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Eurocrisi - 4 elezioni ed un funerale

category internazionale | economia | opinione / analisi author Tuesday May 22, 2012 22:37author by Paul Bowman - Workers Solidarity Movement Report this post to the editors

Comprendere le elezioni anti-austerity

Come un incidente d'auto al rallentatore, l'inarrestabile crisi dell'Eurozona ha toccato un altro punto di crisi. Le elezioni in Francia ed in Grecia, le elezioni tedesche in Renania Settentrionale-Vestfalia e le nuove elezioni in Grecia il prossimo mese, hanno portato i sintomi di sofferenza della Eurozona a livelli di panico. Sull'intera situazione grava lo spettro di una morte annunciata: un funerale per l'icona dell'euro come un partito che nessuno vuole abbandonare. [English]
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Eurocrisi - 4 elezioni ed un funerale

Comprendere le elezioni anti-austerity


Come un incidente d'auto al rallentatore, l'inarrestabile crisi dell'Eurozona ha toccato un altro punto di crisi. Le elezioni in Francia ed in Grecia, le elezioni tedesche in Renania Settentrionale-Vestfalia e le nuove elezioni in Grecia il prossimo mese, hanno portato i sintomi di sofferenza della Eurozona a livelli di panico. Sull'intera situazione grava lo spettro di una morte annunciata: un funerale per l'icona dell'euro come un partito che nessuno vuole abbandonare.

Le speranze dei sofferenti paesi periferici e di altri oppositori all'attuale regime di austerity sono state per poco tempo alimentate dalle elezioni presidenziali in Francia, che hanno sancito l'uscita di scena dell'impopolare Nicholas Sarkozy. Il sodalizio tra l'ex-presidente francese ed il cancelliere tedesco era diventato una sorta di luogo comune che era stato battezzato col nome di "Merkozy" - quasi a riflettere la loro apparente inscindibile alleanza nel cuore dell'Europa dell'Austerity. Ora il nuovo presidente francese, François Hollande, ha annunciato che è tempo di aprire una nuova era strategica in cui la crescita non sia più il parente povero dell'austerity. Ma i cuori dei socialdemocratici europei hanno potuto palpitare solo per poco, dato che già il giorno dell'annuncio della vittoria di Holland, i suoi stavano facendo marcia indietro rispetto all'ipotesi di ri-negoziare o di rescindere quel trattato economicamente incompetente, adottato nel dicembre 2011, che va sotto il nome di Fiscal Compact. Infatti il Parti socialiste del nuovo corso ha fatto balenare l'ipotesi di un vago "addendum" al trattato in questione, in cui verrebbero inserite belle parole come "crescita e posti di lavoro".

Ma se l'appello "anti-austerity" di Hollande era un bluff, in Grecia invece prendeva la forma dei risultati elettorali che hanno visto la distruzione dei due partiti che hanno governato la Grecia a partire dalla caduta della dittatura dei Colonnelli nel 1974. Sia il PASOK ("Movimento Socialista Panellenico" - centro-sinistra) che Néa Dimokratía ("Nuova Repubblica" - centro-destra), i quali avevano accettato il rovinoso Memorandum del piano di salvataggio della troika FMI/CE/BCE, perdono insieme 1/3 del loro elettorato. Nemmeno l'assurda legge elettorale greca che assegna un premio di maggioranza di altri 50 seggi (oltre i 250 ottenuti con il sistema proporzionale) al partito (e non alla coalizione) che prende più voti, avrebbe potuto salvare i due partiti pro-memorandum nel caso si fossero coalizzati.

Il vincitore delle elezioni greche del 6 maggio è stato SYRIZA (la Coalizione della Sinistra Radicale), una coalizione di eurocomunisti, trotzkisti e di altri partiti di estrema sinistra e libertari. La ferma opposizione di SYRIZA alle condizioni poste dal Memorandum, pur confermando la permanenza nell'area euro, ha portato a questa coalizione la seconda metà dei voti, pur partendo da una base ridotta. Nonostante la grande maggioranza dei votanti si sia espressa per i partiti anti-Memorandum, SYRIZA non è riuscita a mettere insieme una coalizione maggioritaria. E questo perché due componenti significative del voto antisalvataggio hanno premiato i neo-nazisti di Chrysi Avgi ["Alba Dorata"] ed i vetero-stalinisti del KKE ["Partito Comunista Greco"]. Che nessuno a sinistra apra trattative con i neo-nazisti è cosa scontata, e costoro non erano in sè una barriera insormontabile per la formazione di una coalizione contro il piano della Troika. Il problema più intrattabile è costituito invece dal KKE.

Il KKE è l'ultima specie vivente di vetero-stalinisti in Europa. Si è diviso dall'ala più riformista degli eurocomunisti che si era impegnata costruttivamente nel movimento no-global negli anni '90 e che ora si chiama Synaspismos, il partito più consistente nella coalizione SYRIZA nonché partito di Alexis Tsipras, leader della coalizione stessa. Una ulteriore scissione da Synaspismos nel 2010, è la Sinistra Democratica (DIMAR) in cui sono entrati nei primi mesi del 2012 alcuni fuoriusciti del PASOK. Sia SYRIZA che DIMAR, poi, sono un'anatema per il KKE, il cui violento settarismo ha portato i suoi militanti per anni a battaglie campali durante le manifestazioni sia contro gli anarchici che contro il resto della sinistra. Se i partiti a sinistra del PASOK respingono ogni ipotesi di coalizione con Alba Dorata, nel caso del KKE è proprio quest'ultimo che respinge ogni alleanza con il resto della sinistra anti-austerity. Il KKE è per la piena uscita della Grecia sia dall'euro che dall'Eurozona, in linea con l'ostilità di lunga data che i partiti stalinisti hanno sempre avuto verso l'unificazione europea ed in coerenza con la loro politica del "socialismo in un solo paese". Dal punto di vista del KKE, qualsiasi sostegno dato a SYRIZA - che mantiene la posizione per cui la Grecia può respingere le disastrose condizioni poste dal Memorandum senza uscire dall'euro - si configura non solo come un aiuto agli "scissionisti" ed ai "rinnegati" (così considerano i loro ex-compagni di partito) ma anche come un rafforzare illusioni che sono destinate a svanire nel medio termine.

Questa intransigenza del KKE non appare superabile con la ripetizione delle elezioni greche prevista per il 17 giugno. Che sia fondata o no la loro aspettativa di una inevitabile fuoriuscita della Grecia dall'euro - in una strana oggettiva alleanza con la destra ellenofobica in Germania, Olanda e Finlandia - la questione è un'altra. Finché il KKE si mantiene implacabilmente ostile al blocco anti-austerity guidato da SYRIZA, la sua paralisi politica è assicurata. E ciò vuol dire che è sicuro che gli eventi spazzeranno via, quanto prima, i giochetti dei politici greci nel dividersi le sedie a sdraio a bordo del Titanic.

Il mito delle "riforme strutturali"

La medicina convenzionale prescritta dagli economisti di destra e dai politici, per i mali della Grecia, sono le famigerate "riforme strutturali". Sono queste ben note a molti paesi del Terzo Mondo che hanno dovuto subire le devastazioni operate dal FMI negli anni '80 e '90, sotto gli auspici del cosiddetto "Washington Consensus". L'idea di fondo è che se i beni ed i servizi prodotti dalla forza-lavoro di un paese non sono competitivi sul mercato mondiale, allora la soluzione è quella di "riformare" le barriere "strutturali" al fine di migliorare la competitività. Il che, in pratica, si traduce nella rimozione dei costi di produzione "collaterali", mettendo fine alla contrattazione salariale, attaccando i sindacati, abolendo il salario minimo ed altre tutele legislative nel mondo del lavoro, riducendo gli oneri fiscali tramite una riduzione della spesa statale per l'istruzione, per la sanità e per altri servizi sociali vitali. Cioè tutto il programma neo-liberista della destra famelica. Ed è questo che il FMI e la BCE stanno cercando di imporre oggi alla Grecia.

Eppure in questo piano c'è un problema, che viene fuori quando si tratta della produttività del lavoro. Dove si ha, come in Germania, una relativamente alta produttività combinata con salari relativamente alti, allora è possibile, come si fece in Germania negli ultimi anni '90/primi anni 2000, mettere mano a misure di competitività tramite, ad esempio, la riduzione dei salari del 10%. Ma, se si parte da una bassa produttività combinata a bassi salari, come in Grecia, allora lo spazio per ripristinare, tramite il taglio dei salari, una produttività - particolarmente competitiva con economie ad alta produttività come la Germania - si rivela molto più limitato. Oltre un certo limite, abbassare i salari, in un contesto di bassa produttività (vale a dire con molte più ore lavorate per unità di prodotto), finisce coll'incidere sul costo base minimo di sussistenza ben prima che i prezzi sul mercato possano diventare competitivi con un contesto a più alta produttività. Anche se i lavoratori greci fossero costretti a salari da fame, essi non riuscirebbero a produrre automobili che possano competere con quelle prodotte in Germania, perché il basso numero di ore lavorate incorporato in un'auto tedesca ben compensa l'alto livello dei salari tedeschi. L'unica cosa che può ricreare competitività è un serio investimento di capitali. Ma questa non sembra possibile oggi nel mezzo della situazione di depressione economica con crollo della produzione e scarsità di credito, che sta affliggendo la Grecia. Per cui le "riforme strutturali", che in definitiva non sono altro che un codice per tagliare i salari, non riescono a recuperare competitività per la Grecia (o per la Spagna, il Portogallo e l'Irlanda) nei confronti delle economie forti, a meno che non ci sia un serio trasferimento di fondi e di investimenti in nuovi impianti - come fece la Germania Occidentale per la Germania Orientale dopo la riunificazione.

Renania Settentrionale-Vestfalia - il cuore pulsante del cuore industriale

Intanto, nel cuore dell'Europa, le cose non vanno così bene per la signora Angela Merkel appena de-Sarkosyzzata. Le elezioni nei lander più grandi della Repubblica Federale - la Renania Settentrionale-Vestfalia (NRW) - si sono concluse con una disastro per gli stessi politici del CDU. Eppure le elezioni in NRW si erano già intrecciate con questa spiacevole saga della crisi "greca" dell'Eurozona. Infatti nel 2010, proprio agli inizi della crisi, era già evidente che la situazione finanziaria della Grecia era irrimediabilmente sott'acqua, e che avrebbe dovuto essere salvata. Se l'UE avesse morso la pallottola fin da subito, secondo molti commentatori l'accordo sarebbe costato solo una dozzina o due di miliardi. Ma la Germania prese tempo di fronte alle imminenti elezioni generali del maggio 2010 per la dieta (Landtag) del NRW di cui la CDU - partito della Merkel - temeva di perdere il controllo. Fu solo 3 mesi dopo, il lunedì successivo alle elezioni in NRW che la Germania acconsentì, infine, ad un salvataggio europeo della Grecia, il cui costo nel frattempo era salito a 110 miliardi di euro. Un caro prezzo da pagare per l'UE che aveva dovuto attendere i tempi delle elezioni locali tedesche - un'elezione che poi la CDU perse in NRW, nonostante avesse tenuto fermo per 3 mesi quell'accordo per la Grecia così politicamente impopolare.

La Renania Settentrionale-Vestfalia è il cuore industriale simbolico del progetto europeo. Lì c'è il distretto della Ruhr, quell'agglomerato urbano di carbone ed acciaio che si estende verso est dal Reno, lungo il fiume Ruhr ed il ricco giacimento di carbone che nasconde nel suo sottosuolo. Il controllo su queste gigantesche risorse della potenza industriale tedesca è stato il pomo del contendere nel periodo tra le due guerre mondiali nel XX secolo. Dopo la 1GM, il trattato di Versailles volle che fosse smilitarizzata tutta l'area e messa a disposizione per ripagare i danni di guerra dovuti dalla Germania. Francia e Belgio la invasero e l'annessero nel 1921. Infine si ritirarono dopo il Piano Dawes del 1925, ma intanto la loro occupazione militare avevano fatto crescere in Germania le simpatie per i partiti di destra e revanscisti come il NSDAP. All'indomani della 2GM, nonostante fosse stata una delle aree più bombardata, le tensioni sul suo controllo crebbero dopo il ritiro delle forze militari alleate. La soluzione fu quella di "internazionalizzare" l'industria del carbone e dell'acciaio nell'area incorporandola nella CECA - il corpo originario dell'Europa, da cui si formò poi la CEE ed infine la stessa UE. Storicamente, dunque, la Ruhr è sia la patria che il cuore industriale della UE.

Sebbene l'industria del carbone e dell'acciaio abbia avuto un relativo declino nel corso degli anni '70 a causa del rallentamento della produttività e dell'ingresso di competitori stranieri nel settore, la Renania Settentrionale-Vestfalia ancora rimane il cuore della produzione tedesca, producendo il 20% sul totale delle esportazioni della Germania. Delle 50 maggiori imprese tedesche, sono 25 quelle che hanno la loro sede centrale in questa regione, la quale con i suoi 18 milioni di abitanti è di gran lunga più grande di molti più piccoli paesi dell'Eurozona.

In questo caso è stato l'erede designato e successore della Merkel, Norbert Röttgen, che ha voluto il voto, ottenendo che i partiti di opposizione si coalizzassero contro la manovra finanziaria della locale coalizione rosso-verde di SPD e Verdi al governo della regione. Nelle settimane prima del voto di domenica 13 maggio, Röttgen, il quale a detta di molti avrebbe condotto una campagna elettorale sbagliata ed inconsistente, aveva cercato di trasformare il voto locale in un referendum sulla Merkel, sulla CDU e sulla sua gestione dell'eurocrisi e delle politiche di austerità. I dirigenti della CDU a Berlino si erano precipitati nel dire che Röttgen stava perdendo la campagna elettorale con le sue stesse mani, e non a causa delle politica delle CDU per l'austerità nell'Eurozona. Nonostante ciò, la CDU ha subito una sconfitta umiliante, perdendo l'8.3% dei suoi voti, rispetto al già deludente risultato del 2010. Anche se la maggior parte della stampa nazionale insiste sul fatto che la sconfitta di Röttgen nel portare la CDU alla riconquista della dieta del NRW non abbia niente a che vedere con l'attuale politica verso l'euro-austerity, il risultato delle urne sancisce un altro duro colpo all'asse Merkosy, un tempo inossidabile.

Il Gruppo di Francoforte entra col volto scuro

Per tutta la settimana scorsa, mentre in Grecia il testimone per la formazione di un governo nazionale passava di mano in mano di partito in partito in base ai voti ottenuti - a cominciare da Néa Dimokratía (ND), poi SYRIZA ed infine il PASOK - i membri solitamente loquaci dell'auto-nomitatosi comitato direttivo dell'UE - il Gruppo di Francoforte (GdF) - hanno mantenuto un dignitoso silenzio, nella speranza che il PASOK riuscisse a convincere Sinistra Democratica ad entrare insieme a ND in una coalizione a favore del salvataggio. Sinistra Democratica ha tergiversato, dicendo inizialmente che non era contro un accordo in linea di principio, per poi affermare che non poteva far parte della coalizione a meno che non aderisse anche SYRIZA. Questo per motivi di interesse di partito. Cioè se Sinistra Democratica fosse entrata in una coalizione favorevole al memorandum, e SYRIZA fosse rimasta fuori, allora le successive elezioni avrebbero sancito il suo totale annichilimento (come era già successo al partito cripto-fascista del Raggruppamento Popolare Ortodosso (LAOS) per il loro appoggio al "governo di unità nazionale" e poi spazzati via dal voto di domenica). SYRIZA ha avuto finora il buon senso di rifiutare l'ingresso in qualsiasi coalizione pro-memorandum. Il che significa che Sinistra Democratica, sebbene sia divisa al suo interno, ha dovuto decidere a malincuore a favore della sua auto-conservazione rifiutando l'abbraccio mortale con PASOK e ND.

Una volta chiarita la situazione greca, i finora silenziosi banchieri della BCE ed il ministro tedesco del tesoro hanno iniziato a fare esternazioni. Per la prima volta, i membri del consiglio di amministrazione della BCE hanno detto alla stampa della possibilità di una uscita della Grecia dall'eurozona. Lunedì 14 maggio, il portavoce della UE per gli Affari Economici (nonché capo esternatore del Gruppo di Francoforte), Ollie Rehn, il quale solo due giorni prima aveva detto che l'uscita della Grecia non era all'ordine del giorno, stava rassicurando gli investitori sul fatto che l'euro era più che in grado di gestire un'uscita della Grecia e che "più che per l'Europa, sarebbe invece molto peggio per la Grecia e per i cittadini greci, specialmente per i meno abbienti, se la Grecia lasciasse l'euro. L'Europa pur ne soffrirebbe, ma la Grecia ne soffrirebbe di più".

Nella stessa Atene, l'ex-ministro del PASOK Michalis Chrysohoidis, di fronte ad un aumento isterico dei timori, ha detto alla radio che il mancato pagamento dei termini previsti dal salvataggio porterebbe non solo la Grecia ad uscire dall'euro e al ritorno alla dracma, ma anche che "Finirebbero col prevalere le bande armate di kalashnikov, che avrebbero peso quelle con più kalashnikov - e finiremmo in piena guerra civile". Quale potrebbe essere la causa di questo improvviso aumento di panico e di pressione?

Il 17 giugno è troppo lontano

Mentre scrivo, lo spread tra i titoli spagnoli a 10 anni e quelli tedeschi a 10 anni era salito a 475 punti base. Cioè già oltre la cruciale soglia dei 450 punti. Che è la soglia della "zona di morte" in cui, se vi si rimane per 5 giorni o più, la maggiore camera di compensazione nel mondo finanziario - la LCH Clearnet - aumenta la richiesta di margini per gli accordi di riacquisto a copertura (ricupero) di questi titoli. Questo porta gli operatori a liberarsi di questi titoli (ed i grossi detentori come il settore bancario del paese in questione, devono vendere per coprire l'aumento dei margini sulle loro gigantesche disponibilità) il che conduce ad una spirale discendente che ha costretto sia l'Irlanda che il Portogallo al piano di salvataggio. In altre parole, l'attuale posizione della Spagna non può reggere più di una settimana al massimo. Ecco perché il Gruppo di Francoforte si è messo ad urlare al megafono verso i politici greci. Non possono aspettare fino al 17 giugno, la stretta attuale ha bisogno di una soluzione entro pochi giorni e non di settimane.

Non chiedete per chi suona la campana...

Questo per quanto riguarda le quattro elezioni. E il funerale? Se sarà quello delle aspirazioni della Grecia a restare nell'eurozona, dell'opposizione della Merkel all'unità fiscale o se sarà l'inizio della fine dell'euro stesso, è tutto da vedere. Negli anni '80 nella mia città, circolavano adesivi di ispirazione situazionista, su cui si poteva leggere una semplice ma provocatoria domanda - "La fine - è vicina?". I greci già bastonati dalla crisi possono essere perdonati se oggi rivolgono a se stessi la stessa domanda. La risposta è, "Non ancora. Ma presto. Presto..."

Paul Bowman
WSM, Ireland.

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.

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