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I Curdi, tra accerchiamento islamista e progressi politici

category mashrek / arabia / irak | imperialismo / guerra | opinione / analisi author Saturday July 26, 2014 15:45author by Elisenda Panadés - Diagonal Report this post to the editors

Il Kurdistan della Siria, solo di fronte agli attacchi jihaidisti, lancia un appello alla solidarietà internazionale. [Castellano]
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I Curdi, tra accerchiamento islamista e progressi politici


Un sabato qualsiasi di luglio in Piazza della Repubblica a Parigi. Decimo distretto della capitale francese, noto sui media come "Piccolo Kurdistan" per essere il centro sociale ed associativo della comunità curda nella regione parigina, uno dei più importanti in Europa. Su un lato della piazza affollata, sotto lo sguardo della statua della Marianne, si intravvede un cartello che denuncia il coinvolgimento della Turchia negli attacchi dei gruppi islamisti contro i Curdi in Siria. "Non siamo arabi, non siamo persiani, non siamo turchi e nemmeno islamisti. Siamo Curdi e facciamo appello alla solidarietà internazionale al pari dei palestinesi", esclama una giovane della Federazione delle Associazioni Curde di Francia che indica a pochi metri da lei il presidio contro gli ultimi bombardamenti israeliani su Gaza, mentre diffonde volantini sulla storia tragica del Kurdistan. Un popolo del Medio Oriente disperso in 4 Stati (Turchia, Iran, Iraq e Siria) in seguito agli accordi segreti tra Inghilterra e Francia nel 1916, nell'imminenza della dissoluzione dell'Impero Ottomano nella regione. Quaranta milioni di persone la cui sorte non sembra interessare molto i grandi mezzi di comunicazione.

Nelle ultime settimane si è invece tornati a parlare dei Curdi. Questa volta la causa è stata l'avanzata islamista in un Iraq sulla strada della disintegrazione con la conquista di Mosul da parte del gruppo estremista sunnita, denominatosi Stato Islamico, che combatte anche in Siria. E la risposta difensiva messa in campo dalla regione autonoma curda in Iraq. Questa reazione si è concretizzata in primo luogo nella presa di Kirkuk, area petrolifera conosciuta come la Gerusalemme curda in cui si sarebbe dovuto tenere un referendum sulla sua integrazione nella regione curda in base alla Costituzione irachena del 2005. Ed in secondo luogo nell'annuncio del presidente del Governo Regionale del Kurdistan (KRG), Mas'ud Barzani, di indire un referendum per l'indipendenza, a cui Bagdad e Washington hanno reagito immediatamente con contrarietà.

La Rojava, sola di fronte agli islamisti

Non c'è dubbio che l'accerchiamento islamista, causato dalla guerra in Siria, non è una cosa nuova per i Curdi. Così, la Rojava (letteralmente "ovest" o "ponente"), toponimo con cui è nota la regione a maggioranza curda nel nord della Siria, resiste da mesi agli attacchi dei jihadisti che combattono nel conflitto siriano, appoggiati tra gli altri dai paesi del Golfo. Gli islamisti accusano i Curdi di essere degli infedeli, ma questo non basta a spiegare i loro attacchi. Vi è anche la volontà di conquistare un territorio strategico e ricco di petrolio. I Curdi si sono difesi finora con le milizie popolari, le YPG [Yekîneyên Parastina Gel (Unità di Protezione Popolare), ndt], in cui vi è una forte presenza femminile. E lo stanno facendo, a differenza degli islamisti, senza nessun appoggio esterno, salvo quello dei Curdi in Turchia, e senza nessuna eco mediatica. In effetti, da quando è stata dichiarata la regione autonoma curda, al di fuori degli schieramenti in campo (né con Bashar al-Assad né con la opposizione), poco si è detto su questa autonomia, un progetto politico per tutti i popoli della regione ispirato al "confederalismo democratico" di Abdullah Öcalan, simbolo dei Curdi al di qua ed al di là della frontiera turco-siriana che li divise decenni or sono.

Poco interesse avevano suscitato anche gli attacchi islamisti della fine del 2011 (nonostante la condanna del Parlamento Europeo), con decine di civile uccisi, casi di crucifissioni e decapitazioni, centinaia di civili sequestrati dagli islamisti, come pure oggi i recenti attacchi islamisti con armi chimiche. Questo è quanto denuncia un comunicato emesso in luglio dal Coordinamento Autonomo della Rojava, di fronte alla recrudescenza dei combattimenti nel cantone curdo di Kobane, alla frontiera con la Turchia, dopo la presa di Mosul (Iraq) da parte dell'ISIS (dove hanno potuto impadronirsi di armi ed equipaggiamento in gran quantità). I Curdi non sfuggono alla regionalizzazione del conflitto siriano.

Di fronte all'assedio islamista, la Rojava ha chiesto un aiuto internazionale urgente alla luce della carenza di munizioni ed alimenti. Al tempo stesso, si denuncia la Turchia per la mancata concessione del corridoio degli aiuti umanitari al Kurdistan siriano, mantenendo la sua frontiera inaccessibile, e per l'appoggio diretto dato alle "forze oscurantiste" che attaccano la sua popolazione, come è stato spiegato un mese fa durante una sua visita a Parigi da Saleh Muslim, uno dei principali dirigenti curdi in Siria, co-presidente del Partito di Unione Democratica (Partiya Yekîtiya Demokrat - PYD), alleato del PKK.

Turchia, triplo gioco

Nel bene e nel male, la Turchia rappresenta per i Curdi un elemento ineludibile in questo rompicapo che è il Medio Oriente. Ed al contrario, lo stesso dicasi dei Curdi e del loro petrolio per la Turchia, la quale cerca di recuperare l'influenza persa nella regione. Questo spiega sicuramente perché lo Stato Turco abbia cercato di riconoscere i Curdi. Solo un anno fa per la prima volta, un primo ministro turco in carica, Recep Tayyip Erdoğan, ebbe a pronunciare ufficialmente la parola "Kurdistan" in Turchia. Erdoğan si trovava nella zona curda di Diyarkbakir durante una visita del leader curdo iracheno, Mas'ud Barzani.

Ankara sta facendo il triplo gioco con i Curdi di Turchia, Siria ed Iraq. Da un lato, la Turchia, che non gradisce l'alleanza dei Curdi di Siria con il PKK e nemmeno il loro progetto autonomista, starebbe appoggiando i gruppi islamisti che attaccano la zona autonoma curda della Rojava. Allo stesso tempo, Erdoğan, nel corso della campagna per le elezioni presidenziali del mese di agosto, tiene i Curdi in bilico in un processo di pace che sa tanto di elettoralismo (per ottenere i voti degli elettori curdi), che era iniziato un anno fa con il cessate il fuoco unilaterale della guerriglia del PKK, ma che ora appare più moribondo che reale, e però impensabile poco tempo fa in un paese fortemente segnato dal nazionalismo turco. Infine, la Turchia si è fatto un alleato nei curdi dell'Iraq, i quali, privi di appoggi nella regione e senza accessi al mare, necessitano della Turchia per le loro esportazioni di petrolio. Per questo, Mas'ud Barzani, presidente della regione curda in Iraq, è stato nuovamente ricevuto a braccia aperte ad Ankara in questa settimana, dopo aver annunciato il percorso di indipendenza del Kurdistan iracheno.

Un attore chiave nella regione

Come concordano vari esperti della questione curda quali Hamit Bozarlsan (professore alla Scuola di Studi Superiori in Scienze Sociali di Parigi), i Curdi sono diventati un attore chiave nella regione, con una forza sempre più crescente negli anni 2000, grazie alla forza all'autodeterminazione delle popolazioni che hanno portato avanti importanti questioni politiche come il riconoscimento dell'autonomia del Kurdistan in Iraq (2005), quella recentemente autoproclamata in Siria (2013) o la forza del partito curdo in Turchia, nato dal PKK e presente nel Parlamento di Ankara dopo il successo elettorale nella regione curda (che rappresenta il 20% della popolazione in Turchia). Ora comunque, il movimento curdo è ben lungi dall'essere una forza unificata che possa agire in maniera congiunta. Lo rende evidente lo stesso fatto di appartenere a quattro Stati diversi con una storia di lotta e di repressione differente e con la imposizione di diverse lingue ufficiali (l'arabo, il turco ed il persiano) a scapito della lingua comune curda. Una lingua sistematicamente perseguitata, con due grandi dialetti molto diversi, due alfabeti distinti (quello latino in Turchia e quello arabo in Iraq, Iran e Siria) che la maggior parte dei Curdi non sanno scrivere. E però la mancanza di unità è dovuta anche ad una storia di divisioni e di lotte interne agli stessi Curdi, eredità di un passato tribale nonché strumentalizzata dagli antichi imperi e dagli Stati attuali.

Tra automomia ed indipendenza

Frutto di questa storia, il movimento curdo oggi si presenta strutturato politicamente in due importanti protagonisti politici. Da un lato, c'è il Governo Regionale del Kurdistan in Iraq, guidato da Mas'ud Barzani, che si autogoverna nel nord del paese, dopo la caduta di Saddam Hussein e l'occupazione dell'Iraq. Un attore che aspira oggi alla sua indipendenza, uscendo da una storia particolarmente tragica, con tristi capitoli come il massacro perpetrato nel 1988 dallo Stato iracheno, con armi chimiche, contro la popolazione curda di Halabja, nel mezzo della guerra tra Iran ed Iraq, al tempo in cui Saddam Hussein era un alleato dell'Occidente. Dopo decenni di guerriglia, i Curdi dell'Iraq han messo in pratica la realpolitik e, servendosi della diplomazia del petrolio, hanno ottenuto appoggi in Europa, Turchia ed Israele. L'altro grande attore è la guerriglia del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), creato nel 1979 e guidato da allora da Abdullah Öcalan, detenuto a vita in un'isola del Mar di Marmara, ma sempre un leader carismatico dei Curdi in Turchia, tanto da annunciare il cessate il fuoco il 21 marzo del 2013. Il PKK ha l'appoggio maggioritario dei curdi in Turchia ed in Siria, per quanto ilsuo quartiere generale si trovi nella regione montagnosa del Kandil, nel Kurdistan iracheno. Il PKK, con i suoi partiti politici affini (il BDP in Turchia, il PYD in Siria o il PJAK in Iran) difende la proposta del "confederalismo democratico". Si tratta di un progetto di decentramento politico e di democrazia partecipativa, che rivendica i diritti delle minoranze e dell'uguaglianza di genere, tra le altre cose. Critico con il modello degli Stati-Nazione attuali, non si pone come obiettivo immediato l'indipendenza nazionale ed ancor meno se questa dovesse riguardare solo una parte del Kurdistan.

Visioni politiche distinte e non poche rivalità dividono i Curdi, però molte altre questioni li accomunano, cominciando con la loro lunga storia di resistenza e con la consapevolezza di essere oggi più che mai un attore chiave nella regione medio-orientale, nonostante i tanti interrogativi che restano aperti in uno spazio geopolitico fatto di frontiere fragili, ricco di petrolio e di conflitti senza fine. Infatti, le incertezze immediate per i Curdi sono: in Turchia, il risultato delle elezioni presidenziali in agosto (in cui il partito curdo BDP si presenta con la sigla del nuovo partito HDP, creato per intercettare l'appoggio della sinistra minoritaria turca con una proposta politica per tutta la Turchia), così come i progressi del processo di pace tra il PKK e lo Stato Turco. In Iraq, l'interrogativo più grande gira intorno alla possibile disintegrazione del paese a causa del conflitto confessionale sciita-sunnita ed alla conseguente possibile (o no) indipendenza del Kurdistan. Intanto, in Iran, la situazione dei Curdi è legata alla evoluzione politica e democratica del paese (che continua a vietare, pena la morte, ogni attività politica curda); ed infine, in Siria, c'è da vedere come va a finire la guerra in corso e con questa il futuro della Rojava.

In ogni caso è bene essere consapevoli, al di là delle frontiere, che quello che può accadere in uno degli spazi curdi tenderà ad avere ripercussioni necessariamente sugli altri; resta da vedere se la mappa regionale che risulterà dalle rovine dei conflitti attuali nella antica Mesopotamia farà avanzare i diritti dei questo popolo che cerca di cominciare un'altra storia, la sua propria storia. Con più frontiere o senza frontiere.

Elisenda Panadés

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.

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