era la favola di un provvedimento che avrebbe dovuto arginare il razzismo e il neofascismo. Era una favola. La realtà è diversa. Principalmente la legge 205 del '93 è stata utilizzata negli stati, nelle curve. Ma mai con tenacia e forza.
3528: il decreto della vergogna
Dopo il giorno della memoria dove gli omini neri, azzurri, con scudo crociato e sini-stronzi hanno istituzionalizzato il revisionismo storico e l'ambiguità politica, si ritorna al lavoro. In un paese sempre più in crisi, sempre meno consapevole, sempre più assente. I giovani, le nuove generazioni, il sistema educativo; no, non sono il fulcro del problema. Non è neppure la trasmissione della memoria. Certo, senza memoria non c'è futuro, ma il futuro è qui, è oggi e come dicono i 99 posse comincia adesso. Bisognerebbe aggiungere senza lotta non c'è presente.
L'anziana signora che mette ordine in cantina può facilmente confondere le pagine di politica interna dello stesso giornale. Se poi queste sono di governi differenti allora la questione non riguarda solo più l'ingiallire della carta. Si tratta sia di forma che di sostanza. I programmi sono gli stessi, tutti neoliberisti. Guerra, immigrazione, lavoro e poi ancora scuola, pensioni, finanziarie e tanto altro. Molto di cui legato ad interessi almeno particolari se non privati.
Mentre l'Italia dei consensi e dei televoti è incollata alle sit-com genere Porta a Porta, dove i politici cercano ansiosamente la rissa per fare odience, la situazione del paese sprofonda. Lo dicono i dati dei diversi istituti (come l'Istat), i proletari (costretti all'interinale a vita) e soprattutto i portafogli vuoti già alla terza settimana. E mentre l'Europa entra in Italia con i manganelli alzati (non solo in senso figurato; la costituzione del corpo di polizia è attualità) la domanda prima di andare a dormire è sempre la stessa; come si fa ad andare avanti in questa situazione? Poi un altro giorno: come da copione.
Prima fu la Lega Nord e l'orgoglio padano. Se non c'era lavoro in Italia la colpa era degli immigrati, dei moru che rubavano i posti. Poi la Turco Napolitano che poneva le basi per diversità tra gli uomini in base alla provenienza. Il fine veniva ben rappresentato dai Cpt; rendere schiavi. Poi le i proclami razzisti di Borghezio contro le pantegane islamiche. Poi la Bossi-Fini e l'atto finale del processo iniziato dai Ds; l'illegalità della persona.
C'era una volta la legge Mancino. C'era la favola di un provvedimento che avrebbe dovuto arginare il razzismo e il neofascismo. Era una favola. La realtà è diversa. Principalmente la legge 205 del '93 è stata utilizzata negli stati, nelle curve. Ma mai con tenacia e forza. Più una questione di forma, di facciata. Certo è che striscioni troppo grossi e vistosi, o situazioni di scontro hanno obbligato il governo ad usare la parte democraticamente fascista; quella della repressione del razzismo manifesto e dell'alimentazione di quello sotterraneo.
Come nel caso dello striscione "Lazio Livorno stessa lettera stesso forno" apparso all'Olimpico nella scorsa giornata di campionato. Certo è che le tifoserie ultras sono stato terreno di sviluppo della destra radicale in Italia. Anche grazie all'atteggiamento consenziente delle polizie. La deriva è a destra e sull'ala apolitica. Comunque a destra. Anche se in alcuni casi i numeri degli stadi diventano i numeri della piazza, è certamente improbabile (per ora) lo spostamento di queste forze sull'azione nei quartieri e nel contesto sociale.
C'era una volta la legge Mancino. Oggi, in parte, non più. Mentre l'Italia è nel caos preelettorale il governo Berlusconi su richiesta del segretario nazionale di Forza Nuova Roberto Fiore - si permette di far passare, a luci spente, la legge sui reati d'opinione. Lo scorso 25 gennaio è stata approvato il ddl 3538. Ecco cosa stabilisce: " ha apportato una modifica sostanziale al cd. Decreto Mancino, riducendo sia le ipotesi di punibilità dei reati in materia di discriminazione razziale, etnica, nazionale e religiosa, sia mitigando le severe pene, precedentemente previste".
Inoltre non sarà più sanzionata la diffusione delle idee ma la propaganda (è ovvio che la sottile differenza avrà come effetto l'incremento e non il blocco). Non sarà più reato l'incitamento a compiere atti violenti per motivi razziali, religiosi, etnici. Se si dice "gli arabi sono tutti da ammazzare" non è reato, se invece si pone il pensiero affermando "ammazzate gli arabi" dovrebbe essere reato. Siamo quasi al livello delle leggi fascistissime del ventennio.
Come se non bastasse oggi il razzista è legittimato dalla legge. Non che prima non fosse così (vedi Lega Nord), ma non è più soggetto a ritorsioni legali colui che sostiene la diversità delle razze. Solo chi lega la superiorità razziale all'incitamento a compiere atti di violenza (ma abbiamo detto prima che è solo una questione di forma e quindi a tutti gli effetti questa legge sdogana il razzismo e la violenza per la superiorità genetica e etnica).
Viene punito con la reclusione (massimo un anno e mezzo) chi propaganda idee a sfondo nazista (e il fascismo?) inerenti la superiorità della razza o chi istiga a commettere atti violenti per gli stessi motivi (oltre che per etnici e religiosi) potrebbe essere sanzionato con pene da 6 mesi a 4 anni.
Se la situazione non cambia di molto (i postfascisti e razzisti sono al governo!), si modifica invece un aspetto importante; quello della legittimità delle idee razziste. Un aspetto pericolosissimo perché ha come fine ultimo quello di porre sullo stesso piano il razzismo e l'antirazzismo; semplicemente come una questione di libero pensiero, un'opinione personale e quindi politica.
Tutto segue una chiara logica di vincere le elezioni della Casa delle Libertà passando da un governo popular/razzista ad uno catto/nero. E' ormai ufficiale Pino Rauti si candiderà nelle fila di FI (nel Lazio) e con lui ci saranno altri sette fascisti missini.
Gabriele Proglio
Approfondimenti: GENOVA 1960
Siamo nella primavera del 1960. Il governo democristiano Tambroni apre ai neofascisti dell'Msi; la forma del partito fascista dopo il 25 aprile. Infatti al suo interno ci sono personaggi che si sono contraddistinti per l'efferatezza e la brutalità delle azioni della Rsi. Erano uomini politici di Mussolini o alti dirigenti militari. L'Msi comunica che si sarebbe svolto a Genova, medaglia d'oro per la resistenza, il primo congresso del partito. Il luogo e il direttore d'orchestra del meeting tolgono ogni dubbio sulla volontà di provocazione da parte fascista. Infatti il posto scelto è il teatro Margherita a due passi dal monumento in ricordo delle giornate eroiche della Resistenza genovese. Il personaggio preposto a dirigere l'incontro del partito è Carlo Emanuele Basile. Durante la Repubblica Sociale Italiana ricopriva la funzione di capo della provincia e in più occasioni aiutò le azioni squadriste nazifasciste sia per quello che riguarda le deportazioni, i saccheggi che per le violenze, i rastrellamenti e le rappresaglie.
Il fronte antifascista raccolse allora più adesioni; dai partigiani dell'Anpi che avevano visto prima i fascisti picchiare e poi entrare nelle dirigenze dell'amministrazione statale nel dopoguerra, agli studenti, dai lavoratori, al sindacato.
Tutti uniti per dire no, per non lasciare alcun spazio di agibilità politica ai neofascisti. Il 30 giugno viene quindi convocata una manifestazione per impedire il convegno. La polizia e la celere (nata nel dopoguerra proprio per disperdere le manifestazioni e impedire gli scioperi) cercano da subito il contatto. E partono le cariche che durano tutto il giorno. Alla sera gli antifascisti hanno vito; il convegno è stato impedito.
Poi sull'onda calda la protesta si allarga ad altre città. Questa volta si chiedono le dimissioni del governo Tambroni. Intere città in rivolta; Reggio Emilia (dove vengono uccisi 5 manifestanti), Roma, Palermo (2 morti), Catania (1 morto), Licata. La situazione è divenuta insostenibile e Tambroni non può fare altro che rassegnare le sue dimissioni.
Redazione
Informazione Antifascista n.15 - febbraio 2006
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