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Autogestioni: Conversazione sul senso di un'iniziativa

category italia / svizzera | lotte sul territorio | intervista author Wednesday March 20, 2013 18:24author by a cura di Stefano Macera Report this post to the editors

Il 2 marzo scorso, nello Spazio Sociale 100celle aperte di Roma, si è tenuto un incontro sulla Comune di Urupia, nel Salento, interno ad un percorso di discussione intitolato “Autogestioni”. Una iniziativa decisamente in controtendenza, in un momento in cui il dibattito a sinistra era inevitabilmente dominato dagli scenari post-elettorali. Ne abbiamo parlato con uno degli organizzatori, Francesco, che ci ha proposto un punto di vista personale, ma comunque indicativo di alcune linee di un dibattito collettivo.

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Autogestioni: Conversazione sul senso di un'iniziativa


Il 2 marzo scorso, nello Spazio Sociale 100celle aperte di Roma, si è tenuto un incontro sulla Comune di Urupia, nel Salento, interno ad un percorso di discussione intitolato “Autogestioni”. Una iniziativa decisamente in controtendenza, in un momento in cui il dibattito a sinistra era inevitabilmente dominato dagli scenari post-elettorali. Ne abbiamo parlato con uno degli organizzatori, Francesco [*], che ci ha proposto un punto di vista personale, ma comunque indicativo di alcune linee di un dibattito collettivo.

Ci piacerebbe, intanto, che tu descrivessi l’articolazione e gli obiettivi dell’iniziativa. In realtà il ciclo d’incontri sulle autogestioni non è stato strutturato con una formula chiusa e precostituita. L’unica cosa stabilita è il suo scopo, che è quello di dare spazio e voce alle forme di autorganizzazione ed autogestione che si producono nei vari settori della vita sociale. Senza muovere da una scala d’importanza perché per noi qualsiasi esperienza di autonomia gestionale che coinvolga un singolo aspetto o l’intera esistenza di un gruppo di individui può risultare significativo nella misura in cui rappresenta la sperimentazione di un altro modello di organizzazione sociale. Obiettivo dell’iniziativa è anche quello di mettere in risalto, attraverso la conoscenza di esperienze attuali e il dibattito intorno ai problemi reali che queste vivono, quanto e come la pratica autogestionaria ha la capacità di diffondersi nella società e se questa auspicata (almeno per noi) sua diffusione possa contribuire ad un cambiamento radicale della società, tale da investirne le basi materiali.

Quindi l’unica cosa decisa è che l’iniziativa si tradurrà in un ciclo d’incontri in cui cercheremo di toccare i vari settori del sociale in cui sono sorte forme di autogestione. Abbiamo cominciato, nella serata inaugurale, con un’esperienza integrale di autogestione, invitando le Comunarde della comune libertaria Urupia a descrivere la loro storia passata e presente. Con loro abbiamo dibattuto non tanto di massimi sistemi ma piuttosto dei problemi concreti e quotidiani che incontrano nel portare avanti la loro esistenza di individui e di collettività, nonché dei loro rapporti interni e di quelli con il mondo esterno. Non abbiamo ancora deciso il prossimo incontro ma i temi che toccheremo di sicuro saranno quelli del lavoro, dell’abitare, della gratificazione culturale ed artistica e via via accoglieremo anche i suggerimenti di coloro che faranno con noi questo percorso.

Oggi, la prospettiva dell'autogestione sembrerebbe lontana anni luce dalla realtà italiana. Il vincitore unico delle elezioni politiche, Beppe Grillo, parla ad esempio di "cittadini che devono farsi Stato"...

Credo che oggi la prospettiva di una società autogestita sia lontana anni luce non solo dalla realtà italiana ma anche da quella della maggior parte delle nazioni; dalla realtà dell’intero pianeta oserei dire. Questo però non mi porta a concludere che sia irrealizzabile; lo è certamente a breve termine, ma la storia dell’umanità, se pur breve, ci fa vedere che i cambiamenti radicali della società, a partire dalle sue basi materiali, non sono impossibili; i tempi di sedimentazione a volte sono lunghi e possono durare anche centinaia di anni. Il sistema capitalista ad esempio ci ha messo qualche secolo prima di soppiantare quello medievale; la sostituzione non è avvenuta repentinamente ma è iniziata con piccoli esempi sparsi che diffondendosi sempre più e ingrandendosi sono entrati inevitabilmente in conflitto con la struttura sociale e politica medievale, fino allo scoppio delle varie rivoluzioni che ne hanno determinato la sconfitta definitiva.

Non è detto che questo debba avvenire in maniera deterministica, non voglio dire che sia sufficiente far conoscere e diffondere questa modalità diversa di rapporti individuali e collettivi per portare spontaneamente al superamento della società capitalista, voglio solo dire che diffondere la conoscenza dell’autogestione, e farlo facendo partendo dagli esempi pratici attuali, è la base di un processo di sedimentazione. Perché spesso, frequentando i centri sociali o altre aggregazioni sociali legate al variegato mondo dell’opposizione sociale, diamo per scontato che questa pratica molto diversa dalle altre sia conosciuta dal resto della società.

D’altra parte penso che attualmente, registrandosi una forte crisi delle più tradizionali rappresentanze politiche e sociali del dissenso anticapitalista, accompagnata da una crisi economica devastante, vi sia un momento favorevole per un avanzamento di questa pratica. Gli stessi segnali che arrivano dalla società lo fanno pensare; per dire, il successo dei “grillini” a cui alludevi, a mio parere racchiude in parte l’aspirazione ad una maggiore partecipazione alla sfera decisionale da parte della popolazione, che però viene rinchiusa in un recinto di delega istituzionale dallo stesso Movimento 5 Stelle. Evidentemente però bisognerà fare anche questa esperienza per rendersi conto dell’inutilità dell’utilizzo delle istituzioni statali.

A parte i “grillini” e la loro azione di recupero di certe istanze in una prospettiva statalista, va detto che anche tra compagni non necessariamente legati ad opzioni autoritarie, vi è un certo scetticismo sull'autogestione. Si pensa che essa rimandi a piccole comunità o a minuscole esperienze produttive che si pretendono "liberate", per costruire le quali si rinuncerebbe alla conflittualità d'ogni giorno contro il padronato e le sue politiche antipopolari e di devastazione ambientale...

Beh, innanzitutto se guardiamo alla storia, ci sono stati momenti, in determinate regioni, dove l’autogestione della società da parte dei produttori non voleva dire né piccole comunità e né tantomeno minuscole esperienze produttive. Basti pensare alla Spagna del ’36 o alla Makhnovicina degli anni ’20, dove nella pratica autogestionaria erano coinvolte intere comunità e grandi regioni agricole ed in parte industriali, dove, pur se per un breve periodo, l’organizzazione decentrata e libertaria del sistema produttivo e politico, ha dimostrato di essere più efficace di ogni altro tipo di organizzazione. Purtroppo quelle esperienze sono sorte in contesti di guerra e alla fine sono state distrutte dall’autoritarismo delle sovrastrutture del capitalismo privato e statale.

Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di esempi lontani, legati a circostanze irripetibili…

E io rispondo facendo riferimento alla prima serata del ciclo, quando, dalle compagne di Urupia abbiamo appreso che loro non hanno affatto la pretesa di sentirsi “liberate”, ma che vivono quotidianamente le mille contraddizioni interne generate dal complicato rapporto tra individuo e collettività, e le mille contraddizioni esterne nei confronti di un sistema autoritario e sfruttatore. Abbiamo appurato che si considerano portatrici di una sperimentazione e che pensano che per stravolgere la società non si può partire dai massimi sistemi ma che bisogna iniziare a diffondere nel meccanismo generale dei granelli di sabbia. Questo non significa per loro rinunciare alla conflittualità d’ogni giorno, non sono una monade isolata dal mondo ma interagiscono con le lotte all’esterno del loro “recinto” come collettività.

Per quanto mi riguarda penso che la diffusione sempre maggiore nella società di quelle forme autogestionarie che molti compagni ritengono inutili se non dannose, possa rappresentare invece una via in cui si possa instradare il tentativo, da parte delle classi subalterne, di soddisfare le proprie necessità materiali e intellettive. E che questo tentativo, se diverrà più importante in senso di intensità e espansione geografica, entrerà inevitabilmente in conflitto con l’attuale modello di organizzazione sociale.

Dunque, pur ragionando sul lungo periodo, sei ottimista. Il punto, però, è questo: come accennavi la sinistra tradizionale, anche alternativa, che si propone di “rappresentare” le istanze più genuine del sociale, pare giunta al capolinea. Però c’è un evidente e, si direbbe, grave ritardo nella diffusione di ipotesi alternative come quelle su cui state ragionando voi. Quali ne sono, a tuo avviso, i motivi?

Il fatto è che bisogna scrollarsi di dosso quella patina culturale, creata ad hoc dalla propaganda dei vari regimi autoritari che si sono succeduti e, a dire il vero, rafforzata dal comportamento di alcuni libertari, per cui parlare di autogestione vuol dire palesare mancanza di senso pratico e di organizzazione.

Si tratta, in sostanza, far capire che le forme di autogestione che si manifestano nella società attuale sono invece molto pratiche, anzi, molto pragmatiche e che spesso, di fronte a problemi che il capitalismo non riesce più a risolvere neanche dal suo punto di vista, rappresentano “l’ultima spiaggia”: si pensi, in tal senso, ai lavoratori greci che autogestiscono le fabbriche abbandonate dai padroni.


Ndr: Militante della Federazione dei Comunisti Anarchici.

L'intervista è stata pubblicata sul sito Bandiera Rossa.

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