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Egitto, la "transizione ordinata" ed una situazione rivoluzionaria tuttora aperta

category nordafrica | vari | opinione / analisi author Thursday June 09, 2011 18:49author by José Antonio Gutiérrez D. Report this post to the editors

Centinana di migliaia di egiziani sono ritornati in Piazza Tahrir il 27 maggio per protestare contro la persistenza degli uomini del regime di Mubarak all'interno dello stato, contro la natura repressiva del Consiglio Militare al potere e contro la lentezza del processo riformatore del "governo di transizione" - rammentando così a tutti noi che la situazione rivoluzionaria aperta in Egitto lo scorso gennaio, costata più di 1000 morti, non si è ancora esaurita. [Castellano] [English]

Rivoluzionari manifestano nelle strade del Cairo il Primo Maggio (foto di  José Antonio Gutiérrez D.)
Rivoluzionari manifestano nelle strade del Cairo il Primo Maggio (foto di José Antonio Gutiérrez D.)


Egitto, la "transizione ordinata" ed una situazione rivoluzionaria tuttora aperta


Centinana di migliaia di egiziani sono ritornati in Piazza Tahrir il 27 maggio per protestare contro la persistenza degli uomini del regime di Mubarak all'interno dello stato, contro la natura repressiva del Consiglio Militare al potere e contro la lentezza del processo riformatore del "governo di transizione" - rammentando così a tutti noi che la situazione rivoluzionaria aperta in Egitto lo scorso gennaio, costata più di 1000 morti, non si è ancora esaurita.

Contrariamente a coloro che da posizioni fataliste hanno sentenziato la fine del movimento in Egitto, i giovani della rivoluzione soni riusciti a manifestare in sostegno di significativi settori popolari per chiedere una accelerazione del ritmo e della natura dei cambiamenti, per dire che la caduta di Mubarak, ben lungi dall'essere stato il punto finale della lotta, non ne era che l'inizio.

Il destino del processo in corso in Egitto non è ancora stato scritto. Vi è tutta una serie di possibilità ancora aperte in questo aspro e crescente scontro tra i rivoluzionari e le forze contro-rivoluzionarie. Mano a mano che le posizioni si definiscono, prendono campo gli indecisi e scendono dal treno del cambiamento coloro che vi erano saliti tardivamente e controvoglia. Sono 4 gli attori che hanno forgiato gli eventi: l'esercito, i tecnocrati, il capitale nazionale ed internazionale, i movimenti popolari. Il futuro della rivoluzione egiziana, ed insieme ad essa il futuro di una buona parte dei venti di cambiamento che soffiano nel mondo arabo, dipendono da come si risolveranno le contraddizioni sul tappeto.

I gendarmi della transizione

Dopo la caduta di Mubarak, il potere è stato assunto dal Consiglio Supremo delle Forze Armate Egiziane (che chiameremo più semplicemente Consiglio Militare) guidato da Mohammed Hoseyn Tantawi, che era il ministro della difesa di Mubarak, e da Sami Hafeiz Anan, un militare ben visto dai Fratelli Musulmani. Infatti, a partire dal 1952, il potere nel paese è nelle mani dell'Esercito, ed in questo senso possiamo dire che dopo la caduta di Mubarak si sta assistendo alla continuazione di questo potere.

Anche se i media hanno presentato l'esercito quale attore neutrale prima delle proteste di gennaio-febbraio ed anche se ci sono stati settori popolari che erano entusiasti di un esercito ritenuto favorevole alle proteste, è necessario dire che il rifiuto da parte dell'esercito di attaccare il popolo (come invece aveva fatto la polizia) aveva la sua ragione in un calcolo politico che permetteva alla classe dominante in Egitto di mantenere il pilastro centrale del suo potere in una posizione chiave per porsi come garante degli interessi nazionali nell'Egitto del post-Mubarak.

La realtà si è presto rivelata crudamente, dissipando le illusioni che si erano avute sul "popolo in uniforme", quando il 24 marzo, nel mezzo di un'ondata di proteste e di scioperi, il Consiglio Militare aveva emesso una legge che, a tutti gli effetti, proibiva gli scioperi ed altre manifestazioni insieme alle proteste pubbliche con il pretestuoso argomento che "esse erano dannose per gli interessi nazionali". Da quel giorno, i Tribunali Militari hanno processato più di 5000 persone, comminando multe salatissime e sentenze fino a 10 anni di prigione. Come sempre, le prime misure dei controrivoluzionari puntano a "disciplinare" la classe lavoratrice ed a calmare la classe imprenditoriale con misure draconiane, mostrando chiaramente da quale parte stare.

Né sono tremati i polsi all'esercito quando è stata repressa con 2 morti la manifestazione di 1 milione e mezzo di persone che aveva occupato Piazza Tahir tra l'8 ed il 9 aprile per chiedere la punizione di Mubarak. Col permanere dello Stato di Emergenza, è evidente che l'esercito sta svolgendo un ruolo tutt'altro che neutrale.

Mamdouh Habashi, docente universitario e dirigente del nuovo partito socialista, dice sull'Esercito: "quello che vogliono è il ripristino delle vecchie strutture di potere, quella rete messa da Mubarak intorno agli apparati di sicurezza". Che questa rete sia funzionante viene evidenziato dal fatto che, dopo lo smantellamento ufficiale della Polizia Politica di Mubarak, pare che buona parte di quel milione e mezzo di poliziotti sia stato riciclato all'interno dei nuovi apparati di sicurezza. Anche Hossam el-Hamalawy, blogger e militante socialista, si dice assolutamente certo che "se non si pone fine al potere dell'esercito, nessun regime sarà veramente differente da quello che già conosciamo". La sfida non di meno sta anche nella popolarità di cui l'Esercito ancora gode grazie ad un certo alone mistico della sua storia nelle lotte anti-coloniali - alone rimasto intatto anche quando, dopo gli Accordi di Camp David*, non era diventato altro che un tentacolo degli USA, i quali lo finanziavano a suon di $1.300.000.000 all'anno. Questa popolarità, in ogni caso, si sta erodendo sempre di più a fronte dell'emergere con sempre maggiore evidenza della vera faccia dell'Esercito.

Il governo di transizione

Come schermo per il Consiglio Militare, c'è un governo civile di transizione, inizialmente guidato da Ahmed Shafiq, un militare nominato primo ministro da Mubarak alcuni giorni prima della sua caduta, ma poi costretto alle dimissioni dalle massicce proteste dei primi di marzo. E' stato sostituito da Isam Sharaf, un ex-alleato di Mubarak ed ex-Ministro dei trasporti, che si è schierato dalla parte del movimento "per la democrazia" durante le giornate di febbraio, e guida un piccolo partito liberale all'interno del governo.

La caratteristica di questo governo di transizione viene così definita da Hamalawy "un governo di tecnocrati, pieno di figure del vecchio regime. Ma in realtà, sotto il controllo dei generali di Mubarak. Sono questi che hanno nelle mani il vero potere oggi in Egitto".

Il che non vuol dire che non ci siano contraddizioni tra settori del governo di transizione ed il Consiglio Militare, come viene rilevato dall'anarchico egiziano Tamer Mowafy: "Dobbiamo porre attenzione al fatto che molti dei personaggi chiave della borghesia egiziana hanno sostenuto per diverso tempo che un regime più democratico sarebbe stato più gestibile e più stabile. Cosa che era condivisa anche all'interno di alcuni settori del governo USA. Io ritengo che entrambi le fazioni, di fronte alla pericolosità della situazione attuale, ritengano possa essere presa in considerazione l'opportunità di ridisegnare il regime in una nuova forma, più stabile e più attraente per l'Occidente".

Se da un lato l'Esercito si è mostrato più conservatore e reticente anche ai cambiamenti di facciata, dall'altro troviamo all'interno del governo di transizione persone che, effettivamente, vogliono una democrazia liberale borghese, per quanto rudimentale essa possa essere, e ritengono che questa sia una pre-condizione per sviluppare quel modello neoliberista che è stato imposto all'Egitto su solide basi fin dalla metà degli anni '70.

Al momento, i cambiamenti politici si stanno facendo con grande parsimonia: la Costituzione del 1971 è ancora lì intatta, sebbene il 19 marzo siano state votate una serie di riforme della carta - che qualcuno ha adottato pensando che fossero "meglio di niente" - con ricorso ad un referendum a cui ha partecipato solo il 41% dei votanti - che è senz'altro meglio delle elezioni truccate di Mubarak, ma che certamente riflettono un non grande entusiasmo popolare. Forse, la legge più significativa fatta dal governo, sotto la pressione di scioperi e lotte di massa, è quella sulla libertà sindacale che ha in grande misura messo fine al controllo statale sui sindacati.

Allo stato attuale delle cose, sia il governo di transizione che il Consiglio Militare vorrebbero facilitare le elezioni in settembre, con cui passare il potere ad un governo "democratico". Nessuno nutre molte aspettative sull'uscita dal processo di questa "transizione ordinata", come l'ha definita Obama. La sinistra che ancora scommette sul percorso elettorale è reticente su cosa potrebbe accadere in queste elezioni, dal momento che la nuova legge sui partiti rende virtualmente impossibile per quella data la formalizzazione di nuove alternative - sono richiesti 5.000 iscritti, una milionata per registrare il partito e la pubblicazione dello statuto sulla gazzetta ufficiale, con ulteriori costi. Secondo Habashi, il blocco al potere sta cercando di accelerare il processo quanto più possibile allo scopo di assicurarsi che solo i sostenitori di Mubarak ed i Fratelli Musulmani possano trarne vantaggio.

"Noi non possiamo accettare che il nuovo parlamento sia composto solo dagli islamisti e dai rappresentanti del vecchio regime, che sono i soli ad avere il potere finanziario per contendersi queste elezioni. Il tempo è un elemento molto importante. Il piano dei controrivoluzionari è quello di andare alle elezioni rapidamente, almeno in settembre. Questo nuovo parlamento dovrebbe poi eleggere l'assemblea costituente sempre con membri islamisti e del vecchio regime".

I banchieri della transizione

Si dice che quando le acque sono agitate i pescatori ne approfittano. E questo è esattamente quello che gli USA stanno facendo adesso in Egitto, dove da un lato fanno proprie le richieste popolari per le riforme e per maggiore libertà, e dall'altro spingono per radicare quel progetto neoliberista che era stato implementato nei 4 decenni precedenti, prima con Sadat, poi con Mubarak. Mentre i manifestanti tornavano ad occupare Piazza Tahir il 27 maggio, in Francia il G8 annunciava un piano di "aiuti" di $20 miliardi per l'Egitto e la Tunisia. Si stima che l'Egitto riceverebbe $15 miliardi di dollari in investimenti, aiuti e prestiti da parte dei paesi del G8 (soprattutto dagli USA), dagli emirati del Golfo e dalla istituzioni finanziarie internazionali. Questi fondi saranno usati per "rafforzare" il settore privato e, in generale, per promuovere un pacchetto di misure finalizzate alla liberalizzazione del commercio ed alle "riforme istituzionali", allo scopo di adattarsi alle richieste del capitale transnazionale.

La libertà viene così convertita in una questione di libero mercato, in circostanze in cui il popolo chiede invece libertà come atto di potere collettivo. Allo stesso modo, manipolando e pervertendo gli slogan e le richieste della rivoluzione in direzione di un radicamento dell'economia neoliberista, si è ridotto il senso profondo del movimento del 25 gennaio ad una mera protesta contro la "dittatura", lasciando da parte la componente sociale e le rivendicazioni economiche di un popolo che si era ribellato contro la fame e contro le scelte neoliberiste di Mubarak.

Così, gli USA traggono vantaggio dalla caduta di Mubarak allo scopo di meglio radicare la loro politica economica contro le richieste popolari che puntavano alla nazionalizzazione e ri-nazionalizzazione di imprese e settori chiave dell'economia (dove ci sono già dei guadagni significativi), al controllo del capitale estero, a servizi pubblici decenti e di qualità, al controllo dei prezzi, alla confisca di denaro di origine illecita.

Allo scopo di lanciare le riforme economiche, possono contare sulla pressione dell'esorbitante debito egiziano ($35 miliardi ed un pagamento annuale di $3 miliardi, che fa del debito un affare su cui lucrare per le organizzazioni finanziarie internazionali), 85% del quale è stato acquisito durante la dittatura di Mubarak. Obama ha offerto un "condono" sul debito egiziano di $1 miliardo in cambio di un pacchetto di riforme economiche che aprirebbero ancora di più l'Egitto agli interessi degli USA. Sia la Banca Mondiale che il FMI hanno emesso dei prestiti, a condizione che si avvii la modernizzazione dell'economia (maggiore apertura, flessibilità lavorativa, ecc.). E sia la UE che gli USA, come pure le medioevali monarchie del Golfo hanno detto chiaramente che hanno miliardi da investire in Egitto, specialmente nelle privatizzazioni.

Un popolo in movimento

Sull'altro versante, il popolo coglie l'occasione offertagli dal movimento del 25 gennaio sia per spingere verso richieste di base sia per puntare alle grandi questioni. I Comitati Popolari chiedono il calmiere dei beni alimentari di base, i sindacati indipendenti si affacciano sulla scena con rivendicazioni per salari migliori e per ri-nazionalizzare le aziende; gruppi di donne stanno spingendo per consolidare le conquiste che gli erano state negate in decenni di lotte e di organizzazione, grazie alla fiducia che si sono conquistate sulle barricate; gli organismi studenteschi chiedono riforme sostanziali nel sistema formativo e la rimozione del personale nominato dal regime precedente, aggiungendo così la loro voce alla protesta popolare. I giovani, in particolare, ma dietro di loro tutti i settori popolari, hanno preso il coraggio di parlare e non hanno più paura di tornare nelle strade se la situazione lo richiederà.

Ciò che è emerso chiaramente nelle proteste del 27 maggio è che la lotta non solo va avanti, ma che sta iniziando a chiarificarsi. I Fratelli Musulmani come organizzazione si sono auto-emarginati da queste manifestazioni e le hanno attaccate, dicendo che non c'erano ragioni per protestare, evidenziando così la loro collocazione nel blocco al potere. Per cui essi non hanno nessun ruolo da svolgere per la causa del nuovo Egitto.

Le richieste specifiche che i manifestanti stanno avanzando, organizzati nella Coalizione dei Giovani della Rivoluzione**, sono l'accelerazione del processo a Mubarak ed ai suoi collaboratori, e la loro incriminazione anche per crimini politici e non solo per corruzione; la rimozione dei collaboratori del regime dagli incarichi statali; la riforma della polizia e l'incriminazione dei responsabili della repressione; l'indipendenza del potere giudiziario e la rimozione dei magistrati corrotti; l'introduzione del salario minimo che corrisponda alla soglia di povertà; e pure una nuova carta costituzionale.

Il popolo egiziano ha ben chiaro che non si può attenuare né la pressione né l'azione diretta se vuole raggiungere i suoi obiettivi. Come dice Hossam el-Hamalawy: "Ci sono stati dei cambiamenti, ma sempre ad opera della pressione dal basso. Per esempio, uno degli uomini di fiducia di Mubarak, Ahmed Shafiq, aveva fin da subito sostenuto il Consiglio Superiore dell'Esercito, ma è stata la protesta popolare che lo ha fatto cadere. Si deve sempre alla pressione popolare se sono stati costretti a ristrutturare la Polizia di Sicurezza di Stato, la Polizia Politica di Mubarak, ma quando il popolo si è visto stanco di queste misure insufficienti ed ha dato l'assalto alle sedi della Polizia Politica, allora l'hanno soppressa".

Così, siamo di fronte ad una situazione fluida e malleabile che può tendere da una parte o dall'altra. I settori della contro-rivoluzione hanno le armi, i soldi ed il sostegno della "comunità internazionale". I rivoluzionari, però, hanno il sostegno delle masse, che sono diventate consapevoli del loro potere e che hanno assaggiato il sapore della libertà in Piazza Tahir, nelle strade e nelle piazze delle maggiori città egiziane. Ed ora sanno, sopra ogni cosa, che non ci potrà più essere nessun Egitto senza di loro.

José Antonio Gutiérrez D.
3 giugno 2011

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.


* Accordi in cui, nel 1978, Israele ed Egitto concordavano sulla normalizzazione delle relazioni e sulla pace. All'interno dell'accordo, l'Egitto si impegnava a collaborare con Israele contro il popolo palestinese ed in cambio l'esercito egiziano ha ricevuto miliardi di dollari in aiuti militari.

** Coalizione dei principali gruppi giovanili che sono dietro le proteste, tra cui il gruppo "Siamo Tutti Khaled Saeed", il "Movimento 6 aprile" e l'ala giovane uscita dai Fratelli Musulmani.

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