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Quale democrazia per il mondo arabo?

category nordafrica | lotte sul territorio | opinione / analisi author Friday March 18, 2011 16:59author by José Antonio Gutiérrez D. Report this post to the editors

Riflessioni sul significato delle rivolte in corso nel mondo arabo e sulle loro implicazioni per una teoria rivoluzionaria, con particolare riguardo al dibattito su democrazia e potere popolare. [English] [Castellano] [Català] [Ελληνικά] [العربية]
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Quale democrazia per il mondo arabo?


In un articolo precedente, avevo affermato che gli eventi che oggi stanno scuotendo il mondo arabo sono di una rilevanza paragonabile a quelli che scossero il mondo nel 1989 [1]. Non solo il parallelo risulta plausibile sulla base delle dimensioni geografiche e della profondità del malcontento, ma anche sulla base dell'incidenza della furia popolare su un assetto geopolitico che sembrava inossidabile. Nel caso arabo, siamo davanti a dittature allevate, sospinte ed insediate in base agli interessi geo-strategici degli USA (e dei partners europei) in un'area di interesse cruciale per il petrolio. Nel 1989 le conseguenze politiche delle manifestazioni furono profonde e di lunga durata - la caduta dei regimi del "socialismo reale" non significò solo la caduta di alcune brutte dittature burocratiche, ma a causa della relativa debolezza di una sinistra veramente libertaria e rivoluzionaria, rappresentò anche la caduta di un insieme di valori e di orizzonti politici che erano stati scorrettamente associati al blocco sovietico, per lasciare lo spazio all'affermarsi del neoliberismo quale sistema indiscutibile tanto sul piano dei suoi valori politici ed economici quanto sul terreno ideologico.

Era la fine della storia, secondo alcuni venduti apologeti del "Nuovo Ordine Mondiale". Ma la storia ha continuato ad essere scritta, come è stato drammaticamente dimostrato dalle proteste contro la globalizzazione iniziate a Seattle nel 1999. O come è stato per il ciclo di lotte in Sud America tra il 2000 ed il 2005, dove il modello neoliberista è stato scosso alle fondamenta dal popolo, dagli oppressi e dalle classi sfruttate quali protagonisti della storia.

Gli eventi nel mondo arabo che ci hanno tenuto col fiato sospeso negli ultimi 2 mesi, hanno scosso il Nuovo Ordine Mondiale in una delle sue articolazioni cruciali - lì dove ci sono dittature che sono state mantenute per decenni dal "mondo libero" per assicurare un flusso continuo di petrolio e per ospitare una presenza militare necessaria in un'area di enorme importanza economica e geostrategica per l'impero. Queste mobilitazioni accadono proprio nel cuore del capitalismo globale, lì dove sgorga quel petrolio che tiene a galla i commerci e l'industria internazionali. Si tratta di paesi che sono tutti stretti alleati di Washington, da cui deriva il carattere anti-imperialista di queste manifestazioni (persino il dittatore libico, Gheddafi, era diventato amico degli USA e della UE durante il periodo della "Guerra al Terrore"). Si tratta di paesi che sono tutti lacerati da gravi contraddizioni interne, in cui la fame coesiste con la crescita macro-economica e con l'opulenza delle famiglie che contano. Ma c'è di più: queste lotte stanno sfidando ed allo stesso tempo scuotendo le fondamenta politiche del sistema. Coloro i quali vogliono la "democrazia" hanno acceso un acuto dibattito politico a livello globale sul contenuto politico di un termine tanto variabile come quello di "democrazia". Soprattutto perché la "democrazia" di cui discutono i liberali in tiro nei corridoi del potere non è certo la stessa democrazia che ha in mente il popolo che scende nelle strade.

Due concetti antitetici di democrazia

Lo spettro della folla che assume la guida della politica è uno degli incubi peggiori per le classi dominanti, per le quali "democrazia" significa mantenere la struttura legale ed economica che garantisce i loro privilegi esclusivi. Non è dunque una coincidenza se i mass-media capitalisti hanno tanto insistito sugli appelli alla "stabilità" ed all"ordine", unitamente al formale appoggio per la necessità di democrazia nei paesi arabi ("dimenticando" il loro tradizionale appoggio alle autocrazie regionali). Nel giornale "El Mercurio" (dell'11 febbraio), ad esempio, David Gallagher scrive: "Non si può governare un paese dalle strade, con buona pace delle illusioni che nutrono alcuni intellettuali fautori di una specie estrema e partecipativa di democrazia diretta". Di opinioni come queste ne sono state scritte a iosa su tutti i media ufficiali.

E' interessante notare quel governo dalle strade, che dimostra i limiti della formale democrazia borghese. Chiariamo alcuni concetti: quando l'autore parla delle strade, egli sta parlando del popolo. Quando dice che la democrazia non può essere di una specie "estrema" e partecipativa, egli sta dicendo che la classe lavoratrice (l'estremo opposto alla classe che egli rappresenta) dovrebbe essere esclusa dal gioco democratico. In base al concetto che sta al cuore della sua democrazia, si dovrebbero escludere i poveri, i lavoratori da qualsiasi coinvolgimento nei loro affari, che essi devono necessariamente gestire con un'aria di "serietà" e di "rispettabilità" per celare gli interessi di classe che sono nascosti dietro questa visione della democrazia.

In un articolo sulle rivolte arabe, lo scrittore uruguayano Raúl Zibechi affonda il colpo:

"Il sistema sta dimostrando fin troppo bene che può convivere con qualsiasi autorità statuale, persino quella più "radicale" o "anti-sistema", ma non può tollerare il popolo nelle strade, le rivolte, le ribellioni continue. Possiamo affermare che il popolo nelle strade inceppa l'accumulazione del capitale, per cui una delle prime "misure" prese dai militari dopo la fuoriuscita di Mubarak è stata quella di chiedere al popolo di lasciare le strade e di ritornare al lavoro." [2]
La strada è il luogo per eccellenza in cui il potere si esprime dal basso. E' lo spazio simbolico da cui il popolo conduce la sua lotta contro chi abita in alto. E' dove si sperimentano modalità alternative di gestire la "res publica", le questioni pubbliche. Ogni volta che il popolo si è imposto sul palcoscenico della storia tramite le proteste, ha sempre -attraverso l'esercizio della democrazia diretta- costruito le sue proprie istituzioni fuori e contro le istituzioni ufficiali dello Stato. Questo è successo sempre, fin dalla Rivoluzione Francese, quando nel 1792 il proletariato formò la prima comune a Parigi ed il popolo si diede gli organismi della democrazia diretta nascente, prima che fossero presi, stravolti ed infine repressi nelle mani della borghesia giacobina nella sua lotta contro l'Ancien Régime.

La democrazia ha sempre dei limiti e la borghesia lo sa molto bene: il problema è chi fissa questi limiti. Nella Grecia classica, dove è nato il concetto di democrazia, i diritti democratici erano privilegio solo dei "cittadini", una minoranza della popolazione che viveva grazie al lavoro della maggioranza schiavizzata. Nelle democrazie occidentali, per lungo tempo, la democrazia è stata negata ai contadini che davano da mangiare alle città oppure ai lavoratori locali privati della proprietà e dell'istruzione. In Israele, la "sola democrazia nel Medio Oriente" secondo il famoso cliché, i Palestinesi sono del tutto esclusi dalle delizie della democrazia. Negli stessi USA, il paese "più" democratico nel mondo (secondo la loro stessa opinione), nonostante l'elezione di un presidente nero, un afro-americano maschio su 4 è ospite del diffuso sistema carcerario, e molto spesso nel braccio della morte. Gli altri neri vivono nella grande maggioranza dei casi nei ghetti, mentre il sistema bi-partitico lavora per gli interessi della elite militar-industriale. Basta prendere una qualsiasi democrazia occidentale, le cosiddette democrazie "rappresentative", e fare una semplice panoramica della classe sociale o del genere a cui appartiene la maggioranza dei parlamentari: sono in preponderanza maschi della classe capitalista. Gli imprenditori sono una piccola minoranza della società, eppure quasi tutti i parlamentari sono imprenditori. Si noterà pure che i gruppi nazionali o le minoranze etniche sono sotto-rappresentate. Chi rappresenta allora la democrazia? I capitalisti, i ricchi, i potenti. L'intera macchina elettorale ed istituzionale è protetta da mille e uno trucchi per impedire la partecipazione popolare.

Per contrasto, il concetto di democrazia diretta o partecipativa è all'opposto del concetto di democrazia rappresentativa come viene declinata dalla classe capitalista & co. I limiti della democrazia diretta vengono stabiliti dal popolo che si mobilita, il quale durante il processo di lotta acquisisce una nuova coscienza delle sue capacità e della sua stessa esistenza. La democrazia diretta nella Rivoluzione Francese, nel periodo 1792-1793, pose limiti agli speculatori e per un certo periodo consolidò la lotta contro costoro. Tutte le varie esperienze di potere popolare e di democrazia diretta che si sono succedute nel corso della storia hanno eliminato il concetto di sfruttamento economico. La partecipazione diretta di tutti e di ogni membro della società, l'esercizio collettivo del potere, riportano la minoranza capitalista nell'oceano degli interessi popolari che vengono espressi liberamente e direttamente. Non è una coincidenza se la democrazia diretta ignora la distinzione tra la sfera della politica e quella dell'economia (orrore degli orrori per i capitalisti) per tendere verso la socializzazione della proprietà. La strada è uno spazio simbolico importante. Ma non è sufficiente. Gradualmente, il popolo si rende conto che la "democrazia", la sua democrazia diretta nata dalla lotta, comprende anche la socializzazione dell'economia, delle miniere, della terra, delle fabbriche e degli uffici.

Quando il popolo si fa carico delle sue questioni, possiamo chiaramente vedere come non c'è uguaglianza politica senza uguaglianza economica.

La democrazia diretta nei comitati popolari

In Egitto, come altrove nel mondo arabo, i comitati popolari che sono emersi hanno dimostrato la capacità politica della classi lavoratrici. Il Gallagher suddetto si sbaglia nel dire che un paese non può essere governato dalle strade. Infatti, per parecchie settimane in Egitto ed in Tunisia, la "strada" è stata l'unico luogo di governo.

Ci sono numerosi testimonianze su come ha funzionato la democrazia diretta dei comitati popolari in Egitto, in Tunisia ed in Libia, e di cui noi sappiamo grazie al grande lavoro di alcuni corrispondenti internazionali. Ecco una testimonianza veramente indicativa dalla "comune" di Piazza Tahrir al Cairo:

"Gli egiziani di ogni strato sociale hanno volontariamente iniziato a pulire le strade, a dirigere il traffico di mezzogiorno; a coordinare il pattugliamento nei quartieri contro gli iniziali saccheggi; e persino ad organizzare comitati di autodifesa durante gli sporadici scontri del 2 febbraio contro i baltagiyya (teppisti), posti di blocco di sicurezza pienamente equipaggiati, posti di guardia, ospedali volanti per curare i feriti (...) Il popolo non ha esitato a condividere o a regalare quel poco che aveva in cibo e bevande.

Superando una lunga eredità fatta di reciproca ostilità e di sospetto sulla falsariga del settarismo tradizionale, in Piazza Tahrir c'era l'Egitto di tutti e di ciascuno: uomini e donne, giovani e vecchi, musulmani e cristiani. Un dibattito vivo e vigoroso -libero e significativo per una volta - ha coinvolto i 4 angoli della Piazza, dando la parola ad oratori di diverse vedute ed opinioni. Ogni adozione formale di proposte è stata decisa democraticamente con un trasparente voto per maggioranza. (...)

Il popolo di Piazza Tahrir ad un certo punto ha veramente votato se eleggere o no dei rappresentanti che eseguissero decisioni chiave a nome del movimento di protesta; a grande maggioranza vinse il no." [3]

Questa testimonianza è coerente con altre simili sui comitati, che riportano alla mente la proliferazione delle istituzioni di democrazia diretta in Argentina dopo la crisi e la rivolta popolare del dicembre 2001. Persino il conservatore "The Economist" (5-11 Marzo 2011, p.41) dice, senza esplicitamente menzionare i comitati popolari in Libia, ma riferendosi all'organizzazione nelle "zone liberate":

"Nelle aree nelle mani dei ribelli, non si è manifestata nessuna temuta situazione di caos. Nonostante la scomparsa dei poliziotti, il crimine non è aumentato. Le studentesse frequentano le celebrazioni senza subire nessuna aggressione. Per quasi 2 settimane, i ristoranti hanno distribuito gratis tè e tramezzini. A dimostrazione del nuovo senso di fraternità, gli uomini di affari hanno aiutato a pulire le strade." [4] Naturalmente, la democrazia diretta che ha vinto nelle strade, non è da sola la panacea che risolve magicamente i problemi che si ergono davanti ai popoli arabi. Non sono scomparse nè la disoccupazione, né l'esasperante disuguaglianza e nemmeno i prezzi alti degli alimentari. Gli scontri tra Cristiani e Musulmani in Egitto nell'ultima settimana dimostrano che il settarismo corrosivo non è stato del tutto superato. Ma la democrazia diretta crea spazi pubblici in cui le rivendicazioni popolari possono diventare un vortice devastante, una guida collettiva che cerca di promuovere uguaglianza e socializzazione.

Rivoluzione nel mondo arabo - non solo la fine per la dittature

Mentre gli USA ed i suoi fantocci locali agitano lo spettro di Al Qaeda allo scopo di diffondere sfiducia tra gli occidentali che appoggiano i fratelli e le sorelle arabi ribelli, la ribellione nei paesi arabi è riuscita a raggiungere inaspettati livelli di vitalità, andando ben oltre il solo chiedere la sostituzione del governo. La giornalista Michael Jansen, che scrive su "The Irish Times" (4 Marzo 2011), ci dà uno sguardo rapido sui profondi cambiamenti che si stanno verificando nella società egiziana in questo periodo di governo di transizione tanto che i venti di cambiamento hanno toccato tutti:
"Gli studenti delle scuole superiori hanno formato un movimento che chiede la revisione del sistema formativo egiziano. Le organizzazioni delle donne chiedono uguali diritti e piena rappresentanza nel governo e nella società civile. I giornalisti chiedono che venga messa fine alle restrizioni sui media e che vengano rimossi editori e dirigenti che rappresentavano il regime di Mubarak.

Docenti, predicatori e studenti della Università al-Azhar, antica istituzione educativa egiziana, chiede di essere liberata dalla sua condizione millenaria di istituzione controllata dal governo. I rivoluzionari col turbante insistono che lo Sceicco della al-Azhar, rettore dell'università e giurista sunnita di fama mondiale, come pure altre figure di anziani, dovrebbero essere eletti con un mandato a termine e non nominate a vita. (...)

Insegnanti, impiegati pubblici, professori universitari, avvocati, magistrati e lavoratori delle industrie nazionali pubbliche e private dimostrano la loro furia nei confronti di dirigenti e managers dimostratisi incapaci o corrotti. Decine di migliaia di lavoratori dell'industria tessile, delle comunicazioni, delle fabbriche metallurgiche, degli ospedali, delle università, delle industrie militari e del Canale di Suez sono scesi in sciopero, innanzitutto per sostenere il movimento democratico e poi per richiedere maggiori salari e migliori condizioni di vita. I lavoratori chiedono lo scioglimento della governativa Federazione Sindacale Egiziana. Diversi sindacati sono in procinto di costituire una associazione indipendente." [5]

Come il Vaso di Pandora, la rivoluzione araba ha aperto la porta a tutte queste richieste ed a tutte queste rivendicazioni che sono state represse per decenni, se non per secoli. Le masse hanno creato un momento storico unico, un evento storico che influenzerà il futuro. Ed il popolo ha dimostrato di essere un protagonista temibile, nonostante l'inesperienza e l'età media molto giovane. Coloro che stanno forgiando la giovane democrazia diretta araba si stanno preparando a fare un salto di qualità nella loro rivoluzione, per trasformarla in una formidabile rivoluzione sociale a medio-termine.

Ecco perché sia le classi dirigenti locali sia gli agenti dei regimi precedenti, insieme ai loro padroni imperialisti, mettono al primo posto del loro intervento il contenimento della democrazia diretta tramite un processo di "transizione", di "istituzionalizzazione" e di "riforme democratiche" che stanno alterando le caratteristiche partecipative di queste rivolte, incanalandole verso una "democrazia rappresentativa" sicura ed indolore. Si tratta della ragion d'essere di tutti i governi civili o militari di transizione: essere sempre amici della contro-rivoluzione.

Le sfide future: diffondere e radicare la rivoluzione

Gli USA sanno qual è la posta in gioco nel loro cortile. Il Capo dello Stato Maggiore Congiunto delle forze armate statunitensi, Mike Mullen, ammette che ci sono stati rapidi cambiamenti nella regione e che non solo stanno seguendo gli eventi ma che intendono influenzare le cose nella direzione confacente agli interessi degli USA [6]. Con gli USA ci saranno i governi di "transizione" ed i dittatori che, ancora aggrappati al potere, stanno offrendo riforme di facciata. Ma hanno davanti a sé un arduo compito, dato che le masse arabe non sembrano avere il benché minimo apprezzamento o entusiasmo per l'"American Way of Life". Inoltre, il risentimento contro gli americani, il principale sostenitore delle tirannie locali, è cruciale per comprendere le proteste nei paesi arabi. Decenni di complicità con Israele e di collaborazione con le imprese imperiali degli USA nella regione hanno senza dubbio aiutato ad erodere la legittimità di questi regimi [7]. Questo è ciò che intendiamo con l'innegabile contenuto anti-imperialista di tutte queste manifestazioni, qualcosa che persino lo stesso dittatore dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, ha notato. Recentemente, in un moto di demagogia e di evidente ipocrisia nel corso di una conferenza nella capitale Sana'a, egli ha dichiarato che tutti questi eventi non sono niente di più che una manovra di Tel Aviv per destabilizzare il mondo arabo e che tutto è sotto "il controllo della Casa Bianca" [8]. Lo ha detto perché egli sa del profondo risentimento che esiste nella regione verso i suoi alleati USA e sta cinicamente cercando di cavalcarlo - mentre intasca ogni anno la misera cifra di 300 milioni di dollari dalla Casa Bianca per il suo contributo alla "Guerra al Terrore". Nessuno nel mondo arabo è rimasto colpito da questa smaccata ipocrisia, anche se sembra che fuori del mondo arabo abbia avuto qualche effetto tra alcuni settori della sinistra, alla luce degli eventi in Libia [9].

La rivoluzione nei paesi arabi non è finita, e nemmeno in Tunisia o in Egitto. E forse ancor meno proprio in questi due paesi. La rivoluzione, questo gigantesco risveglio, dei popoli arabi, è appena iniziata, come dimostrano le proteste che nelle ultime settimane hanno costretto alle dimissioni i 2 primi ministri appena nominati in Tunisia (Mohammed Ghannouchi insieme con 5 membri del suo gabinetto) ed in Egitto (Ahmed Shafik). Le proteste popolari continuano a portare alla rimozione di tutti gli elementi del vecchio regime ed allo smantellamento dell'apparato di sicurezza ed alla realizzazione di una lunga lista di rivendicazioni popolari.

Come ci ricorda l'esperienza dell'Argentina, questi periodi di crisi aperta sono alquanto fluidi, i cambiamenti ed i ribaltamenti sono sempre possibili, e se l'alternativa popolare non vince subito, allora l'alternativa dei potenti si riprenderà rapidamente per riconquistare il terreno perduto. Quello che risulta insostenibile è una crisi politica di lunga durata. Ed è qui che dovremmo tenere a mente le parole del nostro compagno siriano Mazen Kamalmaz, "I comitati popolari [dovrebbero essere] le basi di una nuova vita e non solo organismi transitori". [10]

Questi comitati costituiscono la base di una nuova democrazia del popolo che è diretta, partecipativa, a base assembleare, costruita giorno dopo giorno dalle donne e dagli uomini nelle rivoluzioni arabe.

Ma non sono sfide facili. Come proiettare queste esperienze nel tempo affinché non siano solo qualcosa di più di un episodio sporadico di lotta, ma possano diventare il seme di una nuova società? Come possiamo far sì che proposte settoriali e scoordinate possano maturare in un progetto sociale alternativo? Le masse arabe hanno le potenzialità per approfondire e radicalizzare il movimento, come pure di proiettarsi al di là della crisi in corso. Esse sono consapevoli delle riforme di facciata di questi "governi di transizione" e che questi sono, infine, solo un modo per contenere le masse. Solo il tempo ci dirà come risolvere queste crisi, ma è chiaro che comunque vadano le cose, nulla sarà più come prima per i popoli arabi e per il resto del mondo.

José Antonio Gutiérrez D.
12 marzo 2011

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali


Notes:
[1] http://www.anarkismo.net/article/18678
[2] http://alainet.org/active/44376
[3] http://www.socialistproject.ca/bullet/467.php#continue
[4] http://www.economist.com/node/18290470?story_id=18290470
[5] http://www.irishtimes.com/newspaper/world/2011/0304/1224291282861.html
[6] http://english.peopledaily.com.cn/90001/90780/91343/7308634.html
[7] Il lato grottesco del dittatore libico, che fino a poco tempo fa era tra I migliori amici dell'Occidente con un ruolo modello secondo l'ex-Segretario di Stato USA Condoleezza Rice, lo ha fatto diventare agli occhi del suo popolo poco più di un pagliaccio filo-americano. Inoltre, in paesi come Siria e Iran, in cui gli USA erano oggettivamente interessati a che le proteste si estendessero, queste non ci sono state o sono state molto deboli. Questo conferma che stiamo parlando di dinamiche differenti.
[8] The Economist, 5-11 March 2011, p.45. http://www.economist.com/node/18291501
[9] Il riferimento qui è ad un eccellente articolo di Roland Astarita, che riassume un po' del dibattito all'interno della sinistra latino-americana. Anche se non completamente condivisibile, si tratta di un articolo acuto e approfondito, almeno nello spirito, che lo rende in gran parte corretto. "La izquierda y Libia" http://rolandoastarita.wordpress.com/2011/03/07/la-izquierda-y-libia/ ed una replica alle critiche all'articolo, http://rolandoastarita.wordpress.com/2011/03/10/criticos-nacionales-y-libia/
[10] http://www.anarkismo.net/article/18933

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