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internazionale / lotte indigene / cronaca Monday January 28, 2019 22:42 byGianni Sartori

Un breve aggiornamento su alcuni recenti episodi inerenti alla questione palestinese, tra repressione di Stato e lotte popolari


ORDINARIA AMMNISTRAZIONE IN PALESTINA

(Gianni Sartori)

Altri due manifestanti palestinesi hanno perso la vita venerdì scorso per mano dei soldati israeliani. Il primo è stato abbattuto (ma si registrano anche numerosi feriti) nel corso delle ormai abituali manifestazioni settimanali al confine della Striscia di Gaza. Qui - il 25 gennaio - circa 10mila palestinesi si erano radunati per manifestare e alcuni di loro avrebbero lanciato non meglio specificati “proiettili” contro i militari appostati sulla linea confinaria.

L'altro palestinese, un ragazzo di 16 anni, è stato ucciso in Cisgiordania dove i soldati avevano aperto il fuoco contro un gruppetto di adolescenti. Stando alla ricostruzione ufficiale, questi ragazzi avevano lanciato dei sassi verso i veicoli israeliani transitanti sulla strada 60. Nella medesima circostanza – appare francamente eccessiva la definizione di “scontro” - altri due giovanissimi palestinesi sono rimasti feriti.

Da segnalare, forse in sintonia con quanto si applica nei confronti dei volontari anti-Isis e pro-curdi italiani, la repressione esercitata da Madrid su chi solidarizza con un altro popolo oppresso da decenni. Assieme ad altri due militanti, Angeles Maestro Martin, responsabile dell'associazione Red Roja, aveva organizzato una colletta a favore dei palestinesi. Una prima parte della modesta cifra raccolta era stata consegnata a Leila Khaled - figura storica, icona quasi, della resistenza - in occasione di un giro di conferenze nella penisola iberica. Il ricavato di una seconda colletta veniva invece consegnato direttamente all'Autorità nazionale palestinese.

L'accusa nei confronti degli esponenti di Red Roja (che dovranno presentarsi in tribunale il 5 febbraio) è piuttosto grave: “finanziamento del terrorismo”.

Addirittura.

Proseguono intanto, anche in Europa, le iniziative a favore della scarcerazione di Ahmad Sa'adat, segretario generale del FPLP (Fronte popolare per la Liberazione della Palestina). Dal 15 al 22 gennaio varie manifestazioni, sit-in e cortei si sono svolti in una quindicina di paesi. A Berlino, Goteborg, New York, Baltimora, Copenaghen, Bruxelles, Tolosa, Tunisi, Atene, Alicante, Milano, Dublino, Nottingham, Buenos Aires, Manchester...

A sostegno dell'esponente palestinese detenuto da 17 anni si sono espressi vari partiti e organizzazioni. Oltre ad altri prigionieri politici come il comunista libanese George Abdallah.

mashrek / arabia / irak / imperialismo / guerra / cronaca Friday January 18, 2019 02:57 byGianni Sartori

Dagli intervento su "scala industriale" operati da Ankara in Bakur e Rojava, all'apparente modesta "attività artigianale2 della repressione operata da Teheran, per il popolo curdo è sempre perenne emergenza...


ROJAVA, BAKUR, ROJHILAT...PER I CURDI E' SEMPRE REPRESSIONE

(Gianni Sartori)


Cantone di Afrin. Chi lo ha visitato ne parlava con entusiasmo.

Una natura magnifica – tra montagne e pianura – varia e suggestiva. Ricchezze inestimabili, sia in superficie che nel sottosuolo. Storicamente agricola, questa regione nel nord della Siria è da sempre anche vivaio di convivenza tra diverse etnie, fedi religiose, culture (Arabi, Curdi, Ezidi, Zoroastriani, Aleviti, Sunniti...). Un esempio di possibile e proficua convivenza tra popoli, se pur in miniatura, .

Quella di Afrin è una delle aree liberate in cui maggiormente si era consolidata l'esperienza del Confederalismo democratico, frutto della rivoluzione – sociale e culturale – del Rojava.

Negli ultimi anni era divenuta anche un rifugio per quanti fuggivano dalle devastazioni operate dagli Stati (in particolare di quello soidisant “islamico”).

Anche sotto assedio, l'amministrazione autonoma ha offerto protezione e assistenza agli sfollati provenienti da ogni angolo della Siria. E soprattutto, diversamente da come la Turchia agisce con i rifugiati (usati come ricatto e moneta di scambio nei confronti dell'Europa) senza contropartite.
L'acuirsi del conflitto aveva alimentato ulteriormente le ondate di fuggitivi, provenienti da Aleppo, Kafrnaha, al-Tabqa, al-Raqqa, Hama...e anche di profughi palestinesi, in parte scappati dall'Iraq.

Aperto nel 2014, il campo profughi di Robar a Basla (distretto di Sherawa) aveva accolto oltre tremila profughi. Un altro centinaio di famiglie venivano ospitate direttamente nella città di Afrin, 25mila persone nel distretto di Rajo, 50mila nella regione di Janders, 10mila a Bulbul e 15mila nel distretto di Shara.

La collaborazione tra il Comitato di gestione delle persone sfollate e l'Autorità per gli affari sociali e del lavoro, ha consentito - nell'ambito dell'Amministrazione democratica autonoma – di affrontare positivamente le questioni vitali (tende, elettricità, acqua, assistenza medica, istruzione...) per gli ospiti dei campi di Shehba e Robar. Garantendo, nei limiti del possibile, anche opportunità lavorative per i rifugiati.

Va comunque stigmatizzato che gli appelli rivolti alle organizzazioni umanitarie, sono stati disattesi.

La situazione era precipitata il 20 gennaio 2017, data dell'attacco turco eufemisticamente denominato “Ramoscello d'olivo” (ma forse “Randello” era più appropriato). Mentre esercito e aviazione di Ankara (con l'accompagnamento dei soliti mercenari) si scatenavano su Afrin e dintorni,

alla furia devastatrice non sfuggivano nemmeno i campi profughi. E non certo come “effetto collaterale”, ma in quanto obiettivi precisi e prestabiliti.

Un gran numero di profughi (in gran parte arabi), tra cui decine di bambini rimasti feriti nei bombardamenti dei primi giorni, hanno dovuto fuggirsene via – terrorizzati –da Robar, rifugiandosi nei villaggi circostanti.

REPRESSIONE NEL ROJHILAT

Se la Turchia opera contro i curdi su scala industriale, non va sottovalutata la gravità della repressione iraniana (su scala artigianale, per ora) nel Rojhilat (Kurdistan orientale, sotto l'amministrazione di Teheran). Dopo la recente ondata di arresti operata da polizia e servizi nelle città di Kamyaran e Sine (Sanandaj), la Piattaforma democratica dei movimenti e dei popoli d'Iran ha diffuso una dichiarazione in cui si rivolge a tutti i movimenti politici chiedendo loro di solidarizzare con gli arrestati.

Nel testo si mette in guardia contro il rischio rappresentato dalle attuali misure di sicurezza adottate dalla Repubblica islamica per la vita stessa (oltre che per la libertà) dei dieci militanti ecologisti curdi. Accusati di “spionaggio e corruzione sulla terra”, potrebbero venir sottoposti a torture per estorcere improbabili “confessioni”.

L'azione repressiva, opera dei servizi del regime, viene definita un “complotto”, deciso e avviato a Teheran per approdare in Rojhilat. Oltre all'arresto dei dieci militanti, vi rientrerebbe a pieno titolo l'uccisione di Kavous Seyed Emami - sociologo ed ecologista - morto in circostanze poco chiare nella prigione di Evin.

Nella dichiarazione si ricorda che il responsabile governativo della sicurezza - in un'intervista concessa all'agenzia Mehr - ha affermato che gli arrestati erano membri del Partito della vita libera del Kurdistan (PJAK) e che agivano sotto la copertura di associazioni ambientaliste. Accusandoli anche della morte del conducente di un'ambulanza dell'organizzazione Kamyaran,

ma senza fornire alcuna prova. Va ricordato che il PJAK, oltre a non rivendicare come propri membri gli arrestati, aveva fornito un'altra versione sulla morte dell'autista che in realtà sarebbe stato ucciso da agenti dei servizi iraniani.

Scrive la Piattaforma democratica dei movimenti e dei popoli d'Iran: “Senza alcun dubbio, l'obiettivo strategico del regime islamico dell'Iran, di complottare contro i militanti dei movimenti sociali e civili così come contro i militanti ambientalisti, i lavoratori, gli insegnanti, gli studenti, le donne etc. - che continua da quattro decenni di potere reazionario e repressivo - non è altro che un capovolgimento del movimento sociale di massa condotto dagli oppressi, dopo la creazione della Repubblica islamica”.

E quindi invita “tutte le organizzazioni socialiste e di sinistra, i partiti e i movimenti politici, i militanti libertari ed ecologisti, i difensori dei dei diritti umani e le comunità oppresse in Iran a sostenere i militanti arrestati in Kurdistan per sconfiggere le denunce e i mandati di arresto del regime”.

asia meridionale / lotte sindacali / cronaca Thursday January 17, 2019 02:06 byGianni Sartori

Le proteste e gli scioperi di questo inizio 2019 in Bangladesh strappano il velo del bestiale sfruttamento "pret-à-porter"...


RIVOLTE e scioperi degli operai in BANGLADESH

(Gianni Sartori)

Almeno venti operai di alcune aziende tessili (settore del pret-à-porter, comprese le T-shirts) sono rimasti feriti il 13 gennaio negli scontri con la polizia – armata di cannoni ad acqua, proiettili di caucciù e gas lacrimogeni - nella regione di Narsinghapur in Bangladesh.

Iniziate il 6 gennaio, le proteste (a Savar, Ashulia, Gazipur, Mirpur...nei giorni precedenti anche a Uttara, Dhaka, Hemayatpur, Kathgora, Tongi, Dakkhinkhan, Abdullahpur...) duravano ormai da una settimana. Tra manifestazioni e scontri avevano coinvolto diverse migliaia di lavoratori (circa 50mila, molto consistente la partecipazione delle donne lavoratrici) che richiedevano miglioramenti salariali.

L'8 gennaio 2019– colpito dagli spari della polizia – era rimasto ucciso l'operaio Sumon Miah di 22 anni, dipendente della Anlima Yarn Dying Ldt, azienda dell'area industriale di Savar.

Savar – sobborgo industriale della capitale – era già tristemente nota per il catastrofico crollo del Rana Plaza dell'aprile 2013 (oltre mille le vittime, almeno doppio il numero dei feriti estratti dalle macerie).

L'edificio di otto piani (di cui quattro costruiti abusivamente) conteneva alcune fabbriche che impiegavano circa 5mila persone. Qui si producevano capi di abbigliamento per Adler Modemarke, Auchan, Ascena Retail, Walmart, Benetton, Bonmarché, Camaieu, C&A, Cato Fashions, Inditex, Joe Fresh, Kik, Cropp, El Corte Inglés, Grabalok, Gueldenpfenning, Matalan, NKD, Premier Clothing, Primark, Sons and Daughters (Kids for Fashion) Loblaws, Mango, Manifattura Corona, Mascot...

Ai piani inferiori del Rana Plaza, una banca, appartamenti e negozi. Quando apparvero le prime crepe i piani inferiori vennero chiusi ed evacuati mentre ai lavoratori venne ordinato di tornare anche il giorno dopo. In mattinata l'edificio crollò seppellendoli sotto le macerie.

Nel settembre dell'anno scorso c'era stata la decisione di aumentare il salario minimo (congelato dal 2013) passando da 53 a 80 euro mensili a partire da gennaio.

Venivano aumentati, ma in maniera lieve, anche gli altri sei livelli salariali. Non abbastanza - secondo i sindacati - rispetto all'aumento del costo della vita.

Dopo i duri scontri del 13 gennaio è dovuto intervenire direttamente il governo per concedere un ulteriore aumento salariale (variante da 20 centesimi a 8 euro mensili) per gli altri livelli. Ma, almeno per ora, senza poter ottenere la sospensione delle mobilitazioni.

Nonostante l'esportazione di capi d'abbigliamento rappresenti l'80% delle esportazioni totali del Bangladesh, i lavoratori del settore (quattro milioni in oltre 4500 aziende) sono tra i peggio pagati del mondo. Sfruttati per i profitti degli insaziabili grandi nomi occidentali (Zara, Carrefour, H&M, Aldi, Walmart...). Stando a un rapporto del CGWR dell'anno scorso, la situazione appare in continuo peggioramento a causa delle insostenibili pressioni su costi e tempi di produzione e di consegna. Le aziende che non stanno al passo vengono scavalcate dalla concorrenza di Birmania e Vietnam e rischiano il fallimento con le immaginabili conseguenze per i lavoratori.

In questi giorni il vice-presidente della BGMEA (l'Associazione dei fabbricanti ed esportatori di capi d'abbigliamento del Bangladesh) ha denunciato che almeno 35 fabbriche non sono più in condizione di produrre a causa del protrarsi dello sciopero. In alcuni casi magazzini e depositi sarebbero stati dati alle fiamme.

In aggiunta il rappresentante della potente corporazione ha minacciato la serrata delle fabbriche se le contestazioni dovessero proseguire. Ma a quanto pare i lavoratori non si sono fatti intimidire e le dure proteste proseguono anche in questi giorni.

grecia / turchia / cipro / imperialismo / guerra / cronaca Friday January 11, 2019 00:46 byGianni Sartori

Dalla testimonianza di un ex appartenente alla forze speciali, emerge tutto l'orrore della repressione operata dallo stato turco contro la popolazione civile curda

TESTIMONIANZA: UN MEMBRO DEI CORPI SPECIALI RACCONTA COME LA TURCHIA HA TRATTATO I CURDI IN BAKUR TRA IL 2015 E IL 2017

(Gianni Sartori)

Leggendo la testimonianza – l'originale era apparso su un sito turco, poi ripreso da Kurdistan au feminin - del poliziotto fuggito dalla Turchia, uno magari si chiede perché non ha reagito prima. Oppure se non stia recitando la parte del “buono” (o del pentito) per garantirsi l'asilo in Svizzera. Racconta in dettaglio le poco onorevoli gesta dei suoi commilitoni, ma appare un po' reticente in merito alle sue. Quasi fosse stato uno spettatore capitato lì per caso.

Poi decidi che in fondo dovrà vedersela con la sua coscienza. Rimane la testimonianza, comunque cruda. E amara.

Il poliziotto turco Ahmet Gun – ex membro dei corpi speciali - ha deciso di svuotare il sacco. O almeno così dice.

Ha trascorso nove anni nei territori curdi sotto amministrazione turca (il Bakur). Tra il 2015 e il 2017 era impegnato a combattere la resistenza dei curdi a Cizre, Sur, Lice, Nusaybin e Derik.

Un passo indietro. Al momento Ahmet vive, da rifugiato, in Svizzera con la famiglia. Racconta di essere stato licenziato come sospetto seguace di Fettullah Gulen. Con l'aggravante – aggiunge - di essersi rifiutato di eseguire ordini da lui ritenuti troppo crudeli, disumani, durante gli scontri sanguinosi che si sono svolti nelle città curde assediate.

A Nusaybin (praticamente rasa al suolo, dove i soldati si facevano immortalare con la bandiera turca posata sulle macerie) durante il coprifuoco “se per caso dei civili erano rimasti nelle loro case in una via dove noi avevamo l'ordine di entrare, venivano sistematicamente e duramente picchiati”. Come aveva potuto vedere con i suoi occhi innumerevoli volte, almeno 20 dice. E ha spiegato che questo – picchiare la gente inerme che tentava invano di giustificarsi “avveniva con uno zelo quasi religioso”. Un giorno, mentre si trovava all'interno di un veicolo blindato (da almeno dieci ore, precisa), uno dei suoi commilitoni scese a terra per orinare. Dopo un poco si sentirono degli spari. Quando risalì il militare spiegò di aver aperto il fuoco contro alcuni ragazzini che si trovavano nei paraggi in quanto “c'è il coprifuoco”. Coprifuoco che in quei frangenti i turchi imponevano anche di giorno.

Ha poi raccontato di case colpite a cannonate senza alcuna ragione. Magari solo per divertimento o perché un militare voleva filmare la scena.
Incidenti, provocazioni che costavano la vita a vecchi, donne e bambini inermi. Nel contempo venivano distrutte le riserve d'acqua, in periodi con la temperatura a oltre 40°. Ahmet Gun ha confermato che erano proprio gli stessi militari a lasciare sui muri diroccati scritte inneggianti alle “Forze di Esedullah” in quanto anche nell'esercito turco si andava diffondendo una mentalità salafita (da integralisti religiosi che praticano la jihad). Fino al 2008, aggiungeva “questa mentalità nell'esercito e nella polizia non esisteva e i militari si limitavano a scrivere sui muri frasi volgari e sconce. Oppure rubavano dalle case indumenti intimi femminili”. Ragazzate in fondo, sembra suggerire.

Il comandante delle forze speciali turche era stato chiaro al momento di fornire le regole d'ingaggio:

“Voglio vedere tutto raso al suolo e non voglio vedere teste attaccate al corpo”.

Si ricordava di un uomo anziano - sempre durante il coprifuoco, praticamente perenne – uscito in strada con un bambino malato di due anni. Un poliziotto gli ha sparato contro un tracciante per intimidirlo, ma l'uomo è rimasto dov'era dicendo che avrebbero anche potuto ammazzarlo, ma che almeno portassero il bambino all'ospedale. Invece lo costrinsero a rientrare senza chiamare un'ambulanza.

“Quel bambino – osserva - era molto ammalato e difficilmente può essere sopravvissuto”.

Era il 2016 e a quell'epoca “dei morti si era perso il conto. Non importava a nessuno se i cadaveri restavano nelle strade anche per dieci giorni. Quelli erano gli ordini, quello era il clima”.

A quel tempo, riconosce l'ex agente, il suo punto di vista era sostanzialmente identico a quello dei suoi commilitoni e chiede perdono a Dio per “quello che ho fatto in quei giorni”.

Dice però di non aver “mai sparato a un innocente o danneggiato dei beni, ma comunque avrei potuto dimettermi. Poi sono stato espulso, ma avrei potuto andarmene molto prima”.

TERRORISMO DI STATO CONTRO I CIVILI CURDI

“Per noi – si giustifica – le persone (intende i curdi nda), anche i bambini, erano tutti dei potenziali terroristi. Quelli che non se ne erano andati al momento delle operazioni, quelli che rimanevano per noi erano dei traditori”.

In sostanza dicevano agli abitanti rimasti nelle città: “Se lo Stato vi dice di andarvene, voi dovete partire. Se rimanete, ne pagherete il prezzo”. Promessa poi mantenuta.

Spiega che la maggior parte dei membri delle forze speciali erano simpatizzanti dei Lupi grigi.

Riconosce onestamente che - una volta che ci si trova a disporre del potere, della forza dello Stato - è difficile opporsi “mettersi di traverso”.

Si diventa una “macchina da guerra criminale”.

Racconta di aver assistito allo sterminio di decine di persone – anziani, donne, feriti: non certo “terroristi” – rifugiate nel sottosuolo. Alla fine vennero estratti ben 120 cadaveri. Non poteva assolutamente trattarsi di esponenti del PKK perché – spiega l'ex militare - questi “non agiscono mai in gruppi superiori alle sette persone”.

I militari sparavano anche sulle ambulanze. Al di fuori di ogni regola, anche di quelle di guerra.

Al punto che ci furono discussioni accese tra militari e poliziotti, dato che non tutti accettavano di adeguarsi ciecamente a questi metodi barbari.

Anche quando sarebbe stato possibile far uscire, evacuare, la gente dai rifugi – magari con i lacrimogeni – i comandanti preferivano attaccare con i carri armati. Chi non è morto sotto le macerie è stato divorato dalle fiamme. “Dal sottosuolo – ha concluso – abbiamo estratto decine di corpi di bambini”.

Gli avvenimenti del 2015-2017, secondo il transfuga turco, erano al di fuori di ogni norma sia religiosa che legale.

Così come le operazioni qui condotte non avevano alcun fondamento dal punto di vista militare. E' giunto alla conclusione che fossero meramente e interamente un'operazione politica. Condotta, ovviamente, contro la popolazione e la resistenza curda; per umiliarle, demoralizzarle, terrorizzarle...

Ma sempre invano, come si è visto.

argentina/uruguay/paraguay / movimiento anarquista / news report Thursday December 27, 2018 19:57 byJosé Antonio Gutiérrez D.

El 24 de Diciembre, ha muerto Osvaldo Bayer, periodista e historiador que rescató la importancia del movimiento anarquista en la Argentina.


Osvaldo Bayer (1927-2018): muere el vengador de los demonizados y silenciados de la historia

El 24 de Diciembre, ha muerto Osvaldo Bayer, periodista e historiador que rescató la importancia del movimiento anarquista en la Argentina. Pese a que tuvo relaciones cordiales con el movimiento anarquista, su labor no fue la de un militante, sino la de un intelectual comprometido con las luchas populares. Esto no lo digo a modo de crítica: por el contrario, su obra fue clave para recuperar el imaginario libertario en un contexto marcado por el populismo peronista y golpeado por recurrentes y sangrientas dictaduras militares. Él escribió la historia mirando hacia adelante. Cada una de sus obras, escritas con rigor histórico y siempre desde abajo, fue una polémica con el presente.

Su obra cumbre, “Los Vengadores de la Patagonia Trágica”, la cual fue llevada al cine en 1974 bajo el título de La Patagonia Rebelde, recrea los eventos en torno a la masacre de estancieros y peones afiliados a la sindical anarquista FORA en la región de Río Gallegos, Patagonia argentina, en 1921 y 1922 por el gobierno radical y supuestamente “popular” de Hipólito Yrigoyen. No sólo rescató de la memoria las víctimas de la modernización capitalista argentina, sino que además demostraba que la clase obrera jamás ha tenido aliados entre los poderosos, entre los gobernantes, y que cada vez que reclama su derecho a decidir su destino por ella misma, es golpeada desde arriba. Esta obra histórica era un recordatorio de jamás confiar en los gobernantes ni en los poderosos, ni en las instituciones burguesas.

Otras dos obras de él, “Severino di Giovanni, el Idealista de la Violencia” y “Los Anarquistas Expropiadores” recuperaban a aquellas figuras del anarquismo que se enfrentaron al fascismo, a la dictadura y a los organismos represores del Estado en Argentina. Combatió, con estas obras el mito de los “dos demonios” con el cual se intentaba justificar la violencia de la dictadura, aludiendo a que supuestamente la violencia de los poderosos era una violencia preventiva, justificada por los riesgos de una eventual dictadura totalitaria comunista. Demostró, con su obra, que la violencia de la burguesía, del Estado, tiene por único fin someter al pueblo en condiciones de oprobio y explotación, que no tienen más cálculo que sus propios intereses que disfraza en el lenguaje de la dizque seguridad nacional. Y por último, que la violencia de los de abajo jamás ha sido gratuita, sino que responde a las condiciones de física represión y de violencia estructural a la que han estado sometidos.

Hay otro aspecto que es importante de destacar en los “Anarquistas Expropiadores”. En momentos en que el capitalismo “multicultural” de Benetton y Silicon Valley, celebran el cosmopolitanismo burgués, la multiculturalidad de la explotación, argumentando que la inmigración es buena porque contribuye a la economía (capitalista), celebrando al inmigrante sumiso que se vende feliz en el mercado o al migrante empresario, este libro ofrece una perspectiva muy diferente. Bayer celebra a los migrantes demonizados, a aquellos “indeseables” que desde todas partes del mundo, llegaron a Argentina a construir un mundo nuevo, a destruir el capitalismo y construir el socialismo, a luchar junto a sus hermanos explotados y oprimidos sin importar su raza, quienes llegaron a enseñar el sentido real de la palabra solidaridad. Aquellos que se negaban a ponerse un precio de venta para el mercado y de asimilar la injusticia. Su defensa del internacionalismo y del derecho de luchar de los seres humanos donde quiera que se encuentren, es un mensaje importante y subversivo en una época en que los migrantes son mostrados, incluso por la prensa supuestamente progresista, como meros empleados felices, deseosos de adaptarse al mercado y de integrarse al capitalismo global.

Bayer no sólo escribió, sino que caminó junto a los oprimidos y explotados, denunciando los crímenes de las dictaduras y del sistema en su fase de “normalidad” capitalista, haciendo cátedras libres y libertarias, pronunciándose y estando junto al pueblo hasta el final. Junto a mapuches, anarquistas, socialistas de todos los colores, Madres de la Plaza de Mayo, junto a los trabajadores, siempre contribuyó, humildemente, para la creación de una sociedad emancipada con aquello que hacía mejor: escribir y educar. Muere el hombre, pero su obra lo sobrevivirá alumbrando a quienes caminamos hacia el horizonte esquivo de la liberación.

José Antonio Gutiérrez D.
27 de Diciembre, 2018

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