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LA LOTTA DEI KURDI E' PER L'UMANITA'

category grecia / turchia / cipro | antifascismo | intervista author Sunday August 30, 2015 06:27author by Gianni Sartori Report this post to the editors

Dopo i recenti attacchi dell'esercito turco contro i villaggi curdi e la violenza sulle popolazioni, un'analisi sulle vere implicazioni delle azioni militari di Ankara. Uno sguardo sulla tacita accondiscenda dell'Europa nei confronti del terrore di stato operato dalla Turchia e sulle esperienze di autogoverno in atto nei territori curdi.

LA LOTTA DEI KURDI E' PER L'UMANITA'

Intervista con l'Ufficio d'Informazione del Kurdistan in Italia (UIKI-Onlus)

(Gianni Sartori)

1) In qualche modo l'apparizione dell'ISIS (a cui la Resistenza curda ha saputo opporsi adeguatamente) è legata ad alcune delle Primavere Arabe (v. Siria, Libia...) sorte intorno al 2010. Quello che venne descritto come un “risorgimento” della società civile ha subito una innegabile involuzione. Una vostra opinione in proposito.
 
Le Primavere Arabe, in generale, erano rivolte popolari: autentici simboli della ricerca di libertà, democrazia e giustizia dei popoli. I leader di tali movimenti, però, non avevano un obiettivo comune, né un progetto concreto per il futuro. Guardavano a tali rivolte solo come uno strumento per ottenere un cambio di potere. Ciò ha messo in discussione anche l'appoggio popolare: quando il popolo si è reso conto della situazione, si è tirato indietro. Un altro aspetto da considerare è la violenza: quando essa è entrata in gioco, tutto è cambiato, perché sia i regimi dittatoriali che altri stati coinvolti hanno cercato di usarla a proprio favore. I kurdi, al contrario, hanno sempre avuto un progetto: per questo non hanno mai perso l'appoggio popolare.

2) Apparivano invece di maggior incisività (laiche, progressiste, autonome...) le sollevazioni che hanno interessato la Turchia negli ultime due anni e in cui era consistente la presenza dei kurdi. Come valutate le prospettive di tali movimenti (anche tenendo conto dei recenti risultati elettorali)?
 
Le rivolte in Turchia sono una risposta all'assenza di un sistema democratico. La Turchia ancora sostiene e difende l'omogeneità dello stato-nazione, considerando tutti gli altri gruppi, popoli e credi come nemici. Principalmente l'atteggiamento della Turchia verso i kurdi è caratterizzato dalla tendenza a negare, annientare ed assimilare. Se lo stato turco continuerà a tenere un approccio antidemocratico e militare su ogni questione, tali rivolte continueranno, anche con possibilità di successo. Il progetto dell'HDP rappresenta l'alternativa al regime antidemocratico presente in Turchia. Nelle elezioni del 7 giugno l'HDP ha avuto un grande successo: e crediamo che continuerà a crescere, perché si tratta di un progetto di pace, basato su democrazia, collaborazione, convivenza e diritti delle donne.

3) La Resistenza di Kobane ha sicuramente rappresentato un punto di riferimento estremamente positivo per larga parte dell'opinione pubblica democratica europea. Purtroppo la stessa stampa (e i media in genere) occidentale, che aveva solidarizzato con voi, non sembra scandalizzarsi più di tanto per i recenti raid turchi sui campi profughi e sui villaggi di kurdi (forse perché la Turchia è un membro forte della NATO?). Come giudicate questa ambiguità?
 
Certo, si tratta di una contraddizione: tale ambiguità è negativa.  La NATO ha un ruolo e lo sta giocando. La Turchia utilizza i meccanismi della NATO e dei suoi alleati contro di loro: in tal modo li spinge a rimanere in silenzio, affermando che si tratta di una questione interna, di una guerra contro il terrorismo. In realtà non si tratta di terrorismo, ma di una vera e propria guerra, e tutti dovrebbero muoversi nel rispetto della Convenzione di Ginevra. Stati Uniti e Unione Europea dovrebbero fermare questi comportamenti della Turchia, far sentire la propria voce; anche perché dovrebbero riconoscere che i kurdi sono parte della guerra contro l'ISIS e che tutti gli attacchi contro i kurdi facilitano solo l'avanzata di ISIS. La contraddizione di base è chiara: se ISIS è un nemico comune, perché non viene fermata la Turchia quando attacca proprio quei kurdi che hanno lottato e continuano a lottare contro ISIS?

4) Il processo di Pace avviato due anni fa su indicazione di Ocalan sembra essere naufragato a causa della politica guerrafondaia e sciovinista del governo turco dell'AKP. Da un riesame di questo processo, pensate esista ancora una concreta possibilità di riprendere le trattative tra organizzazioni curde e governo turco per una soluzione politica del conflitto?
 
Le questioni non si risolvono con la guerra, ma con la democrazia: né il PKK né la Turchia possono risolvere la questione con la guerra, l'unica strada è la pace, il dialogo, l'alleanza. Entrambe le parti sono consapevoli di questo; se si vuol riprendere il processo di pace, esso dovrebbe essere condotto secondo le convenzioni internazionali. Ogni guerra ha anche la sua pace; per costruire la pace c'è bisogno delle due parti. Quindi è necessario un cessato il fuoco bilaterale; per garantire l'imparzialità di questo processo ci dev'essere una terza parte.  Durante i negoziati, i rappresentanti sia del PKK che dello stato turco devono avere gli stessi diritti.

5) La Resistenza curda nei territori curdi amministrati dallo stato turco aveva deposto le armi per favorire il processo di Pace ed ora ha reagito agli attacchi dell'esercito turco. E' solo legittima difesa o si preannuncia una intensificazione della guerriglia?
 
Nelle ultime dichiarazioni uscite anche sulla stampa, il PKK afferma chiaramente: la Turchia ha cominciato questa guerra e stiamo solo mettendo in pratica il nostro diritto di autodifesa. In precedenza più volte il PKK aveva dichiarato che l'AKP stava utilizzando la tattica della provocazione, per far ricominciare la guerra, e che i kurdi non intendevano cedere alle provocazioni e mantenevano una posizione di autodifesa

6) Cosa vi aspettate dall'Unione Europea che finora sembra alquanto tiepida nei confronti degli attacchi turchi? E dagli USA?
 
Stati Uniti e Unione Europea dovrebbero comportarsi secondo i propri principi, cioè agire per la democrazia e la stabilità, obbligando la Turchia a sedersi al tavolo della pace. E' molto importante che il PKK venga rimosso dalla lista delle organizzazioni terroristiche; è la condizione principale per permettere che si facciano passi verso la pace e per risolvere le questioni in maniera veloce. La questione principale in Turchia è la questione kurda; Unione Europea e Stati Uniti dovrebbero sapere che la soluzione della questione kurda è anche un loro interesse; per questo devono forzare la Turchia a cooperare per conseguire la pace.

7) Potreste spiegare in che cosa consiste il progetto di autogestione che interessa un sempre maggio numero di città e villaggi curdi (e non solo)?

I kurdi vogliono che venga riconosciuta la loro volontà, vogliono poter scegliere i propri amministratori e rappresentanti locali, vogliono autogovernarsi; stanno cercando di creare un sistema in cui si possano autogovernare dal basso, rimanendo comunque in contatto con il governo centrale. Danno importanza alla convivenza con gli altri popoli che vivono in Turchia, purché sia riconosciuta e rispettata la loro volontà, dal punto di vista politico, culturale, sociale e legislativo.

8) Un modello di autonomia come quelli del Südtirol e delle Vascongadas potrebbe rappresentare una soluzione per il conflitto tra popolo curdo e stato turco? Per esempio, con la garanzia di poter usare la propria lingua, studiare in curdo, usare la lingua curda anche nei tribunali, autonomia delle amministrazioni locali... E soprattutto, la Turchia è pronta per una tale evoluzione?
 
I kurdi vogliono l'Autonomia Democratica: vogliono prendere le proprie decisioni nelle loro regioni, non vogliono essere gestiti da Ankara, vogliono gestire direttamente dal basso le questioni che riguardano loro e i loro territori. Questa proposta non vale solo per i kurdi, ma per tutte le città e tutti i popoli della Turchia. Però, per arrivare a questo punto, è necessaria una democratizzazione della Turchia: attraverso una nuova costituzione, che tuteli l'uguaglianza dei diritti e la possibilità di un'amministrazione dal basso.
 
10) La Turchia sembra essere ben inserita nel gioco della politica energetica. Ha firmato accordi con l'Europa, la Russia, l'Azerbaigian, la Georgia, l'Iraq...in passato anche con l'Iran, praticamente con tutti, se si esclude l'Armenia. Questo quanto influisce nelle scelte politiche e militari dei governi turchi?
 
Tutta l'energia della Turchia viene dal Kurdistan o arriva in Turchia attraverso il Kurdistan. La Turchia, se accetterà di vivere in pace con i kurdi, avrà un ruolo; per avere il gas, il petrolio e l'acqua dei kurdi è necessaria la pace.

11) A vostro avviso, la concessione della base di Incirlik all'aviazione statunitense potrebbe essere stata una mossa di Ankara per fingere di partecipare alla guerra contro l'ISIS mentre in realtà ha fornito una copertura per riprendere la guerra contro i kurdi?
 
Si sa che gli Stati Uniti hanno bisogno della Turchia, però non dimentichiamo che la Turchia da anni sostiene i jihadisti, in particolare ISIS, che rappresenta un nemico del mondo intero e degli Stati Uniti. Perciò gli Stati Uniti devono opporsi agli attacchi della Turchia contro i kurdi: in quanto il PKK lotta contro ISIS. Gli Stati Uniti non portano avanti una politica chiara nei confronti dei kurdi; ma se vogliono avere un ruolo in Medio Oriente, avranno bisogno dei kurdi, i cui valori sono: secolarismo, democrazia, convivenza pacifica e libertà delle donne

 
12) Una valutazione, se possibile, della posizione assunta da Barzani (v. la richiesta ai militanti del PKK di lasciare i territori curdi all'interno dei confini iracheni).
 
La dichiarazione di Barzani è un grave errore, da parte sua: il PKK è un movimento kurdo, fa parte del Kurdistan, e dire al PKK di uscire dal proprio territorio non è una mossa politica ragionevole, non aiuta a raggiungere una soluzione della questione kurda. I kurdi, al contrario, dovrebbero riunirsi in un Congresso Nazionale, al fine di trovare una strategia condivisa. Quelli che attaccano i kurdi, senza fare distinzioni, attaccano in sostanza ogni movimento e l’intera popolazione.
(Gianni Sartori)

author by Gianni Sartoripublication date Mon Sep 07, 2015 15:20author address author phone Report this post to the editors

*UIKi Onlus, Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia www.uikionlus.com

**HDP, Partito Democratico dei Popoli (in curdo: Partiya Demokratik a Gelan; in turco: Halklarin Demokratik Partisi). Alle ultime elezioni in Turchia ha conquistato più di ottanta seggi diventando un punto di riferimento non solo per i kurdi, ma anche per larghi strati della sinistra e dei movimenti (femministe, libertari, ecologisti...). Il programma elettorale: http://www.uikionlus.com/hdp-presenta-il programma-elettorale/
(nda)

***AKP, Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (in turco: Adalet ve Kalkinma Partisi). Conosciuto come partito di Recep Tayyip Erdogan è al potere dal 2002. Partito di centro-destra (paragonato talvolta alla CDU tedesca) viene definito “islamico-moderato”. Andrebbe comunque considerato sostanzialmente anti-laico e sicuramente finora non aveva mostrato particolare entusiasmo nel contrastare l'ISIS (nda)

**** PKK, Partito dei lavoratori del Kurdistan (in curdo: Partiya Karkerén Kurdistan), fondato nel 1978 da Abdullah Ocalan e un gruppo di rivoluzionari turchi e curdi tra cui Sakine Cansiz, una delle tre donne uccise a Parigi il 9 gennaio del 2013.
Originariamente di ispirazione marxista-leninista, il PKK attualmente si ispira al nuovo paradigma ampiamente spiegato negli scritti dal carcere di Abdullah Ocalan proponendo un sitema basato sull'Autonomia Democratica i cui principi sono democrazia radicale, ecologia e libertà dalla dominazione di genere e ha abbandonato la richiesta di stato-nazione indipendente proponendo il progetto politico del Confederalismo Democratico. Ocalan si è ispirato anche alle teorie di Murray Bookchin del municipalismo e dell'ecologia sociale (nda).

*****Masud Barzani, leader del KPD (Partito Democratico del Kurdistan), è attualmente il Presidente della Regione, di fatto autonoma, del Kurdistan in territorio iracheno. Suo padre, Mustafà Barzani, era il leggendario fondatore della effimera Repubblica di Mahabad. Barzani viene talvolta criticato per i suoi buoni rapporti, soprattutto commerciali (il petrolio che vende direttamente alla Turchia) con l'AKP di Erdogan e le milizie del KPD, i “pesmerghe”, sono stati criticati dalla popolazione e dagli altri partiti curdi della zona quando hanno abbandonato i popoli Ezidi e Sengal al massacro da parte dell'ISIS.
Altro partito curdo presente nella regione autonoma è il PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) di Jalal Talabani che è stato presidente della Repubblica d'Irak (nda)

author by Gianni Sartoripublication date Thu Feb 18, 2016 15:34author address author phone Report this post to the editors

IL NUOVO “PIANO D'AZIONE” DI ANKARA?
SANGUE E LACRIME PER IL KURDISTAN

Uccisioni, coprifuoco, assedio...e ora anche le armi chimiche. Cresce la preoccupazione per le città curde assediate (Cizre da quasi 60 giorni, Sur anche di più...), con i soldati turchi che impediscono alle ambulanze di soccorrere i feriti, in gran parte donne e bambini (vedi l'agenzia curda AnfEnglish).
Dopo oltre due mesi di assedio e repressione la situazione è sempre più grave. Mentre decine di migliaia di persone nei territori curdi sotto amministrazione turca sono quotidianamente sottoposte a pesanti bombardamenti, negli ultimi giorni l'esercito turco ha massacrato oltre 60 persone a Cizre. Vengono attaccati anche gli edifici dove trovavano rifugio i feriti e si parla dell'uso di armi chimiche (una conferma dalle immagini di corpi completamente bruciati. Avanzo un'ipotesi: fosforo bianco come gli USA a Falluja?). In una cantina di Cizre sottoposta a bombardamento erano bloccati 19 feriti di cui non si hanno più notizie e non si esclude che siano stati passati per le armi (come sembra da alcune immagini su un account twitter vicino all'ASKP). Ancora una settimana fa la deputata Leyla Birlik (esponente di HDP) aveva denunciato che alcuni cadaveri abbandonati nelle strade risultavano completamente bruciati.
Tra le 60 persone giustiziate a Cizre, c’era Mehmet Tunç, copresidente dell’assemblea popolare di Cizre. Sequestrato insieme ad altri civili per due settimane nel seminterrato di un edificio circondato e bombardato dall’esercito turco, aveva detto: “se lo stato turco ci ammazza, quelli che hanno mantenuto il silenzio non vengano a piangere sulla nostre tombe”.

Il nuovo “Piano d'azione in dieci punti” presentato dal primo ministro turco Davutoglu prevede “l'eliminazione delle differenze tra nazione e Stato”, un'espressione che evoca la definitiva negazione dell'identità curda. Quanto ai metodi previsti per “ristabilire l'ordine pubblico” è evidente che saranno quelli impiegati ormai da mesi: repressione, massacri e ora, ripeto, anche le armi chimiche. Un piano da 9 milioni di dollari (almeno quelli già previsti) a cui contribuiranno anche i finanziamenti europei. Notoriamente Ankara gode dell'aperto sostegno della Nato (in chiave anti russa) e del sostanziale, tacito assenso da parte dell'Ue. Al punto che proseguono impunemente, nonostante le proteste del governo locale, anche i bombardamenti degli F 16 turchi in territorio iracheno, sui monti di Qandil dove si rifugiano i guerriglieri del PKK.
GS

“l’Autonomia Democratica è diventata la pratica quotidiana di milioni di donne e di uomini...”

Intervista con l'UFFICIO DI INFORMAZIONE DEL KURDISTAN IN ITALIA (UIKI-Onlus)

(Gianni Sartori, febbraio 2016)

D. Un aggiornamento. Cosa è cambiato per i curdi da qualche tempo a questa parte? Ricordo i molti editoriali, anche recentemente, sull'eroica resistenza curda contro Isis, ma contemporaneamente negli ultimi mesi le città curde venivano poste sotto assedio dall'esercito turco. Inevitabile corollario: coprifuoco, repressione, vittime civili...e senza che da parte dell'opinione pubblica internazionale (penso soprattutto a Unione Europea e Stati Uniti) si levassero adeguate condanne. Perché, a vostro avviso, due pesi e due misure?

Risposta: Effettivamente registriamo un atteggiamento a due facce da parte dell’Europa e degli Stati Uniti, ma più che l’opinione pubblica questa doppiezza riguarda i governi e i media. I curdi diventano eroi, nel nome della civiltà, quando difendono Kobane e sconfiggono L’ISIS, mentre invece sono sospettati addirittura di terrorismo quando chiedono al governo turco il rispetto dei loro diritti. La lotta per creare una comunità libera, equa, egualitaria e ecologica nel Rojava, è la stessa lotta delle popolazioni nelle città del Bakur (Kurdistan sottoposto ad amministrazione turca). La differenza sta solo nel fatto che questa lotta nel Bakur si scontra con i piani del governo turco. I governi di Stati Uniti e Europa hanno la loro convenienza nel mascherare il carattere autoritario e antidemocratico del governo di Erdogan che opprime allo stesso modo i curdi come i turchi che desiderano una nazione libera e rispettosa di diritti fondamentali. Troppi sono gli interessi economici e geopolitici per contrastare le politiche autoritarie, con aspetti apertamente fascisti, del governo di Erdogan: il transito di gas e petrolio, i milioni di profughi in territorio turco da non far venire in Europa, la necessità di arginare il nuovo protagonismo “ imperiale “ della Russia...

D. Quale ritenete sia il progetto di Erdogan (oltre a quello di conservare il potere)? “Risolvere” a modo suo la “questione curda” approfittando della situazione (guerra al terrorismo, controllo dei profughi...)? Forse, azzardo, si è “comprato” il tacito assenso degli Usa e dell'Ue? In cambio di cosa?

Risposta: Erdogan mira a fare della Turchia una potenza a livello internazionale, facendo leva sullo sciovinismo e sul nazionalismo diffuso nella società turca. Ha mire sulla Siria, sull’Iraq, interloquisce con Israele e si confronta alla pari con la Russia e con la potenza sciita dell’Iran. In questo quadro strategico,se torna utile, è compresa anche l’alleanza con l’Isis. Questo piano presuppone tuttavia l’affermazione di un vero e proprio regime interno, con la soppressione di ogni dissidenza e opposizione. I curdi, con la loro rivendicazione di libertà e di giustizia rappresentano oggi il principale ostacolo a questo progetto. Erdogan promette fedeltà e sostegno alle politiche Usa ed Europee in cambio della mano libera verso i curdi e tutti i dissidenti.

D. Un vostro commento sul recente arresto in Turchia di una ventina di accademici che avevano firmato l'appello per la Pace.

Risposta: E' noto che il mondo della cultura è da sempre tra le realtà più sensibili ai temi della pace, della libertà e della giustizia. La condanna degli atti di violenza posti in essere dal governo, con l’uso dell’esercito contro la popolazione civile nelle città curde, è il segnale evidente di questa sensibilità, manifestata in Turchia dal mondo accademico e della cultura. Il progetto autoritario di Erdogan non può tollerare queste voci libere, esse rappresentano un pericolo soprattutto per l’influenza che possono avere sui giovani. Un regime autoritario teme come la peste le voci di dissenso quando sono così autorevoli. Questa vicenda dovrebbe mettere in allarme, oltre che l’intero mondo della cultura in Italia, Europa, e in tutto il resto del mondo, anche gli stessi governi, perché è quanto mai rivelatrice della vera natura del regime turco. Oltre 300 accademici ed esponenti del mondo scientifico europeo (270 solo dall'Italia) hanno sottoscritto l’appello lanciato da accademici e accademiche in Turchia per la ripresa delle trattative di pace e la fine delle operazioni militari e lo stato di assedio che hanno colpito molte città della regione curda in Turchia in spregio a tutte le libertà garantite dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali di cui la Turchia è firmataria. Hanno dimostrato che non vogliono far parte del crimine dello stato turco. E’ molto importante.

D. In sintesi: quale è ora la situazione della popolazione curda nei territori amministrati da Ankara? Come procede la politica dell'Autonomia democratica rivendicata da molte organizzazioni curde? E' praticabile anche in una situazione di guerra come quella attuale?

Risposta: La politica del governo turco nei confronti della popolazione curda nei confini turchi ha conosciuto, negli ultimi mesi, un aggravamento di dimensioni storiche. Il grande successo dell’HDP, sia nell’elezione di giugno che in quelle di novembre (elezioni queste ultime volute da Erdogan proprio per cancellare la presenza politica libera e autonoma dei curdi) rappresenta un pericolo per le mire autoritarie del sultano di Ankara. Il governo di Ankara si sente in pericolo per il fatto che le popolazioni delle città curde, quasi ovunque insieme ai rappresentanti delle istituzioni comunali eletti nell’HDP con grandi maggioranze, stanno sperimentando politiche di autogoverno, e cercano di sviluppare forme democratiche, assembleari e libere di partecipazione per decidere sull’amministrazione del loro territorio. L’Autonomia Democratica è diventata la pratica quotidiana di milioni di donne e di uomini; essi intendono mostrare, alla Turchia e alla intera comunità internazionale come sia possibile un diverso modo di vivere e governare rispetto a quello accentratore, autoritario, violento e corrotto dell’attuale governo turco, orientato a difendere solo gli interessi dei grandi oligopoli e della grande finanza. Contro questa alternativa il governo ha scatenato una guerra vera e propria, schierando l’esercito contro i civili, decretando il coprifuoco e bombardando le case. Questa violenza genera enormi sofferenze nella popolazioni, con lutti e distruzioni, ma non ferma la determinazione delle persone, che resistono nonostante tutto, come i militari turchi hanno dovuto imparare a loro spese a Silvan, come a Cizre, a Sur, come a Nuseybin e in tante altre città.

“...nel Rojava è in atto una vera e propria rivoluzione...”

D. E nei territori curdi posti entro i confini dello stato siriano (a Kobane in particolare)?

Risposta : Nel Rojava ( la regione curda a nord della Siria) è in atto una vera e propria rivoluzione, che investe tutti gli aspetti della società e che noi chiamiamo Confederalismo Democratico. Dall’economia, (attraverso una riorganizzazione e ridistribuzione della produzione e dei beni secondo i bisogni delle comunità e delle persone); alla politica, (con il trasferimento di sempre più ampi poteri alle assemblee popolari di villaggio e di quartiere e con sistemi di deleghe controllate dalla base per le decisioni che interessano ambiti più ampi); dal rapporto tra generi, (con la promozione di uno straordinario e fondamentale partecipazione delle donne ed una lotta senza quartiere al maschilismo e al patriarcato), all’ecologia, (con la costruzione di un diverso rapporto tra uomo e natura, più autentico e rispettoso), nessun aspetto della vita è escluso dalla rivoluzione. In questo sforzo comune, tutte le etnie, le religioni e gli orientamenti politici e culturali (che condividano almeno le idee basilari di democrazia, equità e parità di genere) convivono in pace e nel reciproco rispetto e contribuiscono a dare impulso al cambiamento. Certo, realizzare tutto questo in un’area dove al contrario tutt'attorno prevalgono le ingiustizie sociali, l’intolleranza religiosa, l’autoritarismo politico, il maschilismo e il sessismo più violento e il disprezzo per la natura non è facile, specie se le forze della conservazione e dell’inciviltà praticano la guerra e la violenza come ordinario mezzo di confronto con chi considerano un nemico. Questo vale per l’isis, ma anche per la Turchia, per lo stesso regime di Assad e per molte delle forze che combattono Assad, ma in nome di concezioni ancora più conservatrici ed arretrate. Tuttavia, il cambiamento in atto nel Rojava non si ferma, anzi, diventa sempre di più un riferimento per donne ed uomini che in Medio Oriente, ma anche in Europa cercano con lealtà un’alternativa al capitalismo selvaggio, all’autoritarismo politico e ai fondamentalismi crudeli e disumani.
 
D. Una vostra valutazione sui vari interventi contro Isis (Francia, Russia, Usa...).

Risposta: Non diciamo niente di nuovo se ricordiamo che inizialmente le potenze occidentali, Stati Uniti innanzitutto, ma anche l’Europa, avevano avuto un atteggiamento molto morbido verso l’Isis, considerato un fenomeno locale, tutto sommato utile per abbattere Assad e il suo regime. Era stato tollerato anche il sostegno aperto che la Turchia e gli altri paesi del Golfo offrivano al Califfato. Poi le bande fasciste dell’Isis hanno mostrato al mondo intero la loro vera natura, ed anche le loro mire espansionistiche. Di fronte ai massacri, alle uccisione e agli attentati, l’Europa e gli Stati Uniti hanno cominciato a capire che l’isis era un nemico da combattere. Tuttavia il loro impegno bellico resta nel complesso, piuttosto modesto, limitandosi a dare appoggio con raid aerei alle forze che combattono l’isis sul campo.

Chiaramente il loro obbiettivo era e resta quello di sottomettere la Siria, e comunque di normalizzarla, rendendola una nazione legata alle grandi potenze, come è in larga misura avvenuto con l’Iraq e l’Afganistan. Dal nostro punto di vista vediamo come necessità primaria sconfiggere le bande fasciste dell’Isis e liberare le popolazioni civili in Siria come in Iraq dall’oppressione praticata da questo mostruoso regime. Naturalmente speriamo, e lottiamo per questo, che la liberazione dall’Isis non porti ad altri regimi antipopolari e a nuove colonizzazioni da parte delle grandi potenze, sia del blocco occidentale, ma anche da parte della Russia o dell’ Iran.

D. E un commento sul ruolo realmente svolto da Turchia e Arabia saudita (sospettati di aver avuto rapporti e interessi comuni con Isis)...?

Risposta: Gli stati dell’area mediorientale che maggiormente aspirano ad assumere ruoli di potenze- guida dell’area sono da sempre la Turchia, la monarchia Saudita e l’Iran. Storicamente l’Arabia Saudita ha avuto nell’identità religiosa sunnita un suo collante e punto di forza; più recentemente anche la Turchia, portata da Erdogan lontano dal laicismo kemalista, sfrutta l’identità religiosa sunnita come un mezzo di rafforzamento dell’idea di nazione, in chiave sciovinista. La contrapposizione con la potenza sciita, l’Iran, per la quale egualmente la religione è strumento di rafforzamento identitario e di potere, diventa quasi inevitabile. Lo scontro oggi si è concentrato in Siria, dove la presenza sciita, spesso alleata con la corrente alewita della quale fa parte il clan di Assad, è da sempre forte. L’Isis rappresenta sul campo l’alternativa sunnita, nella forma più estrema. Le due fazioni raccolgono simpatie ed appoggi dalle potenze “confratelle”, interessate, ovviamente, a mettere le mani, anche se per mezzo dei loro alleati, sulle risorse petrolifere e idriche siriane. In realtà il richiamo religioso serve solo a mascherare interessi economico-politici dei vari gruppi di potere. A fare le spese di queste politiche è la popolazione siriana, sottoposta a immani sofferenze che causano l’esodo di milioni di donne e uomini,con le conseguenze ben note anche in Europa.

D. Recentemente la Turchia ha bombardato un villaggio curdo, Sharanish, abitato anche da cristiani (caldei e assiri), un episodio su cui è intervenuta duramente anche la stampa vaticana. Papa Francesco finora è mai intervenuto esplicitamente in merito all'oppressione subita dai curdi (anche come riconoscenza per i tanti cristiani, salvati e protetti proprio dai curdi)?

Risposta : L'odio fascista delle bande armate dell’Isis si è scatenato contro tutti coloro che chiedono libertà e democrazia, siano essi cristiani, mussulmani, ezidi, assiri o di qualunque altra religione, fede o credo politico. Per il movimento curdo è un principio fondamentale difendere chiunque sia vittima di questa oppressione. Anche le politiche di aggressione del governo turco non risparmiano nessuno e per reprimere chi lotta per la democrazia e la libertà l’esercito turco non esita a bombardare senza distinzione popolazioni civili. Abbiamo apprezzato l’autorevole voce del Papa ogni volta che si è espressa a favore della pace, della libertà e della giustizia e crediamo che sarebbe molto importante, per l’opinione pubblica internazionale, una sua parola di condanna degli atti di aggressione contro la popolazione civile, di qualunque credo e religione, posti in essere dal governo turco.

D. Come valutate la solidarietà internazionale tra Italia e Kurdistan?

Risposta: In Italia la solidarietà con il nostro movimento è stata sempre particolarmente attiva. Lo dimostrano le iniziative delle tante realtà associative, culturali e anche istituzionali che si sono sviluppate in tutto il territorio nazionale. In ogni città si sono costituiti comitati di solidarietà e nodi territoriali della Rete Italiana di Solidarietà con il Popolo Curdo. Molte amministrazioni locali hanno stretto patti di solidarietà con l’amministrazione autonoma del Rojava. Le recenti iniziative di concedere la cittadinanza onoraria al Presidente Ocalan da parte di grandi città come Palermo e Napoli ne sono una concreta prova. Anche a livello accademico si sono svolte e sono in preparazione importanti iniziative di approfondimento e divulgazione del sistema del confederalismo democratico come nuovo modello per una vita libera e democratica, così come molte organizzazioni di donne e femministe si sono avvicinate al tema della jineologia. La solidarietà internazionale è uno strumento di grade importanza e straordinario valore, perché agisce dal basso verso l’alto e porta la voce del nostro movimento dal livello locale fino alle istituzioni. Sosteniamo tutti i tipi di iniziativa tesi a realizzare una vita alternativa e riponiamo grandi speranze in tutti e tutte coloro che le costruiscono attivamente.

“...siamo consapevoli della nostra forza e proseguiremo sulla strada che abbiamo tracciato...”

D. E riguardo al negoziato internazionale per una soluzione politica del conflitto in atto in Siria?
Qualora effettivamente non vi partecipassero, quale sarebbe la posizione dei curdi (o delle diverse organizzazioni curde) di fronte all'esito dei negoziati?

Risposta: Queste domande possono essere considerate unitariamente. Abbiamo valutato, e continuiamo a valutare come positivo l’avvio del negoziato internazionale. Tuttavia, la decisione di tutti gli attori di accettare il diktat turco di escludere dal tavolo il PYD, il partito più rappresentativo dei curdi di Siria e le forze di autodifesa del Rojava, ovvero le forze che non solo hanno un ruolo fondamentale nella rivoluzione in atto nel Rojava, ma anche nella lotta all’Isis, renderà il negoziato debole e privo di reale efficacia. È irrealistico infatti pensare ad una soluzione di pace e di democrazia per la Siria senza tener conto dell’esperienza di autogoverno del Confederalismo Democratico e del valore che esso ha per sconfiggere definitivamente le bande fasciste. Noi crediamo che di questo, inevitabilmente, tutti gli attori del negoziato si renderanno conto. Per quanto ci riguarda, siamo consapevoli della nostra forza e proseguiremo sulla strada che abbiamo tracciato. Pensiamo che la determinazione del nostro popolo e di tutti coloro che con noi stanno scrivendo questa straordinaria pagina di storia farà prevalere la ragionevolezza ed il buon senso in coloro che siedono al tavolo del negoziato, rendendo tutti consapevoli che nel futuro della Siria, come di tutto il Medio oriente, non vi può essere vera soluzione senza i curdi.

D. Ho visto recentemente i libri biografici della vostra compagna Sakine Cansiz assassinata in rue La Fayette a Parigi nel gennaio 2013. Potreste dirci perché la sua vita rappresenta una testimonianza esemplare della lotta di liberazione del popolo curdo (e delle donne curde in particolare)?

Risposta: La nostra lotta di liberazione, come popolo, ma crediamo sia un principio valido per l’intera umanità, è fondata sull’idea che la parità di genere ed il protagonismo delle donne costituiscono un elemento imprescindibile per una società libera ed equa. Maschilismo, sessismo e patriarcato sono tra i peggiori ostacoli alla costruzione di rapporti liberi e fraterni tra le persone, sono tra le cose peggiori che lo sviluppo delle società classiste ha lasciato in eredità all’intera umanità. Per questa ragione nel nostro movimento le donne hanno un ruolo fondamentale, non c’è carica politica, amministrativa o di autodifesa che non veda la compresenza di un uomo e di una donna, e le donne hanno inoltre le loro organizzazioni civili, e di autodifesa .Con la loro determinazione e la loro consapevolezza, le donne hanno dato alla rivoluzione e all’autonomia democratica una energia e una straordinaria modernità che spinge anche gli uomini a diventare più consapevoli e liberi. La compagna Sakine, per noi Sara, con la sua storia, la sua lotta e il suo martirio rappresenta un paradigma per i nostri principi: forza e determinazione, ma anche umanità e amore per la vita sono il patrimonio di ogni donna curda che decide di non essere più schiava, serva, sfruttata, oppressa. Ogni donna curda diventa, nella lotta, Sara.

D. Ultima domanda: ho letto che “i curdi hanno per amici soltanto le montagne”. Come si configurano, nella cultura, nella tradizione, nell'immaginario, nelle leggende...(e ovviamente nella Resistenza) le Montagne per il popolo curdo?

Risposta : Per decenni, la politica turca dell’assimilazione negava la stessa esistenza di un’etnia curda. Noi eravamo chiamati, non senza disprezzo, “Turchi di Montagna”. Le forze della reazione pensavano così di umiliarci, ignorando che la nostra fierezza deriva anche dall’essere così legati ai nostri monti. Essi hanno rappresentato, per secoli, un rifugio contro chi voleva annientarci o sottometterci: dai sumeri, ai romani, dagli arabi agli ottomani. E' su quelle montagne che è rimasto vivo il fuoco della libertà, quello acceso dal fabbro Kawa per annunciare l’uccisione del tiranno babilonese Zuhak. Tutti i perseguitati del tiranno erano fuggiti sulle montagne per nascondersi; vedendo quel fuoco capirono che la tirannia era stata sconfitta e su ogni montagna furono accesi i fuochi della libertà. Da quelle stesse montagne oggi viene oggi un identico segnale. Viviamo e lottiamo per vederlo accogliere e diffondere in ogni parte del mondo.

Alle domande che ci sono state poste vorremmo aggiungere una sola riflessione. La nostra lotta ha un ispiratore e una riferimento: è il pensiero del Presidente Ocalan. La sua prigionia, che dura ormai da 17 anni, in condizioni di vera e propria disumanità, simboleggia l’oppressione e il dolore di un intero popolo. Non crediamo ci possa mai essere una vero processo di democrazia e di giustizia nel Medio Oriente fino a quando il Presidente Ocalan sarà imprigionato. Questa deve essere una consapevolezza che l’Europa, e gli Stati uniti devono acquisire, altrimenti tutti i loro sforzi, in Siria, come in Iraq, ma anche la stessa speranza di avviare la Turchia su una strada di vera democrazia, saranno vani.

(intervista a cura di Gianni Sartori, febbraio 2016)

 
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