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Omaggio alla Catalogna?

category iberia | vari | altra stampa libertaria author Tuesday November 11, 2014 03:09author by Gianni Sartori Report this post to the editors

Il recente referendum (ma forse sarebbe più corretto parlare di “sondaggio”) in Catalogna ha riportato questa antica “nazione senza stato” alla ribalta. Anche se forse è troppo presto per parlare di “deriva leghista”, va comunque segnalato come negli ultimi anni l'indipendentismo catalano abbia smorzato il suo carattere di forza sostanzialmente di sinistra (in particolare da quando anche CiU si dichiara indipendentista). Un breve ripasso per comprendere comunque le ragioni dei catalani nei confronti dell'evidente sciovinismo (e militarismo) madrileno.


OMAGGIO ALLA CATALOGNA?


Negli ambienti della sinistra libertaria la Catalunya acquistò visibilità al di fuori della penisola iberica grazie all'affresco reso da George Orwell in Homage to Catalonia sui combattimenti del maggio 1937 tra miliziani del Psuc (Partit Socialista Unificat de Catalunya, stalinisti) e della Cnt-Fai (Confederaciòn Nacional de Trabajo-Federaciòn Anarquista Iberica, anarchici) a cui si era associato il Poum (Partit Obrer d'Unificaciò Marxista, comunisti antistalinisti, spesso erroneamente classificati come trotskisti) in cui militava Orwell. Teatro dello scontro fratricida, interno al campo repubblicano anti-franchista, la Rosa de Foc, Barcellona.

Ma la Catalogna, terra di antica ed elevata cultura, è universalmente nota anche come la patria di Ramon Llull, di Gaudì, di Picasso, di Dalì, di Mirò.
Montserrat divenne una delle più importanti sedi musicali dopo il IX secolo e Albeniz era catalano. Il catalano, lingua ufficiale del regno d'Aragona, fu una delle maggiori lingue europee fino al XVI secolo.
 Dopo tre secoli di declino la cultura catalana ha conosciuto un vero e proprio rinascimento che nemmeno il franchismo ha potuto strangolare. Corridoio naturale tra Francia e Spagna, questa terra è stata ripetutamente pervasa sia da fermenti di opposizione sociale (basti pensare alla "lunga estate" dell'anarcosindacalismo) che da lotte di liberazione nazionale.

La Catalogna (o Gotolonia, "paese dei Goti"), era uno di quei regni cristiani della penisola iberica invasi dagli Arabi (occupazione di Barcellona: 717-718) e poi riconquistati a partire dall'XI secolo dai sovrani di Aragona e Castiglia. Attualmente il termine Catalunya indica una regione autonoma dello stato spagnolo composta dalle quattro province di Barcellona, Gerona, Lerida e Terragona (31.930 km 2 ; circa 600.000 abitanti, metà dei quali vivono e Barcellona). La Catalogna quindi è solo una parte dei Páisos Catalans, in cui si usa la lingua catalana. "El català" si parla tradizionalmente in Andorra, nelle isole Baleari, in una parte dei Pirenei-Orientali (Catalunya-Nord, nello stato francese, con circa 200.000 catalano-parlanti) e nel Paìs Valencià. Lo si utilizza anche nella Franja, una zona a ridosso dei confini amministrativi tra la Catalogna e l'Aragona, e ad Alghero (in Sardegna). Attualmente si calcola che il català è parlato quotidianamente da oltre una decina di milioni di persone.

La Catalogna attuale deriva dalla Marca di Spagna, divenuta indipendente dall'impero franco a partire dal X sec., dopo che un conte di Urgel e di Barcellona ne aveva preso il controllo nell'873 (conte Guifrè I, detto il Peloso). L'unione, per matrimonio, tra la Catalogna e l'Aragona risale al XII sec. Nel XV, conservando le proprie istituzioni, si integra nella Spagna dei Re Cattolici. Il nazionalismo catalano nasce nel XVII sec., cogliendo l'occasione delle rivalità franco-spagnole. Nella prima metà del secolo XVII, nonostante tutti i suoi sforzi, la monarchia non riesce a ottenere l'unità politica, economica e militare della penisola iberica. I Paisos Catalans, grazie alla loro autonomia, si sottraggono alla forte inflazione monetaria castigliana. Questa opposizione da economica diventa politica, preludio a un tentativo violento di separazione. Nel 1640 inizia quella che passerà alla storia come "Guerra dels Segadors" (v. il famoso inno catalano), rivolta sociale e nazionale contro il regime feudale e contro la monarchia assoluta e centralista. Si costituisce una repubblica catalana sotto la protezione di Luigi XIII di Francia. Pau Claris riunisce tutte le classi medie e popolari, contadine e urbane, mentre la nobiltà, filo-castigliana, passa in blocco dalla parte di Filippo IV. La "Guerra dei Mietitori" finisce nel 1652 con la capitolazione di Barcellona.

Nel 1700 il re Carlo II muore senza successori. Filippo di Borbone, rappresentante del centralismo francese e degli interessi aristocratici e feudali, si scontra con Carlo d'Austria, in qualche modo portavoce di uno spirito federalista e decentralizzatore. Su quest'ultimo convergono gli interessi e le speranze delle classi medie e popolari catalane. Contemporaneamente Luigi XIV proibisce l'uso ufficiale della lingua catalana nella Catalunya Nord sottoposta alla Francia. Nel 1705 Carlo d'Austria sopprime alcuni privilegi nobiliari nel Pais Valencià; nel 1707 Filippo V sconfigge i valenziani nella battaglia di Almansa, restaura i privilegi nobiliari soppressi e scatena una durissima repressione contro le classi popolari. Nel 1714 (11 settembre: Diada, festa nazionale catalana) dopo 13 mesi di assedio anche Barcellona cade sotto le armi di Filippo V.

Con la capitale cade tutta la Catalunya e l'anno dopo anche Mallorca (Maiorca). Minorca invece, con la pace di Utrecht (1713) era passata sotto il dominio inglese.

Alla repressione statale fece seguito una forte recessione economica, sociale e culturale. Il decennio successivo sarà ricordato come un continuo di insurrezioni popolari, guerriglia e "bandolerisme" contro il nuovo regime. Il nazionalismo comunque tornerà a crescere e svilupparsi per tutto il secolo XIX, quando i catalani, approfittando dell'indebolimento e della corruzione del potere spagnolo, tenteranno ripetutamente di liberarsi dal centralismo.
La rinascita del catalanismo favorirà anche un vasto movimento letterario (Aribau, Verdaguer, Maragall, Guimerà) e la formazione della Llega, un partito regionalista conservatore. Così come nel Paese Basco, anche in Catalunya nel 1931 vincono i repubblicani e viene negoziato con Madrid uno stato di autonomia. Durante e dopo la Guerra Civile, il franchismo (proprio come nel Paese Basco e con gli stessi metodi) farà tavola rasa del catalanismo. Bisogna ricordare che la Catalogna ha un'antica tradizione d'autonomia e che l'industrializzazione del paese era stata opera di una vasta porzione della società (al contrario di Euskal Herria dove era in mano all'elite finanziaria di Bilbao e San Sebastian). Perciò mentre è talvolta esistita una convergenza d'interessi tra alcuni settori della borghesia basca e Madrid, questo non è avvenuto con gli imprenditori catalani, in stragrande maggioranza oppositori del franchismo.

Per questo Franco, dopo il '39, distrusse con ferocia e con la forza delle armi ogni istituzione locale dei Catalani. Lo stesso trattamento venne riservato alla cultura, alla lingua, all'economia (nel 1960 la Catalogna produceva il 21,4% del reddito nazionale e non partecipava al budget dello Stato spagnolo che per il 7%). Incalcolabile poi il numero delle vittime delle "sacas", le esecuzioni sommarie di massa che per anni e anni decimarono quelle classi popolari catalane che maggiormente si erano rese protagoniste della lotta al franchismo e all'ordine sociale esistente (gran parte dei giustiziati erano membri della CNT).

Durante i primi anni del regime franchista, l'opposizione catalana fu soprattutto simbolica. I grandi leaders politici erano morti o in esilio e così i capi del movimento sindacale. Da ricordare in particolare Lluis Companys (dirigente dell'Esquerra Republicana de Catalunya, fondata nel 1931) rifugiato in Francia, che venne consegnato a Franco dalla Gestapo e fucilato nell'ottobre del 1940. Solo durante gli anni cinquanta l'opposizione prese a manifestarsi apertamente attraverso varie forme di resistenza civile come il boicottaggio di massa dei trasporti pubblici a Barcellona nel 1951. Si ricominciò anche a riaffermare l'identità culturale catalana.

Vennero operati sabotaggi e attentati, ma non paragonabili alle azioni di ETA nel Paese Basco. Forme di resistenza al franchismo saranno invece praticate da gruppi libertari catalani come quello del "Chico" e dal M.I.L. (v. Salvador Puigh Antich, garrotato nel marzo 1974). Dopo la morte di Franco (novembre '75), le aspirazioni autonomiste poterono manifestarsi più liberamente. Una lunga serie di scioperi e di manifestazioni di massa (appoggiati anche dalla Chiesa e dalle principali autorità del paese) portarono alla "concessione" dello statuto di autonomia del dicembre 1979 e, a differenza di quanto avviene nel Paese Basco, le cose sostanzialmente sono rimaste ferme a quel punto.

Meno conosciuto di quello basco, l'indipendentismo catalano ha vissuto una storia altrettanto tormentata, tra persecuzioni e divisioni. Accanto alle organizzazioni storiche (Estat català, risalente al 1922 e di ispirazione irlandese, Esquerra Republicana de Catalunya fondata nel 1931 e la coalizione di centro-destra Convergència i Uniò che ha governato alla Generalitat dal 1980 al 2003 per tornare al potere nel 2010) l'ambiente catalanista, soprattutto nel corso degli anni ottanta, ha prodotto una miriade di formazioni minori. Generalmente di sinistra, almeno in passato. Tra queste il Moviment de defensa de la Terra, il Moviment d'Esquerra nacionalista e un gruppo armato, Terra Lliure. Ma anche associazioni per la difesa della cultura e della lingua catalane come il Centro internacional Abat Escarrè (nato tra le mura del monastero di Montserrat e diretto da Aureli Argemì) e la Crida a la solidaritat. Sia nel Moviment d'Esquerra Nacionalista (in cui convivevano ambientalisti, pacifisti, antinucleari, femministe, libertari...) che nel Moviment de Defensa de la Terra negli anni ottanta sembrava prevalere un carattere movimentista. Ispirandosi a Herri Batasuna, l'MDT seppe coniugare le istanze indipendentiste con una radicata tradizione ambientalista e delle lotte sociali, ma in seguito ha optato per la trasformazione in partito comunista. Sempre negli anni ottanta, l'organizzazione che godette di maggiore notorietà, soprattutto nell'universo spettacolare dei media, fu sicuramente Terra Lliure, dedita alla lotta armata. Autosciolta nel '92, la maggior parte dei suoi militanti si sarebbero poi integrati nell'Esquerra. Alcuni militanti (come Monteagudo, in gioventù esponente della FAI, ucciso dalla Guardia Civil dopo il tragico attentato di Vic) entrarono a far parte dell'ETA.

La Crida a la Solidaritat, nata nel 1981 e poi confluita nell'Esquerra Republicana, rappresentò una risposta al tentativo di golpe di Tejero. In quella occasione un'assemblea di migliaia di persone all'Università di Barcellona produsse un manifesto intitolato "crida a la solidaritat en defensa de la lengua, la cultura i la naciò catalana", basato sulla rivendicazione dei diritti nazionali storici della Catalunya, sul progetto di unità dei Paisos Catalans, sul diritto all'autogoverno, sulla difesa della lingua catalana come lingua propria e unica del paese, sull'approfondimento della democrazia come forma di progresso sociale.

Scopo del catalanismo moderato era sempre stata l'autonomia, garantita nel quadro dello stato spagnolo della Generalidad di Catalogna. Nessun programma politico più ambizioso (come per esempio quello di Herri Batasuna per il Paese Basco) venne seriamente sostenuto e difeso dai gruppi storici (compresa l'Esquerra, poi approdata all'indipendentismo) dopo la fine del regime franchista.

Nonostante la presenza di varie organizzazioni della sinistra radicale indipendentista, nelle elezioni legislative dell'80 e dell'84 la maggioranza toccò ancora ai moderati della CiU (Convergenza e Unione nazionalista) di Jordi Pujol, partito aderente all'internazionale democristiana e da sempre favorevole al dialogo con Madrid, che ottenne più di settanta seggi su 135.

Altri quaranta andarono al PSC (Partito socialista catalano). Come è noto Pujol e la CiU sono poi stati un'indispensabile stampella politica sia per il governo del "socialista" Felipe Gonzalez (quello dei GAL) che nei confronti del fascista Aznar. Nelle elezioni per il Parlamento europeo (giugno 87) i voti del Men, dell'Mdt (oltre a quelli di Nuova Falce, della Lcr e dell'Mce) convergendo sugli indipendentisti baschi di Herri Batasuna resero possibile l'elezione di Txema Montero.

Va ancora ricordato che il Principat de Catalunya è soltanto una parte di quello che gli indipendentisti considerano territori nacional català. Oltre alla Catalunya propriamente detta, i futuri Paisos Catalans indipendenti sarebbero formati da Pais Valencià, Illes Balears, Principat d'Andorra e una zona amministrativa inclusa nella Regione francese di Languedoc—Roussillon.

Per Patrizio Rigobon, docente di lingua e cultura catalana presso Ca' Foscari di Venezia “ è una lingua di tutto rispetto che può vantare una demografia più significativa di quella di molti idiomi statali parlati nell'area dell'Unione Europea”. Mediamente ogni anno vengono pubblicati oltre 7mila titoli in catalano ed è interessante, aggiunge Rigobon “ vedere come il trattamento giuridico sia stato uno dei momenti in cui le autorità catalane hanno esercitato pressioni attraverso tutti i canali disponibili al fine di veder riconosciuta una presenza all'interno dell'Unione. Compreso il diritto per ciascun individuo appartenente alla Comunità autonoma catalana di rivolgersi alle istituzioni comunitarie in questa lingua e ricevere da esse una risposta nella medesima”. Oltre alla possibilità, previo avviso “per i rappresentanti in Consiglio, in Parlamento e nel Comitato delle Regioni europeo di esprimersi in catalano nei loro interventi nei vari organismi”. Con lo Statuto di autonomia entrato in vigore nel 2006, dove il catalano veniva definito “lingua propria della Catalogna”, la Generalitat de Catalunya (l'istituzione dell'autogoverno) “è titolare della competenza esclusiva in materia di politica linguistica relativa al catalano”.

Una grande dimostrazione di forza dell'indipendentismo catalano è stata data a Barcellona con la Diada (giornata nazionale) dell'11 settembre 2012. Un milione e mezzo di persone ha ricordato la caduta, dopo 13 mesi di assedio, della capitale catalana in mano all'esercito franco-castigliano di Filippo V (11 settembre 1714 ). Dopo aver sfilato tra il Passeig de Gracia e il Parlament, la manifestazione si è conclusa al Fossar de les Moreres dove vennero tumulate in una fossa comune le donne cadute in combattimento contro gli invasori. Proibita durante il franchismo, la cerimonia talvolta si svolgeva clandestinamente sulle pendici dei Pirenei, sotto ad un altro simbolo dei PP.CC, il Pi de les Tres Branques. Superando le tradizionali divisioni, partiti e movimenti hanno risposto unitariamente all'appello dell'Assemblea Nazionale Catalana (ANC), un collettivo di associazioni che ha voluto manifestare “di fronte alla Spagna, all'Europa e al mondo”. Ulteriore prova che l'opinione pubblica catalana non ha digerito le censure del Tribunale Costituzionale spagnolo nei confronti di numerosi articoli del nuovo Statut di autonomia, nel 2010.

Nel giugno 2012, per la prima volta nella storia dei sondaggi, una maggioranza assoluta di Catalani, il 51%, ha dichiarato che avrebbe votato “si” ad un referendum sull'indipendenza. Ben 8 punti in più rispetto all'anno precedente. Sicuramente le intenzioni di voto favorevoli all'indipendenza sono alimentate dalla crisi economica e vanno in parallelo con l'idea che la Catalogna potrebbe uscirne prima e meglio da sola, senza la Spagna. Un atteggiamento forse in contraddizione con una storia di lotte per l'indipendenza basate sull'autodeterminazione dei popoli, la giustizia sociale e la solidarietà internazionale. Attualmente la maggior parte dei nuovi adepti dell'indipendentismo sembra invece preoccuparsi più che altro del fatto che una parte importante delle entrate dei PP.CC. serva a rimettere finanziariamente in sesto le regioni meno favorite. Per la coalizione al potere (CiU) questo “deficit fiscale” corrisponderebbe a 16 miliardi di euro annuali (l'8% del PIL regionale). Con una disoccupazione che colpisce il 22% della popolazione attiva e sottoposta a politiche di austerità molto dure (in quanto regione più indebitata della Spagna), la Catalogna si è vista costretta a richiedere l'aiuto di Madrid. Il presidente della regione, Artur Mas, ha saputo utilizzare l'indiscutibile successo della manifestazione come un punto di forza nei negoziati con il capo del governo spagnolo, Mariano Rajoy. La posta in gioco? Un “patto per l'autonomia finanziaria e fiscale” della regione. E nel frattempo vengono periodicamente evocati gli spettri delle elezioni anticipate e della secessione. Da parte del governo spagnolo, la neanche tanto velata minaccia di ricorrere all'esercito considerato il garante dell'unità nazionale. Anche Madrid comunque non potrà ignorare quei due milioni di persone che in questi giorni (novembre 2014) hanno voluto esprimere la loro opinione nel refendum (o comunque lo si voglia definire: consultazione, sondaggio...?)

Gianni Sartori

author by Gianni attoripublication date Sun Aug 30, 2015 16:39author address author phone Report this post to the editors

o curto verão da catalunha1
entrevista de gianni sartori com
claudio venza*
Neste ano comemora-se o 70o aniversário do início da Guerra Civil Espanhola (para muitos historiado- res o “ensaio geral” da Segunda Guerra Mundial). Essa comemoração e o debate sobre o novo Estatuto da Ca- talunha colocaram sob os refletores os episódios da península ibérica. Sobre isso falamos com o profes- sor Claudio Venza, autor de numerosos ensaios so- bre os movimentos culturais e sociais da península ibérica e atualmente está terminando um trabalho sobre a presença italiana na Guerra Civil Espanhola de 1936-1939.
Gianni Sartori — Recentemente tornou-se atual a questão nacionalista na Catalunha com uma relativa ir- rupção de polêmicas e, também, de ameaças veladas por
* Professor na Universidade de Trieste, co-diretor da revista Espanha contempo- rânea; diretor do jornal anarquista Germinal. Organizou Le passioni dell’ideologia. Atti del convegno internazionale Cultura e società nella Spagna degli anni Trenta, Trieste, Editre, 1989.
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parte de expoentes do exército espanhol à região indisci- plinada. O que você pensa a respeito?
Claudio Venza — Para compreender essa polêmica é necessário contextualizá-la. A questão nacional na Ca- talunha (entendendo por nação uma língua, uma cul- tura, uma tradição que definem uma identidade) diz res- peito a conflitos mais amplos. O General José Mena Aguado, que ameaçou com intervenção do exército (para garantir a unidade nacional espanhola), é um herdeiro daqueles militares que, guiados por Sanjurjo, o chefe da Guarda Civil, que em agosto de 1932, a poucas se- manas do reconhecimento da autonomia da Catalunha (na época a região mais desenvolvida e progressista) com a aprovação do Estatudo por parte das Cortes, ameaça- ram as instituições republicanas com uma tentativa de golpe de Estado. Os militares espanhóis são desde sem- pre ultra-centralistas e no cerne da história da penín- sula ibérica encontra-se a presença obsessiva do exér- cíto, sempre pronto a se fazer “evidente”. Também o golpe de julho de 1936 tinha entre os seus objetivos aquele de manter a Espanha “Una” contra as manifestações autonomistas. Esse subsolo condicionou, também, o de- bate sobre o novo Estatuto para a Catalunha, um texto que iria além dos limites daquele de 1979 e que foi apro- vado por quase 90% dos deputados da Generalitat cata- lã em setembro de 2005. Esse conflito emerge também em episódios aparentemente secundários como aquele do arquivo de Salamanca.
— Você poderia falar sobre isso?
— Os generais sublevados, junto com Franco, em julho de 1936, desde logo se deram conta que não ven- ceriam imediatamente e que estava para ter início uma longa guerra. Os golpistas, ajudados pela Alemanha na- zista e pela Itália fascista, queriam cortar todas as raí-
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zes do “subversivismo”, tanto social (com forte presen- ça do movimento anarquista) quanto autonomista de bascos e catalães. Em todas as vilas e cidades conquis- tadas pelas suas tropas foram confiscados todo e qual- quer documento produzido pelos “vermelhos”: listas de inscritos nos sindicatos da CNT e UGT, de inscritos nas associações laicas, nas bibliotecas populares; se apro- priaram também das atas das reuniões, incluindo aque- las das coletividades autogeridas e dos conselhos co- munais quando o sindicato era considerado filo-repu- blicano, enfim, tudo que constituía testemunho do fermento social organizado contra os latifundiários, con- tra o militarismo, contra a hegemonia da igreja. Todo o material era levado a Salamanca e o arquivo assume uma precisa função repressiva. Terminada a Guerra Civil, ele se torna um intrumento de “limpeza” política conduzida pelo franquismo de modo sanguinário a par- tir de 1939, sobretudo até 1945. É preciso lembrar que a Espanha, vendo já em 1942 que o “Eixo” começava a perder a guerra, desde 1943 começa a se aproximar do fronte dos Aliados. Naturalmente as coisas mudaram. No pós-guerra, sem o auxílio dos EUA (e da Argentina), muitos espanhóis morreriam de fome e o regime teria sofrido riscos.
— Você desenvolveu pesquisas em Salamanca?
— Pessoalmente tive a possibilidade de trabalhar no arquivo de Salamanca consultando o material relativo às coletivizações, relativo às reuniões da CNT (confede- ração dos sindicatos anarquistas) e pude ver que os no- mes foram diligentemente sublinhados em vermelho, com lápis de ponta grossa. Depois intervinha a repres- são confrontando as pessoas individualmente. Em seis anos se calcula que os mortos (geralmente fuzilados) estão entre noventa a noventa e cinco mil. Recentemente a Generalitat pediu a restituição de parte do arquivo que
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dizia respeito a Catalunha, e Zapatero reconheceu esse direito. Mas o sindicato de Salamanca (expoente do Par- tido Popular de Aznar) procurou boicotar o envio das primeiras 500 (ou melhor 499) caixas contendo apenas documentos relativos à Generalitat, que tiveram de ser transferidos na calada da noite às escondidas. Nesse caso o centralismo franquista reemergiu sob meneios da “unidade” do material do arquivo (disseram que não queriam “desmembrá-lo”), mesmo que em nossos dias o material em papel original não seja indispensável para a pesquisa histórica (xerox, microfilme, etc). Na realida- de os que negam o direito à autonomia querem impedir a reconstituição dos arquivos catalães. Na minha opi- nião, se a queda de braços entre autonomismo e cen- tralismo tivesse que continuar durante muito tempo, no futuro uma parte dos atuais autonomistas poderiam se tornar abertamente independentistas.
— Você tem um profundo conhecimento da realidade catalã. Se tivesse que especificar algumas características culturais do povo catalão, o que você colocaria em eviden- cia?
— A identidade é um terreno complicado e escor- regadio. É fácil cair na generalização e na construção de estereótipos folclóricos. No que diz respeito à minha experiência (no âmbito universitário, em movimentos populares e como pesquisador) diria antes de tudo que ainda hoje é difuso o bilingüismo e que a maioria usa indistintamente o catalão e o castelhano. Talvez entre os mais jovens prevaleça o catalão, pelo menos no nível escolar e institucional. Organizei diversos cursos na universidade utilizando o castelhano, no passado não tive problemas. Ultimamente me parece que há alguma dificuldade. Em todo caso, dos trinta anos em diante prevalece o bilingüismo. Me refiro sobretudo a Barcelo- na, a realidade que conheço melhor, como também Ge-
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rona e Lerida. Ademais, pessoalmente tendo a conside- rar a “questão catalã” no interior de uma problemática espanhola.
— Notou uma atmosfera mais “européia” em Barcelo- na?
— Um outro elemento (porém, sempre sem generali- zações), sobretudo no passado, poderia ser o de uma maior abertura cultural, a sensibilidade para com a cultura internacional, o interesse por aquilo que acon- tece nas capitais européias, principalmente em París (também devido a presença em Barcelona de uma con- sistente comunidade francesa). É preciso não esquecer que a Catalunha era a região mais desenvolvida econo- micamente. No início dos anos de 1800 apareceram as primeiras indústrias têxteis, atrás da Inglaterra, mas antecipadamente em relação à Espanha. A indústria se desenvolveu depois, no final do século XIX, nos países Bascos e apenas nos anos sessenta e setenta do século passado no resto da península ibérica. Mas em 1800, Barcelona, além de abrigar comerciantes, operários e industriais, era também uma cidade de artistas. Milha- res de artistas, geralmente miseráveis, que constituíam um verdadeiro estrato de intelectuais pobres (pintores, decoradores, poetas, literatos), quase sempre boêmios desconhecidos que, no entanto, contribuíram imensa- mente para o desenvolvimento cultural dessa cidade.
— Algo mais?
— Diria que o espírito comercial (os barceloneses eram chamados “fenícios”) e depois industrial distin- guia a mentalidade catalã, determinando uma ética do trabalho e de poupança que emerge, também, nos dis- cursos cotidianos, nas opções de vida das pessoas. É um “estilo de vida” distinto daquele castelhano que, ao contrário, está na base da colonização da América Lati-
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na, a partir de 1500. Entre os espanhóis mais dinâmi- cos o prestígio era confiado às empresas coloniais, à guerra de conquista, à evangelização (forçada) dos ín- dios ao trabalho duro e à poupança. O processo de evan- gelização em simbiose com a colonização dizia pouco aos catalães que se dedicavam sobretudo a melhorar seu território e as relações mediterrâneas. Isso pode ser atribuído a um explicíto e difuso laicismo, a uma verda- deira e precisa desconfiança nos confrontos com as ins- tituições eclesiásticas, consideradas herança de um pas- sado obscurantista. Ainda porque a igreja sustenta, a partir de 1833, os grupos carlistas2, favorecidos por um sistema político teocrático. Outro elemento significati- vo é o anti-militarismo. Numerosos “insubmissos” (ob- jetores totais) e os objetores de consciência, muito mais numerosos dos que aceitavam vestir a divisa. Isso se dava porque o exército era, e é, percebido como centra- lista, como emanação do poder de Madri. É significativo que os vértices do exército constrinjam ainda os solda- dos, hoje “voluntários”, a utilizar apenas o castelhano. O ideal pacifista é muito difundido: em Barcelona mi- lhões de pessoas se manifestaram durante semanas con- tra a guerra no Iraque.
— O início da Guerra Civil espanhola remonta há 70 anos. A forte presença do movimento anarquista na Ca- talunha abortou no nascedouro a operação dos militares golpistas. O que se pode dizer a propósito?
— Na metade de julho de 1936, ocorre o golpe militar contra a República (e contra o separatismo basco e ca- talão) que interrompe um processo de abertura e mo- dernização (também no âmbito do ensino3) da socieda- de espanhola. A resposta do governo e do exército é débil, mas a oposição está sobretudo no protagonismo popular próximo da CNT e da FAI [Federação Anarquis- ta Ibérica]. O Estado republicano declina e a vida se
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reorganiza sob outras bases, principalmente em Barce- lona, Valencia e também em Madri... em todas as par- tes onde é forte a presença do sindicalismo anarquista, e também socialista. Coisa diversa ocorre em Bilbao, onde é mais forte a UGT e prevalece sobretudo a ques- tão da autonomia. Em Saragoça e Sevilha triunfam os militares golpistas e começa uma dura repressão. No território que restou fiel à República os setores privile- giados da sociedade (aliados de Franco) escapam ou são netralizados. Naquele momento Barcelona (chamada a “Rosa de foc”4) tem um milhão de habitantes; é uma cidade culta, próxima ao standard europeu. Mas é igual- mente o centro do anarco-sindicalismo europeu, pro- vavelmente mundial. Ali o anarquismo é operário, en- quanto na Andaluzia é rural. Se desenvolve a perspec- tiva de uma nova sociedade; há tempos nos círculos da CNT se discutiam valores universais, de solidariedade internacional, não apenas de salário. O componente li- bertário vence nas estradas, sobre as barricadas contra os golpistas, com a perda de militantes preciosos (como Francisco Ascaso); mas fracassa a intenção do exército de realizar ofensiva com uma parada militar pela Diago- nal barcelonesa. A situação se deteriora e a classe ope- rária anarquista debela os militares. O mesmo não ocor- reu na Alemanha e nem mesmo na Itália, onde havia um forte movimento sindical. Mas na Espanha havia o hábito do confronto também violento, a ação direta em sintonia com as greves gerais. Isso foi admitido até mes- mo pelo presidente da Generalitat, Lluis Companys, ex- poente da ERC (Esquerra Republicana de Catalunya) e advogado que havia defendido algumas vezes, também, militantes anarquistas.
— Luis Romero, Garcia Oliver, José Peirats contam com muita enfâse o encontro entre Companys e os “líde- res” anarquistas; o episódio foi ainda retratado por Hans
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Magnus Enzensberger no seu livro O curto verão da anarquia. O que decidiram os anarquistas?
— Por razões de oportunidade política os anarquis- tas da CNT e da FAI decidiram não destituir o governo catalão. Companys reconhece a hegemonia anarquista, mas esses lhe dizem para permanecer. Cria-se um Co- mitê das Milícias Anti-Fascistas, um tipo de poder pa- ralelo que organiza de modo horizontal e voluntário as forças populares. Dele saíram as primeiras formações que partiram imediatamente para combater em Sarago- ça, em Aragão, etc.
— Qual era a ideologia dos golpistas?
— Podemos defini-los “nacional-católicos”. A ideolo- gia de base do franquismo (ou melhor: seus valores de referência) será essa identificação dos interesses naci- onais com os da Igreja. Substancialmente é a ideologia da CEDA (Confederação Espanhola de Direitas Autonô- mas), direita católica reacionária, cujo aspecto oficial será a Falange, mais filo-fascista, e o corporativismo, reproduzindo o sistema italiano.
— O que acontece na Catalunha após a derrota da tentativa golpísta? Como se organizaram as massas po- pulares, os libertários em particular?
— No comitê (denominado Comitê Central das Milí- cias Anti-Fascistas), o papel dirigente pertence aos anar- quistas que colaboram com os socialistas e o recém for- mado PSUC, de hegemonia comunista. Mas, além das milícias, foi iniciada a autogestão produtiva, as coletivi- zações, principalmente nas médias e pequenas indús- trias, além dos serviços públicos. As assembléias e co- mitês dos operários decidem encarregar-se da produ- ção. Aquilo que resta da influência clerical é expurgado. Nos conventos e nas igrejas sediam-se os “ateneus li- bertários”. Neste momento, Barcelona é o coração das
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tendências revolucionárias representadas pela CNT, pela FAI, pelo POUM (Partido Operário de Unificação Mar- xista) pequeno partido comunista anti-fascista, de mui- tas organizações espontâneas que giram em torno da vontade de fundar uma nova sociedade, em torno da vontade de experimentação social. É interessante ler as anotações dos viajantes e convidados dos jornais de todo o mundo, surpresos com o clima revolucionário da ci- dade catalã. Os restaurantes não são pagos, os trans- portes são gratuitos, um clima de relações humanas que lembra aquele sonhado pelos teóricos do anarquis- mo.
— Você havia mencionado o PSUC...
— O PSUC (Partit Socialista Unificat de Catalunya, com um comitê autonômo em relação ao PCE) nasce depois do 19 de julho 1936, da unificação entre alguns partidos comunistas sem expressão (Partit Comunista de Catalunya e Partit Català Proletari) com a Federação Catalã do PSOE. A liderança é sem dúvida estalinista. Obtém o reconhecimento da Terceira Internacional, um caso raro dado que era reconhecido apenas um partido comunista por cada estado. Evidentemente Stalin esta- va seguindo com atenção os acontecimentos da Catalu- nha. Em poucas semanas, o PSUC cresce em propor- ções, graças à propaganda, devido ao fato de ser repre- sentante da URSS. Quando chegam em Barcelona os navios com as armas, cresce o consenso em relação à Rússia que as envia (juntamente com conselheiros mi- litares, expoentes políticos, agentes da polícia secreta). Também pode parecer paradoxal, mas a outra “perna” que favorece o crescimento do PSUC é a “defesa da pro- priedade privada” contra as coletivizações.
— De que modo?
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— Os fins declarados dos estalinistas é o de manter as relações com a pequena e média burguesia para ven- cer a guerra. Portanto, sustentam a repressão contra os movimentos revolucionários que levariam à confusão; “objetivamente” fariam o jogo dos fascistas. O PSUC res- taura o conceito de disciplina militar e política; consi- dera a batalha em ato como puro confronto militar en- tre exércitos. As milícias, após serem abundantemente caluniadas, são dissolvidas e se criam repartições mili- tares, com hierarquias definidas com as quais não se discute. Os combatentes são colocados em condição de inferioridade em relação aos oficiais. É o chamado Exér- cíto Popular. Sobre as massas populares, controladas verticalmente, é imposta uma determinada visão da luta contra o fascismo. Também a polícia e a propaganda passam a ser controladas pelo PSUC. Em perfeita sinto- nia com a política do PCE: reconstruir Estado e exército e defender a propriedade privada. Nisso o PSUC conta ainda com o apoio de alguns setores catalães que cola- boram para a restauração.
— Mas as coletivizações não tinham funcionado?
— Operários e componeses tinham demonstrado se- rem capazes de fazer funcionar a economia. Provavel- mente as coletivizações resultavam mais praticáveis no meio rural, por parte dos camponeses. Nas fábricas não eram muitos os técnicos disponíveis. Mas os numero- sos estudos sobre os transportes, a eletricidade, a edifi- cação, também sobre fábricas mecânicas nos forçam a reconhecer que a experiência tinha funcionado. Em com- pensação a destruição, em agosto de 1937, das coletivi- dades rurais aragoneses (promovida por Lister) coloca- rá em crise também as provisões dos combatentes. Em 1936, há duas visões conflitantes (uma libertária e a outra autoritária, para retomar uma distinção clássica) acerca da reorganização social.
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— Havia também o problema de uma situação de guer- ra...
— A guerra é muito dura para uma experiência liber- tária. Mesmo refutando a reorganização do exército, res- tava sempre o problema da eficiência. A produção deve- ria ser direcionada para armas e munições, não podia privilegiar “os bens sociais”. No curso do tempo a guer- ra transforma o espírito inicial e também alguns liber- tários acabam por justificar escolhas discutivéis do pon- to de vista revolucionário anti-estatal (aquele de Baku- nin contra Marx, para ser mais claro). Em setembro de 1936 a CNT participa do governo catalão e após dois meses quatro militantes anarquistas entram como mi- nistros no governo de Largo Caballero. Federica Mont- seny se torna ministra da Saúde, umas das primeiras mulheres da Europa. Nele desenvolve práticas contra- ceptivas, de apoio à autogestão da maternidade, etc. O novo ministro da Justiça é Juan Garcia Oliver, ex-ex- propriador de bancos; poderíamos defini-lo um “técni- co”... O outro é Peiró, operário do vidro, considerado um “moderado” no interior da CNT, que se torna minis- tro da Indústria. Com a derrota da república se refu- giou na França, mas depois é capturado pelos nazistas e reencaminhado para Franco (assim como Companys). É torturado até que aceitasse fazer parte do sindicato vertical franquista. Recusou, é fuzilado em 1942.
— Um aspecto importante da Guerra Civil espanhola foram as intervenções estrangeiras, Brigadas Internacio- nalistas de uma parte e nazi-fascistas de outra...
— Na metade de outubro foram constituídas as Bri- gadas Internacionalistas, há três meses de distância do golpe. Mas as primeiras semanas foram decisivas; no início, três quartos da população da península ibérica não eram ainda controlados pelos golpistas. No final de
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julho, Franco obtém o apoio de Mussolini e imediata- mente também o dos nazistas. A Itália envia no comple- xo 80 mil homens, divisões de encouraçados, aviação, submarinos (dos quais serão lançados torpedos contra os navios russos que levavam armas para a República). A intervenção italiana do CTV (Corpo de Tropas Volun- tárias, ainda que de “voluntário” tivesse pouco) pesará muitissímo. Todos sabem do bombardeio alemão, com bombas incendiárias, sobre Guernica fazendo um mi- lhão de mortos. Mas se prefere ignorar que a aviação italiana tinha causado três mil mortos apenas em Bar- celona.
— Uma das figuras mais notáveis desse período é o grande revolucionário Buenaventura Durruti...
— No começo de novembro de 1936, Durruti é convi- dado a deixar o fronte aragonês, de hegemonia libertá- ria, para ir à Madri (que está por capitular) com a sua coluna composta por milhares de milicianos. Chega de- pois de uma viagem massacrante e segue rapidamente para o combate. Morre quase imediatamente, provavel- mente devido a seu próprio errro (sai do automóvel feri- do mortalmente, conforme narra Abel Paz). Era 20 de novembro de 1936, no mesmo dia em que foi fuzilado pelos republicanos Alicante Antonio Primo de Rivera, o fundador da Falange. Segundo muitos autores a morte de Durruti representa um evento muito significativo. Demonstra que finalmente o impulso inicial deve acer- tar contas com a lógica bélica, além do estalinismo. Os primeiros indícios dos contrastes armados entre anar- quistas e estalinistas aliados dos catalães são registra- dos em algumas vilas da Catalunha em janeiro de 1937. É significativo que já em fevereiro do mesmo ano, a “Pravda” escreva que contra os “trotkistas” e os “anar- quistas” será usado o punho de ferro, como na Rússia. É uma antecipação do maio de 1937.
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— O que ocorre em maio de 1937?
— Não ocorrem manifestações do Primeiro de Maio em Barcelona. Depois de alguns dias um grupo de poli- ciais, guiados por um membro do PSUC, sai em assalto da central telefônica ocupada pelos anarquistas. Era um exemplo clássico de “duplo poder”: qualquer um que quisesse falar com a Generalitat devia primeiro passar pelos anarquistas, mesmo (como ocorreu) o presidente Manuel Azaña. É conhecido o episódio da telefonista que lhe tinha perguntado quem era. Obviamente Azaña responde ser o Presidente da República, e ouve em res- posta: “Isso é o que você pensa”. Era um poder de fato que interrompia o controle estatal. A intervenção da pa- trulha de policiais provoca uma verdadeira batalha so- bre os vários andares da central e uma revolta nos bair- ros proletários contra o abuso de poder dos estalinis- tas, minoritários mas bem organizados. De um lado anarquistas e POUM, do outro PSUC e alguns catala- nistas. Os estalinistas atacaram o pequeno POUM acu- sando-o de trotskismo e de ser uma “quinta coluna” ao soldo dos franquistas (curioso que Trotski acusava os anarquistas de serem a “quinta rota” da burguesia). Contra a CNT-FAI, a tática do PSUC devia ser mais su- til. Togliatti, por exemplo, elogiava a base operária da CNT enquanto atacava os dirigentes pelos seus “erros e ambições”. Não podiam obviamente dizer que a CNT, com dois milhões de inscritos e centenas de milhares de combatentes, estava “ao soldo dos franquistas”. Um parênteses: naquele momento a inscrição no sindicato era obrigatória, mas também antes, em 1933-1934 os inscritos eram 1,4 milhões, frente a poucos milhares de comunistas. O maio de 1937 em Barcelona pode ser considerado uma “guerra civil na guerra civil”. Foram cerca de quinhentos mortos, na sua maioria libertários.
— Morreram também anarquistas italianos? 148

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— O mais famoso foi seguramente Camilo Berneri, intelectual anarquista, diretor de Guerra di classe, se- qüestrado e eliminado pelos estalinistas. A incerteza rei- nou durante uma semana. O comitê de defesa dos bair- ros que haviam erguido barreiras, é paralisado pelos “líderes” da CNT. Os anarquistas italianos presentes con- taram várias vezes que na caserna “Spartaco” de onde os anarquistas já tinham apontado os canhões contra a caserna “Karl Marx”, dirigida pelos estalinistas, tiveram de intervir pessoalmente Oliver e Montseny. Em segui- da, de Valência (para onde se transferiu o governo re- publicano em novembro de 1936) chegaram 5000 guar- das de assalto que retomaram o controle. O dirigente do POUM, Andrés Nin é preso (depois torturado e as- sassinado) e algumas centenas de anarquistas. É pro- vável que nessa operação (chamada operação “Nikolai”) o comunista Vittorio Vidali, de Trieste, tenha tido um papel não secundário. Ao contrário, o anarquista tam- bém triestino Umberto Tommasini contava ter sido pre- so pela polícia estalinista enquanto estava iniciando uma ação contra os navios fascistas italianos e que tinha se salvado somente graças aos protestos da CNT.
— As jornadas de Barcelona foram decisivas para o campo republicano. É possível afirmar que naquele mo- mento termina a fase revolucionária?
— Esse acerto de contas coloca o movimento anar- quista frente a uma escolha muito delicada; militarmente se poderia vencer os estalinistas, pelo menos em Bar- celona, mas não quiseram fazê-lo. Contra eles havia a repressão dirigida pelo próprio governo republicano. Portanto, aceitaram a dissolução dos Comitês de Defe- sa dos bairros operários e também o fato de que cente- nas de militantes libertários fossem presos. Largo Ca- ballero se demite, recusando-se a promover a repres- são contra os militantes do POUM (acusados de serem
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“agentes de Franco”) sem provas. Provavelmente os agentes estalinistas que tinham seqüestrado Nin pen- savam arrancar dele uma “confissão” pela tortura, mas o plano falhou, evidentemente, e Nin foi assassinado. Quando seus companheiros escreviam sobre os muros de Barcelona: “Onde está Nin?”, os estalinistas, com humor macabro, respondiam: “Está em Burgos ou em Berlim” (Burgos era a capital do governo de Franco). Pelo contrário, o cadáver do “desaparecido” foi ocultado nas proximidades de Alcalá de Henares. Recentemente foram recuperados os restos de um cadáver que pode- ria ser o seu. Ocorreu, portanto, um consistente redire- cionamento do protagonismo revolucionário e um re- forço do Estado no qual os comunistas controlavam muitas estruturas de poder. Essa luta intestina, pres- cindindo das responsabilidades, indubitavelmente aca- bou por enfraquecer a resistência às tropas franquis- tas. Em todo caso, na derrota republicana o apoio nazi- fascista teve um papel preponderante.
Tradução do italiano por Nildo Avelino. Notas:
1 “La breve estate catalana”, publicado originalmente em A rivista anarchica, Milão, ano 36, no 317, maio de 2006.
2 “Carlismo” foi o partido de Don Carlos María Isidro (1788-1855), irmão de Fernando VII e pretendente ao trono da Espanha após a morte desse. O carlis- mo nasceu em 1833 e foi o movimento político que englobou a ala mais con- servadora da sociedade espanhola, de forte caráter anti-liberal e anti-revolu- cionário (N.T.).
3 Francesc Ferrer y Guardia, idealizador do ensino racionalista que impulsionou o movimento internacional de criação de escolas modernas pelos anarquistas, era catalão. Acusado de ser o instigador das revoltas de Barcelona conhecidas como “Semana Trágica”, foi fuzilado em 1909 na prisão de Montjuïc (N.T.).
4 “Rosa de fogo” (NT).
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A Revolução Espanhola, seu começo, desenvolvimento e dis- sipação sob a guerra civil. O apoio direto do nazi-fascismo às forças franquistas, a atuação dos comunistas no processo de restauração das relações de dominação e a resistência anar- quista.
Palavras-chave: revolução espanhola, anarco-sindicalismo, anarquismo.
ABSTRACT
The Spanish Revolution, its beginnings, development and di- sintegration under the civil war. The direct support of nazi-fas- cism to Franco’s forces, the actions of communists in the pro- cesses of rebuilding the relation of dominance and the anar- chist resistance.
Keywords: Spanish Revolution, anarcho-syndicalism, anar- chism.
Indicado para publicação em 14/03/2006.



 
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