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Martedì 12 giugno (festa nazionale della Russia) chiamiamo a una giornata di azione per denunciare la tortura e l’incarcerazione di alcuni anarchici antifascisti russi,che al momento si trovano in carcere a seguito di confessioni estorte con la violenza.

Le azioni: postate una vostra foto con messaggi di sostegno e di solidarietà per i prigionieri anarchici. Potete includere dei cartelli con i nomi dei compagni detenuti e torturati (riportati qua sotto).

Il Workers Solidarity Movement Ireland condurrà inoltre una protesta il 20 giugno alle 7 della sera fuori dall'ambasciata russa a Dublino, con cartelli e striscioni simili.

Speriamo che vi unirete a noi in questa giornata di azione e di solidarietà.

Egor Zorin — Arrestato intorno al 17-18 ottobre, è stato il primo a essere arrestato, e il primo a rilasciare una confessione. Attualmente si trova agli arresti domiciliari.

Ilya Shakursky — Arrestato il 19 Ottobre. La polizia aveva nascosto due bombe a mano e una pistola sotto il sedile posteriore della macchina di Shakursky. Torturato con scariche elettriche nel seminterrato di detenzione preventiva fino a ottenere una confessione. Attualmente in custodia cautelare.

Vasily Kuksov — Arrestato il 19 ottobre. Picchiato dalla polizia e torturato in custodia cautelare. Nella sua macchina (il cui sportello ha la serratura rotta) erano state nascoste delle pistole. Al momento si rifiuta di rilasciare o confermare testimonianze alle forze dell’ordine. Attualmente in custodia cautelare.

Andrey Chernov — Arrestato a inizio novembre, è stato torturato finché non ha ammesso di essere colpevole. Attualmente in custodia cautelare.

Arman Sagynbayev — Arrestato a inizio novembre a San Pietroburgo, Sagynbayev sarebbe affetto da gravi problemi di salute e bisognoso di assistenza medica. Brutalmente torturato, attualmente si trova in custodia cautelare.

Nella città di San Pietroburgo
Viktor Filinkov — Rapito in aeroporto dal FSB il 23 gennaio e torturato finché non ha firmato una confessione. Attualmente in custodia cautelare.

Igor Shishkin — Rapito e torturato finché non ha firmato una confessione. Attualmente in custodia cautelare.

Ilya Kapustin — Un testimone. Torturato e interrogato, è stato infine rilasciato.

A partire dallo scorso autunno, il FSB ha iniziato ad arrestare antifascisti e anarchici coinvolti nell’organizzazione del boicottaggio delle elezioni presidenziali e della prossima Coppa del Mondo FIFA che si svolgerà in Russia. I servizi segreti hanno inventato l’esistenza di un’organizzazione anarchica terrorista chiamata "La Rete" e hanno dato fondo a tutta la creatività dello stato affinché questa montatura risultasse credibile. Il FSB ha falsificato prove, sequestrato i sospettati e ha sistematicamente fatto ricorso pestaggi e scariche elettriche in modo da ottenere false confessioni. I nostri compagni sono detenuti in condizioni disumane in centri di detenzione sovraffollati, in modo da distruggerli fisicamente e psicologicamente. Tutto ciò non può passare sotto silenzio. L'attenzione del mondo intero si rivolgerà verso la Russia il 14 giugno, data di inizio della Coppa del Mondo. Non lasciamo che i nostri compagni vengano dimenticati!

internazionale / lotte indigene / cronaca Wednesday May 30, 2018 06:31 byGianni Sartori

Tra le molteplici condanne espresse in questi giorni per le brutali uccisioni operate dall’esercito israeliano, acquistano particolare rilevanza quelle del curdi (Comitato Esecutivo del PKK) e dei movimenti antirazzisti sudafricani


Con il sostegno del Sud Africa, curdi e palestinesi uniti contro l’oppressione

Gianni Sartori

Tra le molteplici condanne espresse in questi giorni per le brutali uccisioni operate dall’esercito israeliano, acquista particolare rilevanza quella del Comitato Esecutivo del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan): “Israele ha aperto il fuoco su manifestanti a Gaza uccidendo dozzine di palestinesi. Condanniamo con forza il massacro di Gaza e porgiamo le nostre sincere condoglianze alle famiglie dei martiri e al popolo palestinese”.

Nella dichiarazione del PKK si afferma poi che “il conflitto tra Palestina e Israele non potrà essere risolto con la violenza: Gerusalemme è la capitale di tutte le religioni e perfino dell’umanità. Dichiarare questa città capitale di Israele è una mancanza di rispetto nei confronti delle religioni e allo stesso tempo una provocazione. È evidente che l’annoso conflitto israelo-palestinese non si può risolvere con la violenza, ma solo attraverso un dialogo e negoziati. Ogni uso della violenza porta solo a un inasprimento dei problemi. Il recente massacro lo ha dimostrato ancora una volta.”

Il comunicato prosegue ricordando come i palestinesi non abbiano lottato solo per la propria liberazione, ma anche “sostenuto lotte per la libertà e la democrazia in altre parti del mondo. Anche il movimento di liberazione curdo sotto la guida del PKK ha avuto sostegno”. Peraltro, almeno nel caso dei Curdi, ricambiati: “Nella guerra in Libano nel 1982 quadri del PKK hanno combattuto fianco a fianco con palestinesi, 13 di loro sono caduti martiri in questa guerra. La solidarietà del popolo curdo con il popolo palestinese e arabo continua come allora.”

Un destino tragicamente simile, pressoché identico, quello delle due “Nazioni senza Stato” curda e palestinese.

Due Stati, Turchia e Israele, praticano entrambi un “colonialismo genocida” con il sostegno di altre potenze, regionali e non.

Quanto alle lacrime oggi versate dal governo turco dell’AKP di fronte all’ennesimo massacro perpetrato contro il popolo palestinese, per il PKK sono soltanto “lacrime di coccodrillo”.

Nonostante qualche momentaneo contenzioso i rapporti tra Stati oppressori rimangono sostanzialmente solidi. Sia gli aerei F-35 (quelli che Ankara sta per acquistare dagli USA), sia i droni utilizzati dalla Turchia nell’attacco contro Afrin, sono costruiti con tecnologia israeliana e statunitense. E del resto “la Turchia ha appreso da Israele e dagli Stati Uniti le più complesse tecniche per la sua sporca guerra contro la lotta del popolo curdo”. Per non parlare della probabile collaborazione israeliana (oltre che della CIA) alla cattura di Ocalan in Kenia.

Affermazioni significative e impegnative per il futuro delle lotte di liberazione in Medio Oriente quelle poste a conclusione del comunicato:

“Gli amici più coerenti del popolo palestinese e del popolo arabo in Medio Oriente sono il popolo curdo e il movimento di liberazione sotto la guida del PKK. L’alleanza curdo-araba e la lotta comune avranno un ruolo storico nella liberazione di tutti i popoli del Medio Oriente. Il PKK non dimenticherà né la solidarietà del popolo palestinese né coloro che sono caduti nella guerra contro Israele nel 1982. L’amicizia e la solidarietà e amicizia con il popolo palestinese continuerà anche in futuro.

Condanniamo ancora una volta il massacro a Gaza e ripetiamo che la lotta del popolo palestinese e curdo per la libertà trionferanno sicuramente contro ogni attacco”.

Perché considero tanto importante questa dichiarazione? Principalmente perché è chiarificatrice. Entrambi questi due popoli subiscono repressione e genocidio da regimi autoritari (Israele e Turchia). Entrambi lottano per i loro sacrosanti Diritti (compreso quello all’Autodeterminazione), ma paradossalmente negli ultimi tempi palestinesi e curdi sembravano talvolta trovarsi schierati in campi avversi. O almeno così pretendevano di interpretare – e di spiegarci – alcuni compagni di area “campista” (vedi fra tutti gli interventi contro le YPG – accusate di collaborazionismo con USA e Israele – di Furio Grimaldi; prese di posizione – a mio avviso – quantomeno discutibili).

C’era – va detto – anche qualche brutto precedente, sia da parte dei palestinesi che dei curdi. Per esempio negli anni ottanta elementi palestinesi avevano combattuto contro i curdi per conto di Saddam, mentre è noto che alcune organizzazioni curde si erano apertamente schierate con gli USA (sto parlando del PDK di Barzani ovviamente). In realtà entrambi questi popoli erano – e sono – vittime, oltre che di una brutale repressione di Stato, talvolta anche di strumentalizzazioni interessate. Fermo restando che quando si pretende di giudicarne le scelte tattiche non bisogna dimenticare che in quanto popoli devono comunque poter sopravvivere, continuare ad esistere (e questo talvolta può comportare una certa dose di pragmatismo, se pur obtorto collo).

Quindi questa dichiarazione del PKK, doverosa ovviamente, mi sembra rimetta molte cose al loro posto, chiarisca eventuali equivoci e rilanci possibilità di liberazione per tutti i popoli che subiscono la violenza degli Stati.

E anche dal Sudafrica si è levata una corale protesta contro il massacro al confine della Striscia di Gaza. Paragonato a quelli di Sharpeville (1960), Soweto (1976) e – dato che i militanti della sinistra sudafricana non vivono solo di memoria – anche di Marikana (agosto 2012) dove 34 minatori in sciopero sono stati uccisi dalla polizia.

Evidentemente non soddisfatte del richiamo dell’ambasciatore già operato da Pretoria, alcune componenti della protesta (vedi il movimento BDS, ossia “boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni” ovviamente nei confronti di Israele) chiedevano con forza la fine dei rapporti diplomatici con Tel Aviv e la sospensione degli accordi commerciali.

Va ricordato come all’epoca dell’apartheid i rapporti tra Israele e RSA fossero se non ambigui, perlomeno ambivalenti (mentre quelli attuali con la Turchia potremmo definirli “altalenanti”, per lo meno quando si tratta dei curdi). Se da un lato collaborava a livello economico e militare (avrebbe fornito anche gli indispensabili elementi tecnici per realizzare l’atomica) con Pretoria, dall’altro Tel Aviv avrebbe collaborato all’addestramento di alcune formazioni guerrigliere dell’ANC.

Anche se a Johannesburg l’iniziativa è stata piuttosto contenuta (poco più di duecento persone), in tutto il Sudafrica (soprattutto a Città del Capo) sono stati migliaia – complessivamente – i sudafricani che nella giornata del 16 maggio hanno manifestato apertamente la loro disapprovazione per quanto era accaduto (ossia l’uccisione di decine di abitanti di Gaza) e anche per ricordare il settantesimo anniversario della Nakba (la “Catastrofe” per i palestinesi). Forte la presenza dei sindacati tra cui la neonata SAFTU (South African Federation of Trade Unions) e la NUMSA (National Union of Metalworkers of South Africa)

Senza mezzi termini, la condizione dei palestinesi è stata paragonata – per analogia – a quella dei Neri all’epoca dell’apartheid (con il suo retaggio di colonialismo, occupazione delle terre, suprematismo razziale, segregazione territoriale) ricordando come a quel tempo l’OLP si schierasse apertamente contro la segregazione razziale nella RSA.

Per Jessie Duarte, vice segretario dell’ANC, l’Onu avrebbe fallito in quanto “Israele ignora le sanzioni” invocando quindi un “movimento di solidarietà internazionale” per fermare quella che ha definito “azione disumana contro il popolo palestinese”. Così recitava il comunicato ufficiale emesso dall’ANC: “Le vittime partecipavano ad una protesta pacifica. Considerato il modo grave e indiscriminato dell’ultimo attacco di Tel Aviv, il governo sud africano ha deciso di richiamare l’ambasciatore Sisa Ngombane con effetto immediato fino ad ulteriore notifica”. Aggiungendo che “noi guardiamo con incredulità al fatto che un popolo che ci ricorda continuamente l’odio e il pregiudizio che gli ebrei hanno subito durante il regno antisemita di Hitler, possa usare la stessa crudeltà meno di un secolo dopo”. A parte l’uso improprio del termine “antisemita” (d’altra parte ormai generalizzato) penso che nessuno possa avanzare dubbi sulla profonda consapevolezza antirazzista dei militanti dell’ANC (all’epoca dell’apartheid la loro identificazione con gli ebrei perseguitati dal nazifascismo era totale e ne parlo anche per conoscenza diretta) scevra – ca va sans dire – da qualsivoglia ambiguità “rosso-bruna”. Critiche al governo sono però partite da alcune delle principali organizzazioni ebraiche sudafricane (Federazione sionista e Comitato sudafricano ebraico). Il ritiro dell’ambasciatore veniva definito “una mossa oltraggiosa che mostra il doppio standard utilizzato contro lo stato ebraico”. In quanto stato sovrano, Israele avrebbe “il diritto di difendere i suoi confini e i suoi cittadini”: Accusando poi Hamas di “istigare la sua gente ad assaltare la barriera di sicurezza e ad attaccare i civili israeliani”.

Un groviglio se non inestricabile, certo di difficile risoluzione quello che avvolge la questione palestinese. Oltretutto il recente bagno di sangue sul confine ha fornito a Erdogan il pretesto per riciclarsi (lui, il boia dei curdi!) come un paladino degli oppressi. * A mio avviso una possibile via di uscita (sempre che ne esista una) sarebbe quella di confrontarsi, anche in Palestina, con i principi del Confederalismo Democratico, come sperimentato dai curdi in Rojava e – compatibilmente con la difficile situazione- in Bakur. Forse bisognerebbe pensarci. Non solo in Palestina e Kurdistan ovviamente.

Gianni Sartori

*nota 1: E perfino a qualche personaggio dichiaratamente di destra o rosso-bruno di ripresentarsi in versione “antimperialista”. Come negli anni settanta quando neofascisti e neonazisti italici ostentavano un’ambigua solidarietà al popolo palestinese (vedi la “Organizzazione Lotta di Popolo” -OLP- emanazione di Avanguardia Nazionale e forse “antenata” di Terza Posizione) anche se poi i loro nipotini (NAR, Terza Posizione…) in Libano stavano con la Falange maronita e con il maggiore Haddad (e quindi, di fatto, con Tsahal – l’esercito israeliano – come a Sabra e Chatila).

Arrivando perfino ad assaltare l’abitazione del rappresentante dell’OLP (quella autentica, palestinese) a Roma.

Scongiurato per anni dal movimento, un nuovo tentativo di espulsioni dalla ZAD di Notre Dame des Landes è cominciato. Comunicato dal movimento contra l'aeroporto da lunedi 9 Aprile 2018.

Leggi anche in inglese : A call for intergalactic solidarity actions everywhere to end the destruction of the zad



Scongiurato per anni dal movimento, un nuovo tentativo di espulsioni dalla ZAD di Notre Dame des Landes è cominciato. Dalle 3 del mattino, l’operazione si è manifestata in tutta la sua brutalità: interminabili file di furgoni blu, carri blindati, lacrimogeni, le prime cariche e i primi arresti. Le forze dell’ordine hanno annunciato che ai giornalisti è severamente vietato l’uso di "qualunque dispositivo" e hanno loro bloccato l’ingresso alla zona. Hanno affermato che scattare fotografie è proibito e che i media dovranno accontentarsi da quelle fornite dalla polizia.

Queste espulsioni confermano la pretesa del governo a ristabilire la legge, mentre di fatto la calpestano brutalmente. La prefettura non si è degnata di lasciare la possibilità agli abitanti della ZAD di avere accesso al minimo garantito dalla legge sul diritto all’abitare, in questo caso all’accesso a procedure nominative e al diritto di contestare l’espulsione. Eppure gli abitanti della maggior parte della ZAD avevano più volte rivendicato l’appartenenza al luogo a proprio nome negli anni passati.

Il doppio gioco della Prefettura è evidente oggi in tutta la sua ipocrisia: annunciare la ricerca di una risoluzione "pacifica e serena della situazione" proprio mentre invia 2500 agenti a distruggere le abitazioni. Ci viene proposta una possibile soluzione che opera secondo categorie che sono pura fiction, che non rispondono a null’altro che ai bisogni di uno story telling repressivo nel quale si è rinchiuso il governo: qui non ci sono dei radicali da una parte e contadini dall’altra, ma un’inisieme di pratiche e modalità che si intrecciano per condividere questo territorio. Contrariamente a ciò che afferma Gérard Collomb, nessuno si è ancora regolarizzato individualmente a scapito degli altri nelle ultime settimane. L’insieme del movimento ha proposto un quadro di accordo collettivo per la totalità degli abitanti e dei progetti.

Ma il governo non poteva semplicemente ammettere che il progetto dell’aeroporto era inutile, bisognava assolutamente che si vendicasse di chi l’aveva forzato all’abbandono. La terra muore, le strutture economiche più brutali atrofizzano le nostre vite, e ovunque degli individui aspirano a uscire da questo stato di cose. Erano 30000 il 10 febbraio a mettersi in gioco per sostenere il futuro della ZAD. Ma il messaggio politico del governo questa mattina è molto chiaro: non sarà lasciata nessuna possibilità agli spazi di sperimentazione.

La nostra rabbia è grande questa mattina di fronte al disastro rappresentato dalla distruzione in atto di case e spazi di vita che abbiamo costruito qui. La nostra inquietudine è grande all’idea che l’esperienza collettiva della ZAD sia messa in pericolo dall’ondata poliziesca.

Ma la ZAD non sparirà. Noi abitiamo qui, abbiamo messo radici in questo bosco, non ce ne andremo. Nel 2012, l’opprimente arroganza dello Stato gli si ritorce contro. In un contesto di aumento di scioperi, manifestazioni, occupazioni in tutto il paese, scommettiamo che le espulsioni di Notre Dame des Landes diventerà un nuovo motore della rivolta che si diffonde qui e ora. Questa operazione di distruzione si ritorcerà di nuovo contro i suoi artefici.

Chiediamo a chiunque possa unirsi a noi da subito o nei prossimi giorni di venire alla ZAD. Più di 80 punti di raduno sono già previsti in tutta la Francia stasera, tra le altre a Nantes e Rennes alle 18. La risposta a queste espulsioni si troverà anche col tempo. Ci sarà una manifestazione a Nantes questo sabato, e un incontro alla ZAD è stato organizzato per questo weekend.

brasile/guyana/suriname/guiana francese / repressione / prigionieri / comunicato stampa Monday March 19, 2018 22:30 byCoordinazione Anarchica Brasiliana

Nella notte dell’ultimo mercoledi, 14 marzo, dopo essere uscita da un dibattito con altre donne nere, a Lapa [quartiere di Rio de Janeiro], Marielle Franco è stata vittima di una brutale esecuzione. Anche l’autista della macchina dove Marielle si trovava, Anderson Pedro Gomes, è stato assassinato.

Hanno ucciso una militante, donna, nera, lesbica, nata nella Favela da Maré, difensora dei Diritti Umani, consigliera comunale del PSOL [Partito Socialismo e Libertà], e che era recentemente diventata relatrice della comissione responsabile per vigilare l’Intervento Militare a Rio de Janeiro [decretato dal Governo Federale del presidente Temer il 16/02 che pone l’esercito al controllo della sicurezza publicca].

Da anni Marielle continuava a denunciare gli abusi della Polizia Militare dello Stato, e stava seguendo da vicino gli sviluppi crudeli del recente intervento federale-militare. Quattro giorni prima della sua morte, Marielle aveva denunciato un azione sanguinaria del 41° battaglione della PM nella Favela do Acari, dove poliziotti terrorizzavano gli e le abitanti, invadendo case e assasinando giovani.

Gli assissanti di Marielle e Anderson rappresentano un azione orchestrata da uno Stato Terrorista e Genocida, che non usa maschere per decimare il popolo nero e per mandare un messaggio a tutti e tutte che si collocano contro il massacro sfrenato promosso nelle periferie. Non è coincidenza o uno sbaglio della Politica di Sicurezza Publicca dello Stato la morte della compagna in piena forza dell’intervento federale-militare. L’avanzare della repressione, attraverso questa misura, è che autorizza questo nuovo e profondo passo del terrorismo di stato. Trattasi di un azione chiaramente ben archittetata: nove spari contro un veicolo, un caso esplicito di esecuzione sommaria di una lottatrice del popolo.

Lo Stato, il capitalismo brasiliano e le sue istituzioni seguono funzionando, con il loro profilo storico di manutenzione delle diseguaglianze strutturali e di perpetuazione diretta o indiretta della barbarie.

In questo momento di dolore, tristezza e odio, dobbiamo dare tutta la solidarietà alle famiglie di Marielle e Anderson, alle compagne e compagni del PSOL e a tutti e tutte quelli che sono quotidianamente in trincea contro il genocidio del popolo nero.

STATO TERRORISTA!
PER LA FINE DELL’INTERVENTO FEDERALE-MILITARE!
PER MEMORIA, VERITÀ E GIUSTIZIA!!!
MARIELLE FRANCO: PRESENTE!

CAB – Coordinazione Anarchica Brasiliana
nord america / messico / lotte sul territorio / intervista Saturday March 10, 2018 15:12 byKaleigh Rogers

Un numero crescente di abitanti di Detroit, escusi dalla digitalizzazione, hanno avviato un movimento di base per costruirsi internet da soli. Il Detroit Community Technology Project e' una coalizione di membri della comunità e di diverse realtà no-profit. Hanno iniziato coprendo tre quartieri scarsamente serviti, installando internet ad alta velocità che trasmette connessioni condivise da un'antenna posta in cima all'edificio più alto della strada e dentro le case di persone che se ne erano andate da molto tempo. Hanno chiamato il progetto “Equitable Internet Initiative”.Il 40% degli abitanti di detroit non ha nessun accesso a internet.

Spesso si pensa che ad essere bloccati senza un accesso ad internet siano solo gli abitanti dell'America rurale. Ma perfino nelle città più grandi e popolose una significativa fetta di popolazione non può andare online.
Prendiamo Detroit, dove, secondo i dati della Federal Communications Commission il 40% della popolazione non ha accesso ad internet da casa, e non stiamo parlando solo di connessioni veloci. Il 70% dei bambini in età scolare non ha accesso alla rete da casa. Detroit ha uno dei divari digitali più ampi del paese, dice la FCC.
“Quando pensi a tutti i modi in cui internet influisce sulla nostra vita e di come sia possibile che il 40% degli abitanti di Detroit non abbia l'accesso alla rete, inizi a capire come mai la città è rimasta bloccata per così tanto tempo in questa disparità economica”, mi dice Diana Nucera, direttrice del Detroit Community Technology Project.
La Nucera fa parte di un numero crescente di abitanti di Detroit che hanno avviato un movimento di base per colmare questa lacuna, costruendosi internet da soli. E' una coalizione di membri della comunità e di diverse realtà no-profit. Hanno iniziato coprendo tre quartieri scarsamente serviti, installando internet ad alta velocità che trasmette connessioni condivise da un'antenna posta in cima all'edificio più alto della strada e dentro le case di persone che se ne erano andate da molto tempo. Hanno chiamato il progetto “Equitable Internet Initiative”.
Il problema non riguardava solo i costi, proibitivi per molti abitanti, ma anche le infrastrutture. La Nucera racconta che a causa dei problemi economici della città, molte grandi aziende di telecomunicazione non hanno ritenuto opportuno investire nell'espansione delle proprie reti sul territorio cittadino. La città è piena di cavi in fibra ottica che non sono collegati né a case né ad attività commerciali, una sorta di relitti dei giorni migliori.
Sempre secondo la Nucera, gli abitanti che non possono permettersi internet godono spesso di sussidi cittadini o federali come ad esempio i buoni pasto. L'intero progetto è partito la scorsa estate, con l'arruolamento di amministratori digitali, cittadini di ogni quartiere interessati a far parte di questa coalizione senza scopo di lucro facendo un po' di tutto, dal passaparola all'insegnamento della cultura digitale, passando per l'installazione dei router e per il cablaggio della fibra.
Molte di queste persone non avevano nessuna esperienza tecnica in questo campo, ma dopo un periodo di formazione di 20 settimane sono diventati capaci di installare, risolvere i problemi e gestire interamente una rete. Inoltre stanno ancora puntando a diffondere l'alfabetizzazione digitale, in modo tale che ognuno poi possa realmente possedere una propria rete.
“Vogliamo assicurarci che non ci stiamo limitando ad installare tutte le attrezzature, ma anche educando la comunità”, dice Rita Ramirez, una degli steward che lavora al progetto nel quartiere sud occidentale della città.
Uno dei componenti che i gruppi sono più desiderosi di sviluppare è la rete intranet che deriverà dal collegamento di diversi edifici (circa 50 per ogni quartiere) ad una connessione wireless condivisa. Si stanno incoraggiando i residenti a sfruttare questa intranet e a creare strumenti condivisi come un forum e una rete di comunicazione di emergenza completamente localizzata e sicura.
In una città che si sta ricostruendo dopo un decennio di turbolenze economiche, internet non può più essere un lusso per soli ricchi. Il rinascimento di Detroit non avrà luogo fino a che ogni comunità residente in città non avrà accesso agli strumenti base del lavoro moderno, dell'istruzione, della sanità e della comunicazione. Tutta Detroit (o certamente almeno più del 60% dei suoi abitanti) ha bisogno di un accesso a internet e la struttura attuale imposta dalla grandi compagnie di telecomunicazione non hanno reso tutto ciù un obiettivo facile da raggiungere.
Nucera conclude ricordando che “la comunicazione è un diritto umano fondamentale. Quello che stiamo facendo è giustizia digitale”.

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