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La possibilità di una divisione dell'Iraq

category mashrek / arabia / irak | imperialismo / guerra | opinione / analisi author Friday August 29, 2014 00:50author by KAF - Kurdistan Anarchists Forumauthor email anarkistan at activist dot com Report this post to the editors

Alcune settimane fa, in uno dei nostri comunicati noi del Kurdistan Anarchists Forum esprimemmo le nostre opinioni ed il nostro atteggiamento sullo Stato Islamico di Iraq e Siria (Isis), sui suoi attacchi in Iraq e sullo scontro politico-religioso per il potere tra Sciiti e Sunniti. In questo nostro comunicato presentiamo le nostre posizioni sulla situazione politica, sulla possibilità di una divisione dell'Iraq e sulla guerra in corso. [English]
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La possibilità di una divisione dell'Iraq


Alcune settimane fa, in uno dei nostri comunicati noi del Kurdistan Anarchists Forum esprimemmo le nostre opinioni ed il nostro atteggiamento sullo Stato Islamico di Iraq e Siria (Isis), sui suoi attacchi in Iraq e sullo scontro politico-religioso per il potere tra Sciiti e Sunniti. In questo nostro comunicato presentiamo le nostre posizioni sulla situazione politica in Iraq, sulla possibilità di una divisione del paese e sulla guerra in corso.

Siamo convinti che dal 1991 ad oggi l'Iraq non sia mai stato un paese unificato - o meglio una terra unificata. Proprio dopo il crollo del regime di Saddam Hussein e l'invasione del paese da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati nel 2003, il paese si è ritrovato diviso in tre regioni: il Kurdistan, dove dopo l'insurrezione del 1991 vi è un governo regionale autonomo; la regione sunnita in continuo stato di vertenzialità col governo centrale iracheno a causa delle condizioni di isolamento, di abbandono, di marginalizzazione e di deprivazione di interventi governativi; la terza regione, quella sciita nel sud e nel centro del paese che ha preso il governo del paese fin dal 2003.

Al di fuori degli schemi e dei complotti messi in atto dai leaders politici e da coloro che hanno fame di potere, gli Iracheni (la gente normale, i cittadini senza nessun potere), dal nord al sud, hanno goduto di buone relazioni sociali reciproche, vivendo tutti insieme in armonia. Certo, non possiamo negare che per oltre 50 anni, gli iracheni - fossero essi Curdi, Arabi o Turchi - hanno dovuto pagare il prezzo delle violente schermaglie, delle ambizioni di politici inetti, del prevalere delle guerre, della Campagna di Al-Anfal[1], dell'uso delle armi chimiche contro i Curdi, della loro evacuazione forzata dai loro piccoli villaggi e città. Quasi tutti in Iraq sono stati vittime di varie guerre e delle devastanti e distruttive follie dei partiti politici iracheni. Eppure nonostante tutto questo, gli Iracheni erano felici di essere uniti, almeno fino a tempi recenti.

L'attuale conflitto militare per il potere ha raggiunto un punto tale che l'Iraq si trova ad affrontare sia una guerra civile che la balcanizzazione. Entrambe le possibilità - guerra o disintegrazione - tornano utili alla potente elite dominante. In realtà, i cittadini ordinari, al di fuori dell'influenza dei circoli politici e lontani dalle elite affamate di potere, non hanno niente gli uni contro gli altri e potrebbero vivere insieme perfettamemte. Potrebbero anche trovarsi uniti nella vita quotidiana sulla base di interessi condivisi, senza badare a differenze nazionali, di colore, di religione, di razza o di tribù.

Per noi anarchici, però, esiste una terza via: la riorganizzazione della società su basi e su principi di costruzione di comunità liberate e di cooperative gestite da libere communità di proprietà collettiva del popolo stesso, tramite il metodo della democrazia diretta. Ma, in questo momento, le forze statali e le milizie vogliono trasformare la loro guerra in guerra di tutti contro tutti contagiando tutti gli organi della società. Al tempo stesso, le persone vengono trascinate a dividersi inconsapevolmente tra partiti politici e milizie, oppure a ritrovarsi disperatamente isolate e marginalizzate. Se il problema è la mancanza di coscienza sociale, la migliore alternativa è lasciare che a decidere sull'esito dell'Iraq sia il popolo stesso, ad una sola condizione: che senza opporsi alla guerra ed alla violenza, ci si metterebbe nelle condizioni di essere sacrificati sull'altare degli interessi dell'imperialismo capitalista e dei politici corrotti. In questa particolare circostanza, l'unica strada perseguibile è ovviamente qualsiasi cosa che possa impedire un allargamento della guerra che porterebbe al massacro e genocidio di milioni di persone.

La guerra dei 30 anni tra governo iracheno e movimento curdo ha provocato il genocidio di migliaia di persone, ha distrutto centinaia di villaggi con la Campagna Al-Anfal nel 1988, ha usato armi chimiche nel 1985 su ordine del regime, oltre all'incendio delle aree di metano nel sud sciita. Siamo stati testimoni di tutto questo. Quello che sta accadendo ora non è che la continuazione del passato col sostegno del governo attuale e delle principali istituzioni politiche per espanderne il controllo. Allo scopo di accumulare potere ed influenza, viene usato ogni inganno, ogni violenza per diffondere odio e morte di civili innocenti per proprio vantaggio personale e per vantaggio degli interessi economici neoliberisti attuando le politiche economiche del FMI, della BM e della BCE.

Possibilità di divisione o di spaccatura

C'è qualcosa di vero in questo scenario. I politici curdi del Governo Regionale del Kurdistan che vogliono uno Stato Curdo indipendente oppure sono a favore del proseguimento della situazione attuale, sono molto simili al governo iracheno (o alla maggioranza dei governi nel mondo) nel perseguire lo sfruttamento della classe lavoratrice e del sottoproletariato. Al tempo stesso, costoro rappresentano gli interessi di potenti imprese ed organizzazioni internazionali. Ecco perché, anche se il popolo curdo avesse un proprio governo ed un proprio Stato, queste istituzioni si troverebbero a gestire lo sfruttamento dei lavoratori e dei poveri, col sostegno economico finanziato da nazioni influenti.

E' corretto affermare che una spaccatura dell'Iraq renderebbe più ardua la lotta di classe degli sfruttati. Nonostante lo sciopero di Gawrbaghy[2] e la cooperazione della classe operaia a quella lotta durante gli anni '50 e '60, l'unità della classe lavoratrice da allora è stata logorata da turbolenze politiche, da leaders politici approfittatori, dalla religione e da periodi di guerra intermittenti. Le turbolenze sociali in corso non fanno che peggiorare la situazione per la classe lavoratrice. E' alta la possibilità oggi di una futura ulteriore spirale del conflitto col coinvolgimento di molte fazioni. Dobbiamo sempre ricordare a tutti che alla fine della guerra tra Iraq ed Iran, sorse una rete internazionale di spie ed agenti segreti che riuscirono a creare bande di mafiosi, gruppi terroristici, politici ultra-estremisti e fanatiche sette religiose allo scopo di fomentare una situazione di ulteriori ostilità.

In situazioni come questa, è più facile che si sviluppi la guerra civile invece dell'unità delle comunità senza potere. Il referendum sull'indipendenza potrebbe essere l'azione più saggia e la migliore da intraprendere, sebbene non sia nei nostri desideri e nemmeno una nostra rivendicazione, dato che noi siamo perché ogni decisione sia presa dalle masse al di fuori di ogni indicazione o strategia manipolatrice messa in atto dai politici. Negli ultimi 9 anni abbiamo cercato ed eravamo pronti a sostenere l'appello per una lotta di massa indipendente al fine di costituire cooperative popolari e libere federazioni, da collegare l'una all'altra in una confederazione regionale di distretti. Ma al presente, sebbene le paure e le minacce in corso appaiono più forti e più imminenti delle speranze, questa resta la sola opzione: la decisione diretta sul futuro dell'Iraq dovrebbe essere presa dal popolo stesso.

Ma in una situazione come quella fin qui esposta, noi non ci aspettiamo che la decisione popolare, influenzata da una avvelenata propaganda messa in atto da fazioni politiche manipolatrici e venefiche interessate ad ampliare il loro proprio potere, possa essere in definitiva una decisione salvifica; per cui non possiamo restare silenti. Infatti, in prima istanza, riteniamo che sia nostro dovere di fronte alla propaganda neoliberista, nazionalista e delle organizzazioni islamiche fanatiche, lavorare e lottare per organizzazioni indipendenti, per gruppi locali, per movimenti di massa e comunità autogestite create dal popolo stesso, sulla base della democrazia diretta. Cerchiamo di creare oggi tutti gli strumenti per le lotte del futuro, come strategia contro l'eventuale oppressione politica di oggi e di domani.

Ovviamente, qualunque cosa uscisse dalla volontà della grande maggioranza popolare, non significa che dobbiamo esserne contenti. Infatti continueremmo le nostre lotte contro il sistema gerarchico, contro l'oppressione di stato, contro ogni governo dovesse sorgere e contro le organizzazioni dedite allo sfruttamento sistematico.

Se l'Iraq dovesse spaccarsi in tre diversi stati, continueremo le nostre attività con la solidariatà dei nostri compagni, delle classi lavoratrici, siano essi arabi, turchi, persiani o altro in base al principio "agire localmente e pensare globalmente", dato che noi siamo per un mondo senza confini, senza disuguaglianze e senza corruzione.

Libero referendum

Sappiamo che in una società di classe non ci sarà mai un "libero" referendum, dato che ben prima dell'esito del referendum, le classi superiori hanno già predisposto i termini del referendum in base ai loro fini in sintonia con gli interessi dell'elite e della minoranza autoritaria al potere, senza curarsi delle necessità quotidiane, delle richieste e dei bisogni della gente comune. Un referendum onesto è possibile solo in una società economicamente indipendente, equa ed autonoma, in cui il popolo può prendere le sue decisioni senza interferenze statali e senza manipolazioni mediatiche, in cui i mezzi di comunicazione non siano più sotto il controllo delle elite dominanti e dello stato.

Qualsiasi referendum che si terrà nelle regioni curde o in altre aree irachene, non potrà essere né libero né onesto, né potrà tenersi al di fuori delle decisioni delle classi dominanti e delle potenti nazioni estere. Negli ultimi 20 anni ci sono stati dei referendum nel Kurdistan iracheno, ma i risultati non erano a favore delle forze di invasione irachene e del Governo Regionale dei Kurdistan (KRG) e quindi non vennero assunti dal parlamento.

Il che non significa che i socialisti, i libertari e gli anarchici non possano cambiare questa situazione. Infatti, le cose potrebbero cambiare se queste componenti politiche mettessero in atto i principi per la lotta indipendente, meccanismi rivoluzionari contro l'attuale sistema, lotte e campagne contro l'oppressione. Possiamo mobilitarci, influenzare le opinioni nella società e lavorare per favorire la coscienza di classe individuale, nelle comunità, nelle organizzazioni e nei gruppi. Per esempio: se gli scopi del referendum vanno contro la volontà popolare e non rispondono ai bisogni delle masse, allora il popolo può boicottare il voto o votare scheda bianca. E' solo uno dei modi per respingere e battere i beceri tentativi della classe dominante di imporre i suoi obiettivi.

Il referendum che ora i politici vogliono non serve a riorganizzare la società cambiando i rapporti sui mezzi di produzione, non serve all'autogoverno o all'autonomia delle masse, non serve alla costruzione di comunità e di cooperative in una libera società; ma serve solo a creare i confini voluti dalla borghesia per ulteriori vantaggi economici, per aumentare l'influenza dei politici, per il dominio sugli Sciiti, sui Sunniti e sui Curdi, senza curarsi di chi ha il potere e l'autorità in una società di classe. Il controllo esercitato da una elite corrotta e sfruttatrice significa schiavitù ed oppressione per la grande maggioranza degli iracheni.

Lo Stato: quello regionale, centrale e mondiale

Noi di sicuro siamo contro uno stato del Kurdistan e contro l'idea di uno Stato curdo, non semplicemente perché non ci piace il nome Stato curdo. Noi crediamo che si tratti solo di un altro inganno per il popolo curdo. Infatti, uno Stato non potrà mai essere veramente curdo, arabo, inglese o altro. Non ha importanza come i media rappresentino lo Stato: la realtà è che non è qualcosa che ti protegge, o che ti porta la libertà, la giustizia sociale o un orientamento partecipato. Lo Stato è invece uno strumento di amministrazione e di repressione ed oppressione della maggioranza dei cittadini. Lo possiamo verificare nella vita di tutti i giorni, nella nostra esperienza quotidiana ed al tempo stesso lo Stato sopprime ogni ribellione che possa emergere da parte delle classi povere e sfruttate.

Poiché respingiamo ogni stato, al di là di ogni colore, siamo invece a favore di una libera società formata sulla base di cooperative sociali, di un'economia indipendente, dell'uguaglianza di potere, della giustizia sociale, dell'unità del proletariato e della solidarietà internazionale. L'unità tra gli individui è cruciale, in qualunque stato o nazione si trovino a vivere. E' anche fondamentale la libertà di prendere decisioni all'interno di organismi non-gerarchici, in federazioni e confederazioni che usano la democrazia diretta, l'indipendenza individuale e la formazione di comuni.

Alla luce di quanto sopra, noi siamo sempre contro lo Stato. Ma se oggi il popolo non riesce ad abolire e smantellare lo Stato, ci batteremo perché vengano raggiunti i seguenti fondamentali principi e diritti:

  • Uguaglianza e diritti umani per tutte le etnie e le religioni all'interno di uno stato curdo provvisorio.
  • Uguaglianza razziale e di genere insieme al welfare per l'infanzia; impedimento alle fazioni religiose e politiche di interferire con i diritti individuali.
  • Libertà per gli individui e per i movimenti politici, quali la libertà di organizzarsi indipendentemente, libertà di costituire cooperative, libertà per le persone di fare le proprie scelte di vita senza essere controllati da istituzioni statali o religiose. Libertà di opinione, di scrivere, di critica, di manifestazione.
  • Diritto per i movimenti e per le comunità di organizzarsi autonomamente ed indipendentemente.
  • Elezioni libere, aperte e senza brogli; libertà di uso della lingua madre e delle lingue indigene nelle scuole, nelle università, nei posti di lavoro e nelle comunità.
  • Assicurare il diritto per le regioni e le località di godere di maggiore indipendenza.
  • Diritto all'autogestione per le comunità, affidata sia ai loro residenti che a tutta la società, sulla base del principio di autonomia.
  • Abolizione di tutte le spese e gli stipendi per i governatori politici e religiosi e per le loro amministrazioni; taglio dei loro fondi alimentati dal denaro pubblico.
  • Abolizione dei privilegi economici, delle pensioni private (in Kurdistan molte persone che sono state ardenti sostenitori di un'organizzazione politica e combattenti per la libertà, sono ora in pensione con un ottimo assegno nonostante il fatto che la maggioranza di loro non sia in età pensionabile) e dei privilegi del presidente del KRG.
  • Requisire i monti, le valli, i terreni ed i settori oggi privatizzati e riportarli in mano alla pubblica proprietà.
  • Disdire i contratti imposti dalle istituzioni globali come il FMI, la BM e la BCE.
  • Assicurare e garantire il diritto di asilo per chiunque, di qualsiasi razza, genere, etnia e religione. Abolire la legge sui cittadini di prima e seconda classe e bandire la deportazione di qualsiasi rifugiato.
  • Uguaglianza di diritti, di salario e di opportunità di lavoro per i lavoratori del paese e per i lavoratori immigrati.
Come abbiamo già detto, siamo per una società socialista o anarchica e rifiutiamo le gerarchie ed i sistemi politici dominanti. Siamo anche per la convivenza e per l'unità nella lotta. Tuttavia, quando sono attive ed operative le minacce di guerra da parte di fazioni nazionaliste, di organizzazioni religiose fanatiche e tribali, siamo col popolo iracheno nella convinzione che non dobbiamo ripercorrere la stessa traiettoria storica del Ruanda, del Sudan del Sud, della Bosnia, del Sri Lanka ed altri ancora. Ribadiamo che gli unici a trarre vantaggio da questa guerra sono le imprese multinazionali, le influenti istituzioni finanziarie, la mafia e l'elite capitalista.

No allo stato ed al suo sistema politico.

No alla società di classe ed alla guerra.

Per la lotta di classe e per la guerra di classe.

Per la libera convivenza di tutte le etnie, tutte le religioni e tutte le classi.

Kurdistan Anarchists Forum (KAF)

5 luglio 2014

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.


Note:

1. L'operazione Al-Anfal, o semplicemente Anfal, fu una campagna di genocidio contro il popolo curdo nell'Iraq settentrionale, decisa dal presidente iracheno baathista Saddam Hussein e condotta da Ali Hassan al-Majid, nella fase finale della guerra Iran-Iraq.

2. Gawrbaghy fu uno grande sciopero dei lavoratori del petrolio a Kerkuk dal 3 al 13 luglio del 1946, con 14 rivendicazioni sindacali. La compagnia petrolifera ed il governatore di Kerkuk non accolsero tutte le richieste. Lo sciopero dunque proseguì. Il 13/07/1946 durante una manifestazione degli operai, la polizia attaccò ed uccise e ferì molti manifestanti tra cui donne e bambini.

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