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Honduras: triste epilogo per un ciclo di lotte di un popolo coraggioso

category america centrale / caraibi | imperialismo / guerra | opinione / analisi author Wednesday June 22, 2011 17:19author by José Antonio Gutiérrez D. - Anarkismo Editorial Group Report this post to the editors

Noi non crediamo che i negoziati fatti alle spalle del popolo siano casuali. Fa parte di quel disprezzo verso le masse che da sempre è proprio del riformismo, anche se dice di negoziare per la nostra convenienza. Questo disprezzo ha delle basi politiche, e non è casuale che Zelaya preferisca lanciare appelli per la riconciliazione nazionale (cioè, la riconciliazione con i golpisti), piuttosto che per acuire la lotta di classe, che è poi il vero nodo della questione in Honduras e nel resto del continente. Che cosa significa questa riconciliazione per centinaia di contadini, di poveri, di lavoratori e di giornalisti che hanno dato la vita per questa lotta? Che cosa significa questa riconciliazione nazionale quando nessuna giustizia è stata fatta e nessuna delle richieste più elementari del popolo sono state rispettate? [Castellano] [Português]
La Santa Trinità
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Honduras: triste epilogo per un ciclo di lotte di un popolo coraggioso


"Perché molti non sono qui semplicemente per Mel, e voi dirigenti del Fronte lo sapete bene tanto da condividerlo, noi siamo qui per aprire nuovi spazi politici di partecipazione e abbiamo bisogno di chiarimenti su questa collaborazione con Manuel Zelaya e sul raggiungimento di questi accordi politici minimi per poterci dare nuova forza, nuovo coraggio e nuove motivazioni alla lotta. Abbiamo bisogno di direzione e di costruire una leadership condivisa di questo movimento in modo che alla fine non ci sia solo e niente altro che il ritorno di Mel al governo".
(Delfina Bermudez, "Scenari per il ripristino della democrazia", ​​19 lug. 2009)

Si dice che i più pesanti colpi ricevuti dal popolo spesso provengono dai suoi stessi dirigenti. Questo detto si può ben applicare alla situazione che sta vivendo l'Honduras in questo momento, dopo la firma dell'accordo che ha permesso il ritorno di Zelaya e la normalizzazione del regime de facto che deriva dal colpo di stato, guidato da Lobos. Né le migliaia di persone che con grande gioia si sono recate a ricevere Mel Zelaya al suo ritorno in Honduras il 28 maggio, servono a nascondere il fatto che ciò che è stato concordato a Cartagena de Indias, in Colombia, è una sconfitta per il movimento honduregno e per la resistenza popolare.

Dicono anche che è tipico del riformismo mascherare le sconfitte come vittorie. I settori che si rifanno allo Chavismo e a Zelaya, ci presentano l'accordo come una grande vittoria, quando in realtà quello che hanno fatto è stato ripulire la facciata del colpo di stato e normalizzare una situazione che più anomala non si può: un governo installatosi con elezioni fraudolente e con una bassissima partecipazione, tenutesi pochi mesi dopo il rovesciamento del presidente costituzionale, in un perdurante clima di terrore, persecuzione e censura. Inoltre, il rischio è che questa violenza, convalidata dalla "legittimità" del regime e resa invisibile, si acuisca, come è stato notato da un contadino della Bassa Aguan: "Si è intensificata l'offensiva dei senza terra ed i contadini organizzati temono per le loro aziende agricole perché hanno paura che ci possano essere assalti ed uccisioni (...) Come abbiamo visto nei giorni scorsi, sembra che questa situazione abbia dato a loro [cioè, ai golpisti] più sicurezza per continuare ad attaccare."[1]

Questi negoziati hanno implicazioni molto profonde, l'oligarchia latino-americana ha dimostrato che può fare colpi di stato anche nel XXI secolo e godere di tutti i vantaggi delle impunità del ventesimo secolo.

L'accordo di Cartagena de Indias

L'accordo è il culmine di un processo di intensa attività diplomatica del regime di Porfirio Lobos allo scopo di normalizzare le sue relazioni internazionali. Evidente la disperazione dell'oligarchia honduregna che, di fronte a una situazione molto difficile con l'isolamento imposto dopo il colpo di stato in Honduras, alla fine ha dovuto rinunciare all'orgoglio ed inghiottire il boccone amaro di negoziare con Zelaya e Chávez. Dopo essersi vantata con Micheletti che l'Honduras non avesse bisogno della comunità internazionale, dato che gli Stati Uniti non avevano aumentato gli aiuti economici al paese, l'oligarchia honduregna ha dovuto cedere per non essere letteralmente rovinata dal suo stesso colpo di stato. Con la firma di questo accordo, ancora una volta potranno godere della cooperazione internazionale sospesa dopo il colpo di stato e della riattivazione dei benefici per l'adesione dell'Honduras a Petrocaribe. Ha giocato anche il fattore popolare, importante tanto quanto l'aspetto economico e diplomatico: questo negoziato era l'unico modo per fermare un popolo in costante movimento e resistenza, e che aveva reso il paese ingovernabile.

All'inizio di quest'anno era già stato inviato un segnale per il dialogo con la sospensione dei processi per corruzione contro Zelaya. Poi è arrivato il 9 di aprile a Cartagena, in cui Chavez e Santos, che si trovavano in un incontro bilaterale, hanno ricevuto la visita a sorpresa di Lobos per discutere il ritorno dell' Honduras nell'OEA. Da qui è iniziato un processo di negoziati segreti alle spalle della resistenza, che è culminato il 22 maggio con l'accordo di Cartagena de Indias, che può essere riassunto come segue: l'autorizzazione al ritorno per Zelaya, cessazione della persecuzione dei suoi sostenitori, indagini su violazioni dei diritti umani, dare forma di partito politico al FNRP in vista delle elezioni del 2013 e garantire la convocazione di un processo costituente. Come potete vedere, l'accordo è formulato in modo tale che sembra vengano salvati i punti chiave delle richieste del movimento popolare, ma senza impostare scadenze per l'adempimento degli impegni, per non parlare dell'attivazione di meccanismi concreti ed imparziali con cui monitorare il rispetto di questi impegni. E peggio ancora, si lasciano tutti i fili nelle mani dei golpisti.

Chi garantisce che il processo costituente avrà effetto? A quali condizioni? Chi controllerà la cessazione della persecuzione dei membri dei movimenti di resistenza e sociali in Honduras? Si farà come in questi due anni in cui si è chiuso un occhio di fronte alle sistematiche violazioni dei regimi di Micheletti e di Lobos? Chi indagherà sulle violazioni dei diritti umani? E il potere giudiziario o le istituzioni statali o della Chiesa che sono state complici? Sono escluse poi le punizioni per i golpisti limitandosi solo a menzionarne le violazioni dei diritti umani?

Io personalmente non credo nelle promesse di giustizia, di riparazione e di rispetto dei diritti umani fino a quando non vedo il primo gorilla dietro le sbarre; per il momento, le istituzioni dello Stato e la Corte Suprema fanno finta di niente. Il 5 giugno, al contrario, i contadini della Bassa Aguan hanno potuto avere un'anteprima del compromesso umanitario delle élite dell'Honduras con l'assassinio di tre contadini e la scomparsa di altri due.

Infine, dopo questo accordo, la riunione della OEA dell' 1 giugno 2011, ha accettato quasi all'unanimità (con la sola opposizione dell'Ecuador) la reintegrazione dell'Honduras. Quindi, possiamo dire che l'oligarchia honduregna ha ottenuto il riconoscimento politico, un'ancora di salvezza per la situazione economica, un'imminente impunità per i loro crimini, che garantisce lo status quo rimarrà invariato per molto tempo per consentire a Zelaya di cambiare il paese. I termini sono così chiari che qualsiasi lettura trionfalistica dell'accordo sarebbe semplicemente negare la realtà.

Modello Haiti da esportazione

Molti hanno affermato che la condanna universale del colpo di stato contro Zelaya ha rappresentato la nascita di una nuova coscienza democratica nel continente, dove i colpi di stato erano considerati ormai una cosa del passato, del tutto inaccettabile oggi. In realtà, la ragione della condanna internazionale va messa più in relazione con gli equilibri politici regionali, soprattutto perché l'Honduras è membro dell'ALBA e stretto alleato di Chavez. La contro-prova che smentisce questa coscienza di tutto l'emisfero contro questo colpo di stato è quello che è successo ad Haiti, paese che ha sofferto un colpo di stato nel 2004, sostenuto dalla CIA, ma che, a differenza dell' Honduras, non ha provocato la condanna internazionale e l'isolamento diplomatico. Al contrario: quasi tutti i paesi latino-americani hanno partecipano attivamente alla forza di occupazione militare sponsorizzata dalle Nazioni Unite e guidata dal Brasile, la MINUSTAH, che è diventata la potenza militare di fatto del regime installatosi dopo la cacciata di Jean-Bertrand Aristide (ricordiamo che Haiti non ha un esercito nazionale da quando è stato sciolto nel 1995). Questa occupazione, in gran parte ignorata dalla sinistra latino-americana, rappresenta il capitolo nero e vergognoso della storia americana di questo secolo [2].

Il golpe in Honduras ed il modo in cui è stato risolto, sembrano un dejà vu del modello applicato con successo per il colpo di stato ad Haiti. E' quindi importante rivisitare la questione di Haiti, perché rappresenta un punto di svolta, che ha prodotto il modello del colpo di stato del XXI secolo.

Nel 1986 il movimento popolare aveva rovesciato il dittatore haitiano Jean-Claude Duvalier. Dopo anni di giunte militari che si erano succedute a fronte di un popolo ingovernabile, nelle prime elezioni democratiche ad Haiti nel 1990, il candidato di sinistra, un teologo della liberazione di nome Aristide vinse a valanga. Dal giorno del trionfo di Aristide, tanto gli Stati Uniti che i suoi partners nel paese, rappresentanti della oligarchia haitiana più rancida del paese, hanno dedicato tutti i loro sforzi per destabilizzare e infine rovesciare Aristide nel 1991, a soli 7 mesi dall'insediamento del suo governo. Nei tre anni successivi, Aristide in esilio stretto ed isolato, negoziò le condizioni per il suo ritorno (chiamato accordo di Rhode Island), con cui prometteva di applicare il modello neoliberista e di garantire impunità per i golpisti.

Con il suo ritorno nel 1994, si era consumato il ciclo di declino e la sconfitta del movimento popolare di Haiti. Ma prima di lasciare l'incarico di un anno (parte dell'accordo era che Aristide non intendesse riprendersi il tempo perduto), Aristide in quei mesi riuscì a far passare una legge che scioglieva l'esercito. Poi venne il governo di René Préval che riuscì a malapena a gestire il neoliberismo segnando la rovina del paese. Quando Aristide tornò a vincere elezioni del 2001 con la promessa di giustizia sociale, mettendo da parte l'entusiasmo per le privatizzazioni di Préval, venne di nuovo attivato il piano di destabilizzazione, che alla fine prese la forma militare: ex militari haitiani, addestrati nella Repubblica Dominicana, attraversarono il confine per diffondere terrore e caos. Le truppe statunitensi, canadesi, cilene e francesi invasero il paese il 29 febbraio, Aristide venne rapito ed esiliato nella Repubblica Centrafricana. Nel mese di giugno, una forza delle Nazioni Unite composta principalmente da americani, aveva poi preso il posto delle forze statunitensi nelle funzioni militari di occupazione.

Ciò che colpisce, è come il modello haitiano, grosso modo, sia stato nuovamente applicato nel caso dell'Honduras: fuori il presidente dal paese, negoziare con lui alle spalle del suo popolo, terrorizzare la popolazione e distruggere il tessuto sociale, e finalmente normalizzare il post-golpe mediante il ritorno del presidente, ma con un accordo che equivale essenzialmente a nulla, se non all'applicazione del programma previsto dal colpo di stato. In ogni caso è qualcosa che oggettivamente rappresenta una sconfitta per il popolo, ma che viene presentata come una vittoria popolare.

I problemi di metodo e di sostanza: una trattativa alle spalle e contro il popolo honduregno

Ma non basta dire che questa è stata una sconfitta. Eventuali sconfitte devono essere assimilate, sono lezioni importanti da cui imparare, e noi dobbiamo capirne le cause profonde affinché non si ripetano. Potremmo dire che le cause che hanno portato alla sconfitta erano già nella gestione verticistica della resistenza con alla testa il Coordinatore Generale (Zelaya), oppure nel progetto prevalentemente politico riformista che ha spinto la lotta contro la dittatura e, infine, in un senso della politica in cui, nonostante tutti i discorsi di democrazia partecipativa, le decisioni sono rimaste nelle mani di pochi.

Il negoziato dell'accordo di Cartagena riflette una costante: quella del negoziato alle spalle del popolo in lotta. Appena fatto il colpo di stato nel luglio 2009, la strategia di negoziazione non è stata definita nelle strade o nelle assemblee, ma da un gruppo di tecnocrati che hanno optato per la mediazione degli Stati Uniti e dell'allora presidente del Costa Rica, Oscar Arias. Da quel primo momento, la posizione dei negoziatori di Zelaya era chiara, come dichiarato dalla moglie, quando ha affermato che "tutto è negoziabile, tranne il ritorno di Zelaya alla presidenza." Ricordiamo che durante i negoziati a San José de Costa Rica, Zelaya aveva accettato il piano di Arias per intero e se il consenso non venne raggiunto allora, fu per l'intransigenza di Micheletti, che rifiutò di accettare il ritorno di Zelaya e la sospensione della accuse contro di lui, per presunta per corruzione. Il piano di Arias comprendeva la rinuncia di qualsiasi tentativo di riformare la Costituzione del 1982, costringendo Zelaya a formare un governo di unità nazionale con la partecipazione dei golpisti, l'amnistia per tutti i reati politici commessi prima e dopo il colpo di stato, il controllo dell'esercito sul Supremo Tribunale Elettorale per le elezioni vicine. Poi il FNRP si era opposto al negoziato (salvo il punto del ritorno di Zelaya) perché si garantiva l'impunità e si premiavano i golpisti [3].

Alla fine, dopo due anni di resistenza eroica, avuta la garanzia che il ritorno di Zelaya alla presidenza era negoziabile, soddisfatto del ritorno di Zelaya, il FNRP accetta il governo attuale e alcune promesse spurie con non chiari meccanismi concreti - dando così un premio maggiore ai golpisti di San Jose.

Naturalmente sul contenuto dell'accordo e sulle promesse contenute in esso ci sono molte domande da fare. Quando il FNRP ha discusso se voleva essere o non essere un partito politico che si presenta elezioni? Com'è che il Coordinatore Generale si arroga il diritto di imporre la partecipazione del Fronte alle elezioni del 2013 dato che l'Assemblea del FNRP il 27 febbraio aveva proposto all'organizzazione di astenersi da questo processo? Com'è che il regime si è trovato col potere di garantire il processo costituzionale, quando il FNRP ripeteva sistematicamente che si dovesse attivare un processo autoconvocato? Zelaya non solo ha ignorato i meccanismi decisionali della sua organizzazione, ma le sue proposte sono in contrasto con quelle avanzate congiuntamente da parte del Fronte, proposte che possono essere buone o cattive, ma sono senz'altro il risultato di un processo collettivo che non deve essere ignorato.

Arriviamo così alla situazione schizofrenica in cui il Coordinatore Generale accoglie con favore il rientro dell' Honduras nell'OSA, mentre altri rappresentanti del Fronte lo avevano respinto. In cui Zelaya chiama a riconoscere il regime di Lobos, ma il resto del Fronte invita a non riconoscerlo.

Noi non crediamo che i negoziati fatti alle spalle del popolo siano casuali. Fa parte di quel disprezzo verso le masse che da sempre è proprio del riformismo, anche se dice di negoziare per la nostra convenienza. Questo disprezzo ha delle basi politiche, e non è casuale che Zelaya preferisca lanciare appelli per la riconciliazione nazionale (cioè, la riconciliazione con i golpisti), piuttosto che per acuire la lotta di classe, che è poi il vero nodo della questione in Honduras e nel resto del continente. Che cosa significa questa riconciliazione per centinaia di contadini, di poveri, di lavoratori e di giornalisti che hanno dato la vita per questa lotta? Che cosa significa questa riconciliazione nazionale quando nessuna giustizia è stata fatta e nessuna delle richieste più elementari del popolo sono state rispettate?

Questo accordo deve essere inteso in ultima analisi, come un tentativo di controllare la lotta di massa per contenere e fermare il movimento. A questo punto, sia Zelaya che Lobos, e la classe che essi rappresentano, hanno dimostrato di non avere contraddizioni antagoniste, come lo stesso Zelaya non cessa di ripetere con i suoi inviti alla riconciliazione in cambio di niente. Se questo tentativo va a buon fine o meno dipende dalla capacità del FRNP di esigere che il Coordinatore Generale rispetti gli accordi collettivi, di imporre pratiche democratiche al suo interno e, in definitiva, di reclamare la propria autonomia con un progetto diverso da quello dell'oligarchia in tutte le sue varianti. Ma soprattutto, dipenderà dalla sua capacità di continuare a mobilitare la piazza contro il regime e di diffondere le sue idee politiche nella ricerca di un cambiamento decisivo. L'OEA potrà tirar fuori il regime dall' isolamento, ma non può garantire la governabilità del paese, che dipende dalla mobilitazione popolare ed è l'unica carta a sinistra in questa lotta ora.

Il limite dello sviluppo nazionale. Che ne è dell'anti-imperialismo?

Per mascherare la sconfitta in vittoria, si giunge a svuotare completamente di contenuti l'unità latinoamericana per dire che questa era una trattativa senza la presenza degli Stati Uniti. Per affermare questo bisogna supporre che Santos, che si è detto orgoglioso del fatto che la Colombia sia come un Israele latino-americano, sia un vero "fratello bolivariano". Per affermare questo, a sua volta, occorre ignorare il ruolo chiave che in Colombia ha la strategia di controllo americano nella regione, strategia che continua a non cambiare indipendentemente dal presidente in carica, purché siano coerenti con le politiche statali e strutturali.

Il governo di Juan Manuel Santos in Colombia ha una strategia continentale per rafforzare le destre filo-imperialiste nella regione per ricostruire, in questo modo, l'egemonia alquanto erosa degli Stati Uniti. Così è riuscito a neutralizzare l'influenza di Chavez e dell'ALBA, sviluppando una visione più dinamica e meno conflittuale (almeno in teoria) rispetto al suo predecessore Uribe, che è conforme alla tendenza verso l'integrazione, ma senza deviare da un vincolo stretto ed integrale con Washington.

La mano dello zio Sam è stata presente, con delega alla Colombia, anche in questi accordi. Ed i suoi interessi sono convergenti con quelli dell'oligarchia dell'Honduras... Ma come spiegare la partecipazione in questo gioco di leaders decisamente anti-imperialisti come Chavez?

Chavez sembra aver voluto agire come fattore politico e ha cercato, dopo l'arrivo di Santos al potere, di adeguarsi ad uno scenario con meno mobilitazioni popolari nella regione (come quelle che hanno caratterizzato il suo primo ciclo di governo) e tramite Santos, indirettamente, ha cercato di controllare il confronto con gli Stati Uniti. È così che si può leggere il passaggio alla stretta collaborazione tra il Venezuela e la Colombia contro gli insorti, con un'azione militare congiunta lungo il confine e la distruzione congiunta di guerriglieri colombiani, bypassando tutte le leggi internazionali.

Leader come Zelaya, nel frattempo, a causa del suo tentativo di sviluppare politiche sovrane, sono entrati in contrasto con gli Stati Uniti senza mettere in discussione le relazioni di fondo che sostengono il sistema imperialista. Lo stesso vale per tutti gli altri governi nazionali, i sostenitori dello sviluppo della regione, compreso il Venezuela. Ci chiediamo:può esistere un anti-imperialismo che non vada coerentemente di pari passo con l'anti-capitalismo? Ne dubitiamo. Poiché il sistema capitalistico è dominato dalle potenze imperialiste, prima o poi, chi è incapace di pensare ad una rete politica sociale ed economica alternativa e globale, in grado di iniziare a porre le basi per un nuovo modello, dovrà cedere alle regole di chi è capace di imporle. Al che il discorso anti-imperialista fatalmente si tramuterà, alla Gheddafi, nella realpolitik della "coesistenza pacifica".

Oggi più che mai, dare forza alla resistenza!

Una domanda che dovrebbe guidare ogni processo di negoziazione per risolvere il conflitto sociale, è quella per cui chiedersi se il risultato crea condizioni più favorevoli o meno alla continuazione della lotta. Non penso che in ogni momento il popolo metta in gioco la rivoluzione; nella lotta contro la dittatura non c'era in gioco la rivoluzione sociale e la costruzione di una società utopica, bensì la sconfitta politica della oligarchia e della strategia golpista, così come il progresso della mobilitazione popolare oltre quei limiti della democrazia borghese, che la borghesia stessa aveva rotto in prima istanza. Non è un massimalismo esacerbato che mi spinge a queste critiche, ma un senso realistico derivato dall'analisi dell' isolamento della oligarchia e delle sue difficoltà economiche e, soprattutto, della forza e del potere politico della resistenza. E' noto che l'oligarchia ha negoziato perché era debole, ma si è dimostrata più abile rispetto a Zelaya e ha condotto il miglior negoziato che avrebbe potuto immaginare in queste condizioni. È tenendo conto di tali fattori, che penso si sarebbe potuto ottenere molto di più da questa lotta, cercando una soluzione attraverso altri canali e con la partecipazione della resistenza in tutto il processo negoziale. Certo che si poteva fare di più...

Ecco perché non posso fare a meno di sentire una profonda tristezza di fronte a questo triste epilogo di un ciclo di lotte eroiche fatte dai nostri fratelli honduregni. Non dobbiamo negare l'impatto che questa alleanza avrà (e già sta avendo) nell'oscurare le continue violenze contro il popolo e nel dividere le forze del movimento. Non posso nascondere il mio rammarico, anche se ho la certezza che questa sconfitta, e ogni sconfitta, debba essere temporanea. Perché un regime infame non durerà per sempre e perchè il popolo honduregno non lo tollererà e saprà continuare la sua lotta e non la lotta di questa o di quella persona per quanto carismatica sia. Ma ora dobbiamo trarre insegnamento dagli eventi, imparare dal colpo di stato e, soprattutto, farci guidare dall'adagio per cui dobbiamo essere ottimisti nel cuore e pessimisti nell'intelletto. Pessimismo dell'intelletto, perché ci rendiamo conto delle difficoltà che ci saranno (e non solo per l'Honduras) e del quadro complesso che abbiamo di fronte, ma il cuore è ottimista, perché incoraggia la profonda convinzione che il cambiamento è inevitabile e, in definitiva, sappiamo che si può, dannazione.

José Antonio Gutiérrez D.
9 giugno 2011

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali

Note:

1. http://www.kaosenlared.net/noticia/honduras-no-puede-haber-paz-bajo-aguan-sin-justicia-para-campesinos

2. Su Haiti, vedi alcuni articoli che ho scritto (in spagnolo): "Ayití, entre la liberación y la ocupación" http://anarkismo.net/article/4651 (parte I) e http://www.anarkismo.net/newswire.php?story_id=4652 (parte II); "Ayiti, una cicatriz en el rostro de América" http://www.anarkismo.net/newswire.php?story_id=1063 ; "Las elecciones en Ayiti: fraude democrático para validar a los golpistas y macoutes en el poder" http://anarkismo.net/article/2078; "Ayití en la encrucijada tras las elecciones" http://anarkismo.net/article/2698 ; "Ayiti, ¿hacia un nuevo dechoukaj?" http://anarkismo.net/article/8633 ; "El retorno de Baby Doc a Ayiti" http://anarkismo.net/article/18539

3. Ho già scritto su questo tema l'8 luglio 2009, "Honduras, negociando la crisis de espaldas al pueblo" http://anarkismo.net/article/13683 e il 23 luglio 2009 "¿Insurrección en Honduras?" http://anarkismo.net/article/13854 (articoli in spagnolo).

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