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L’Unione Europea

category internazionale | vari | documento politico author Friday February 12, 2010 22:16author by Conferenza europea Anarkismo - Anarkismo Report this post to the editors
Occorre rimuovere gli ostacoli economici, politici e civili che stanno limitando la libertà e l'uguaglianza nella vita quotidiana, mettere in discussione il loro concetto di partecipazione all'organizzazione dell'ordine sociale. La partecipazione diretta, per noi, è possibile solo sulla base del mutuo appoggio e della solidarietà. [English] [Français] [Português] [ελληνικά] [Polski]
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L’Unione Europea


Nel pieno della crisi economica globale, è entrato in vigore un anno fa il nuovo Trattato di Lisbona. Esso attribuisce alla Commissione europea il "potere assoluto" tramite le sue direttive per garantire "alle imprese europee competitive l'accesso ai mercati mondiali e la sicurezza operativa al loro interno". Inoltre, la Corte di Giustizia garantisce una sola libertà, quella del mercato e la difesa della libera competizione quale condizione per la precarizzazione lavorativa, sociale ed ambientale dei 27 Stati membri. Col nuovo Trattato si prevede la deregolamentazione di tutta la produzione e dei servizi nella loro più ampia gamma e si consente la pratica applicazione della Direttiva Bolkestein, aprendo così la "porta alla completa privatizzazione della sanità, dell'istruzione, dell'acqua e delle pensioni".

Questa strategia, incurante delle devastazioni della crisi economica globale in atto, spazza via i servizi pubblici (sanità, previdenza, trasporti, istruzione, acqua, casa) sia sul piano simbolico che su quello reale ed introduce il mercato quale strumento per la concessione ("servizi di interesse generale") e per il soddisfacimento (la persona che risparmia potrà accedere alla sanità privata, alla pensione integrativa, ecc.). Questa è l'Europa che dal 1 gennaio 2009, vieta le politiche fiscali di redistribuzione del reddito, vieta la spesa pubblica, le tutele ed i benefici sociali, ma al tempo stesso ha permesso che al suo interno nascessero i paradisi fiscali.

Naturalmente, le prime ad essere colpite da tali politiche di smantellamento sono le donne, che si ritrovano molto spesso a lottare sole nei lavori di cura (figli, genitori, famiglia). Questo è particolarmente sentito in alcuni paesi dove, in assenza di aiuti sociali, le donne perdono anche per questo il proprio lavoro.

In questo quadro, il mercato del lavoro e le politiche relative possono essere governate solo dalle regole auree del capitalismo neoliberista: libera deregolamentazione (flessibilità) e precarizzazione totale e diffusa della forza-lavoro (con rimozione di diritti sociali e sindacali).

In un'Europa che si allarga insieme alla crisi globale, questo significa solo due cose: uso del dumping sociale e negazione del diritto di sciopero a chi chiede stesse condizioni di lavoro per le imprese de-localizzate e re-localizzate, tutto nel nome della competizione sociale e dell'economia di mercato.

Già con l'accordo del 2007 sulla flexicurity, la flessibilità di impresa nella gestione della forza-lavoro prevede in realtà una totale libertà nell'organizzazione del lavoro, che contemporaneamente avrebbe lo scopo solo apparente di garantire sicurezza ai lavoratori nella necessaria adattabilità richiesta dai costanti cambiamenti da un lavoro all'altro e durante i periodi di formazione continua.
E' così che nel mercato del lavoro devastato dalla crisi, si rilancia la parola d'ordine della competitività delle imprese, che a sua volta comporta non solo il dumping sociale, quindi la privatizzazione dei servizi essenziali per la popolazione, ma anche e contestualmente uno sforzo per la riduzione del costo del lavoro tramite strumenti connessi a politiche che incrementino la flessibilità, la mobilità della forza-lavoro e la capacità di adattamento.

Germania, Francia e Italia, quali paesi un tempo "forti" nel campo della sicurezza sociale e "duri" in quello del diritto del lavoro, hanno riformato il mercato del lavoro interno, equiparandosi a Spagna, Irlanda e Regno Unito, in aree quali: sussidi di disoccupazione; minore tutela in caso di licenziamento; aumento dell'età pensionabile; contratti flessibili, indebolimento degli ammortizzatori sociale, ecc.

Anche le politiche comunitarie sull'immigrazione rispondono alla logica di mercato e ad una doppia morale: da una parte c'è il bisogno di lavoro extracomunitario dato l'invecchiamento della classe lavoratrice europea (si tratta di forza-lavoro necessaria e sufficiente per garantire il tipo di lavoro precario richiesto dalla competizione); e, dall'altra, ci sono le politiche che negano il diritto alla cittadinanza, alimentano il razzismo con l'accusa di clandestinità, usano la repressione ed il controllo, alimentando relazioni disuguali, aggressive e di sfruttamento tra il Nord ed il Sud, soprattutto, nell'area mediterranea di influenza europea.

La flessibilità di lavoratori europei ed immigrati comporta dunque di fatto la disponibilità di lavoro in armonia con le esigenze della produzione. Per le imprese niente di meglio in tempi di crisi e di taglio di milioni di posti di lavoro. Il mercato del lavoro diventa dunque un mero meccanismo che comunque agisca e si muova, viene governato da regole (leggi, decreti, magistratura ad hoc, direttive, ecc) e da istituzioni, per sottrarsi a qualsiasi conflitto sociale.

E' proprio nell'inseguire questo modello sociale ed economico frammentato che la lotta sociale e sindacale si è dispersa in migliaia di pezzi perdendo la sua efficacia. Occorre invece ricomporre diritti ed interessi immediati dei lavoratori e dei cittadini in un nuova concezione ed organizzazione unitaria ed industriale di tutto il lavoro salariato.

Occorre oggi opporsi alla logica della segmentazione e della flessibilità dei modelli sociali e produttivi del capitalismo globale e battersi risolutamente per i diritti per tutti gli uomini e tutte le donne, diritti sindacali, diritti sociali e civili.

Occorre rimuovere gli ostacoli economici, politici e civili che stanno limitando la libertà e l'uguaglianza nella vita quotidiana, mettere in discussione il loro concetto di partecipazione all'organizzazione dell'ordine sociale. La partecipazione diretta, per noi, è possibile solo sulla base del mutuo appoggio e della solidarietà.

Ai loro concetti di competizione e competitività dobbiamo opporre agli antipodi il nostro concetto e la nostra pratica di solidarietà.

Ogni forza sindacale, sociale e politica coerentemente alternativa deve sostenere i diritti e gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, in una società organizzata sulla base della solidarietà e non della competizione, sulla base del rispetto, della libertà e dell'uguaglianza e non sulla base dell'autoritarismo, dell'individualismo e dell'assenza di democrazia. E allora non vi è che una sola risposta, l'unica possibile sulla base di questi valori e di queste scelte:

MOBILITAZIONE SOCIALE PER
  • un'Europa dei popoli e dei lavoratori e delle lavoratrici, europei e migranti
  • per difendere i nostri interessi in questioni di lavoro, reddito, conquiste sociali e solidarietà,
  • per costruire il potere popolare e la democrazia dal basso,
  • per difendere e creare spazi collettivi di base ed autogestiti nel territorio e nei posti di lavoro, per radicare la lotta anticapitalista e
  • per costruire l'alternativa libertaria alla barbarie della crisi scatenata dal capitalismo e dagli Stati.

Alternative Liberataire (Francia)
Federazione dei Comunisti Anarchici (Italia)
Liberty & Solidarity (Gran Bretagna)
Motmakt (Norvegia)
Organisation Socialiste Libertaire (Svizzera)
Workers Solidarity Movement (Irlanda)


Parigi, 7 febbraio 2010

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