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L'intervento sindacale

category italia / svizzera | lotte sindacali | documento politico author Tuesday November 23, 2010 22:25author by Federazione dei Comunisti Anarchici - FdCAauthor email fdca at fdca dot it Report this post to the editors

Mozione approvato dal VIII Congresso Nazionale della FdCA

In questa fase di forte attacco del padronato, di collusione di alcuni sindacati (CISL, UIL), di attesa (maggioranza CGIL) la FdCA ritiene che l'unica strategia sindacale efficace a difendere gli interessi della classe è quella conflittuale a prassi libertaria. Questa deve essere autonoma da logiche di partito, deve prevedere l'unità dei lavoratori e delle lavoratrici a prescindere dalle sigle sindacali di riferimento, deve avere unità di obbiettivi e sui metodi di lotta, deve prevedere una pressi interna orizzontale. [English] [Ελληνικά]

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8° Congresso Nazionale della Federazione dei Comunisti Anarchici

Fano, 31 ottobre/1 novembre 2010

Mozione sull'intervento sindacale


La situazione internazionale

La crisi strutturale del sistema capitalistico ha colpito duramente l'economia di molti paesi.

Una crisi economica strutturale e non congiunturale che di fatto determina il netto fallimento del sistema liberista.

Nella stessa Europa dove comunque continuano a vincere e ad affermarsi partiti liberisti, partiti e governi che la definiscono congiunturale e che spesso la dichiarano superata, solo perché non possono dichiarare il fallimento del sistema su cui si basano.

I governi europei di ogni colore politico assumono misure economiche antipopolari, con l'alibi della crisi vengono sostenute le banche e le imprese e il conto di questo "sostegno" viene presentato ai lavoratori pubblici e privati, ai pensionati, agli strati sociali deboli sotto forma di blocchi salariali, di tagli, di privatizzazioni e svendite dei servizi pubblici, di precarizzazione.

Questi governi trovano come alleata la classe padronale di tutta Europa che, minacciando delocalizzazioni e quindi perdita dei posti di lavoro, ricattano i lavoratori riducendogli il potere contrattuale e i diritti sindacali allo scopo di rendere irreversibili le misure adottate.

Oggi, più di ieri, viene usata la delocalizzazione di intere aziende o di parti del processo produttivo del prodotto con scopo preciso di o ricercare il massimo profitto delocalizzando in paesi dove il costo del lavoro (salario e diritti) è molto più basso.

La risposta dei lavoratori a questo ingabbiamento che si sta loro allestendo è difficile da organizzare perché:

  • è fortemente ostacolata da vertici di diverse organizzazioni sindacali, tutt'altro che autonome rispetto ai governi e ai partiti e complici sistematiche e sistemiche di "riforme del lavoro" che rappresentano le sbarre della gabbia;

  • è limitata sempre all'azienda o allo stabilimento dove si verifica;

  • non c'è un organizzazione internazionale di lavoratori, che unisca, su piattaforme rivendicative con obbiettivi comuni, i lavoratori e le lavoratrici di diversi stati. Allargare il conflitto sociale è l'unico modo che abbiamo per contrastare gli attacchi padronali che con la complicità delle istituzioni locali di turno e dei sindacati collaborativi usano la crisi per piegare i lavoratori.
A livello internazionale le forme di organizzazione che esistono sono totalmente insufficienti, troppo spesso ci siamo trovati di fronte a fenomeni di conflitti tra gli stessi lavoratori della stessa multinazionale ma di diversi paesi, conflitti alimentati e sostenuti spesso dagli stessi governi. Troppe poche sono le esperienze di coordinamenti internazionali di lavoratori (aziende multinazionali).

La situazione nazionale

1. Il capitalismo italiano e l'attacco al sistema lavoro

La crisi del sistema economico italiano sta mettendo in ginocchio i vari distretti produttivi delle diverse regioni italiane. Una crisi che ha colpito in un primo momento i lavoratori interinali, collaboratori a progetto, lavoratori a tempo determinato, cioè tutto il mondo dei precari, per poi arrivare fino ai lavoratori con contratto a tempo indeterminato togliendo di fatto ogni tipo di sicurezza.

Utilizzo massiccio e a volte ingiustificato della Cassa Integrazione, notevoli ritardi nella riscossione dei salari, riduzioni di personale, aziende chiuse, ecc.

Una crisi scaricata sulle spalle di lavoratori e lavoratrici perché ogni azione pensata per uscirne contempla la diminuzione dei costi di produzione: diminuzione dei salari e riduzione dei diritti.

Una crisi utile al governo e ai padroni che la utilizzano per riscrivere nuove regole nei contratti e nelle politiche del lavoro.

Nuove regole che saranno generali e generiche per poterle, così, aggirare facilmente, che porteranno alla riduzione programmata dei salari e alla soppressione dei contratti nazionali, e che saranno condivise da sindacati compiacenti che sottoscrivono gli accordi per l'interesse generale dello sviluppo: vale a dire del profitto.

Il governo, con la manovra fatta con l'ultima finanziaria, concretizza pesanti tagli al lavoro dipendente, sia sul versante dei salari - con il blocco degli aumenti salariali (4 anni ai dipendenti del pubblico impiego) - che su quello della riduzione e destrutturazione della copertura del welfare, con provvedimenti ai danni delle donne e con modifiche in peggio delle pensioni di vecchiaia e di anzianità. Ma interviene anche con la distruzione della qualità dei servizi pubblici (scuola, sanità, università, ricerca, ecc), con il taglio dei precari, il blocco delle assunzioni e le esternalizzazioni, con le restrizioni del diritto di sciopero e con la sospensione dei rinnovi delle RSU.

Centralità dell'impresa nella decisione dei ritmi di lavoro che generano una forma di dominio sulla prestazione lavorativa da parte del capitale. Condizioni di lavoro che portano allo sfinimento fisico e mentale dei lavoratori con un forte aumento degli infortuni e malattie professionali. Nella logica del profitto si arriva alla saturazione degli impianti produttivi con la soppressione di ogni contrattazione collettiva su questi temi e l'interesse da parte delle imprese a monetizzare la salute dei lavoratori non rispettando le norme sull'ambiente e sicurezza sia interna che esterna agli stabilimenti produttivi aiutati anche da interventi legislativi che hanno ridotto notevolmente le responsabilità d'impresa.

Nel settore privato è la FIAT l'azienda dove si riassume la linea padronale: aumento dell'orario di lavoro, turni lavorativi che trovano pochi riscontri come intensità e drammaticità, restrizione al diritto alla malattia, eliminazione della contrattazione aziendale e del diritto di sciopero, per arrivare poi al licenziamento e alla repressione di chi non accetta le sue regole.

Il piano Marchionne non è altro, dunque, che l'ennesima e più moderna versione di quel disegno padronale che in FIAT non ha mai tollerato alcuna opposizione ai piani di ristrutturazione e di dismissione di forza lavoro.

Il mercato e le sue fluttuazioni devono essere i nuovi doveri a cui tutti devono subordinarsi: l'impresa comanda! Meno tempo di riposo, più straordinario, massima flessibilità, nessuno sciopero, persino la malattia diventa un lusso che solo i disoccupati possono permettersi.

Passano i decenni e l'azienda FIAT non perde la sua vocazione storica d'interprete inflessibile di quella strategia di azienda come caserma che ha segnato i corpi e la dignità di generazioni di operai nel tentativo di stroncare, invano, la loro combattività e la loro capacità di organizzare dal basso la lotta e la resistenza fabbrica per fabbrica.

2. L'atteggiamento dei sindacati CGIL, CISL, UIL

La manovra del governo ha, sia sul versante della stretta attualità che in prospettiva, reso inattuale e sbagliate le conclusioni imposte dalla maggioranza al XVI Congresso CGIL.

L'attuale gruppo dirigente CGIL rafforzato dalle ultime nomine in segreteria nazionale e dalla modifica in senso restrittivo dello statuto che centralizza le decisioni al Comitato Direttivo Nazionale, dimostra ancora una volta in parte la sua incapacità, ed in parte la malcelata volontà di ritornare nell'ovile collaborazionista, nell'affrontare un passaggio fondamentale che mette in forse l'esistenza stessa della forma sindacato.

La dinamica congressuale stessa ha messo a nudo la realtà della confederazione che risulta balcanizzata, la volontà della maggioranza di non discutere della linea sindacale con la nuova minoranza "La CGIL che vogliamo", la netta contrapposizione con la FIOM.

La durezza della fase economica e la realtà sociale che si delinea non danno tregua; i lavoratori e le lavoratrici hanno la necessità di rispondere a questo attacco alle loro condizioni di vita.

Oggi la CGIL deve ripensare alla sua politica: appoggiare la FIOM portando le sue azioni su posizioni più conflittuali (come sostiene la minoranza "La CGIL che vogliamo") per poter dare maggiori risposte alle lavoratrici e ai lavoratori, oppure pensare di rientrare nell'accordo con CISL e UIL sulle regole contrattuali e continuare la ricerca dell'unità sindacale. Posizione, questa, che di fatto condanna la CGIL ad un ruolo subalterno agli altri due sindacati e alla Confindustria.

CISL e UIL con al fianco l'UGL hanno da tempo chiaro il progetto di riforma delle relazioni sindacali; una modifica che stravolgerà il ruolo del sindacato italiano.

Le riforme presentate negli ultimo due anni dal governo o le proposte presentate dalla Confindustria e dalla FIAT hanno trovato, senza troppi problemi, l'appoggio e la condivisione di questi sindacati. Ormai non si parla più di concertazione; è stato fatto un salto che le portano ha essere non più controparte ma parte del progetto.

3. I sindacati di base

La nascita dell'USB il 22 maggio a Roma avrebbe potuto rappresentare un passo verso la semplificazione del panorama del sindacalismo di base in Italia, ma non sembra poter contribuire alla risoluzione dei vecchi problemi che affliggono la galassia del sindacalismo di base italiano fin dalla sua origine, risalente ormai a quasi 25 anni fa.

Sul percorso che ha portato alla nascita dell'USB giacciono le spoglie del precedente cosiddetto "patto di base" siglato da RdB/CUB, Confederazione Cobas e SdL ed i veleni provocati dalla divisione tra RdB e CUB, precedentemente confederati, e che rappresentavano almeno l'80% degli iscritti dell'area di base.

All'interno del pernicioso e verticistico meccanismo di scomposizione e ricomposizione che affligge il sindacalismo di base da decenni, la nascita dell'USB porta con sé alcune novità quali la divisione del sindacato in due macroaree: privato e pubblico, gestite da esecutivi e non da coordinatori, ed inoltre un segnale incoraggiante soprattutto a livello dei territori, ove più aspro è lo scontro di classe in atto.

Ma, per un'unione che nasce, tante divisioni e tanti problemi permangono:

  • quello del perdurare dell'errore di indizione di scioperi separati troppo spesso indetti dalle dirigenze nazionali;

  • quello della concorrenza fra tutte le sigle del sindacalismo di base.
Divisioni e problemi pagate dal sindacalismo libertario storicamente fautore dell'unità delle lavoratrici e dei lavoratori prima ancora delle sigle.

Sapendo, però, che sono un soggetto antagonista che può dare continuità alla lotta dei lavoratori anche in nuove fasi neoconcertative, e che sono soggetti garanti della democrazia nei luoghi di lavoro.

Per questo in questa fase cruciale il sindacalismo di base è chiamato a superare la sua recidiva incapacità a saper trovare una soluzione di coordinamento stabile, se non di federalismo, per poter ambire a porsi come punto di riferimento, sia nei confronti dei lavoratori, dei precari e degli immigrati, sia nei confronti della minoranza interna alla CGIL.

Tattica sindacale dei Comunisti Anarchici

In questa fase di forte attacco del padronato, di collusione di alcuni sindacati (CISL, UIL), di attesa (maggioranza CGIL) la FdCA ritiene che l'unica strategia sindacale efficace a difendere gli interessi della classe è quella conflittuale a prassi libertaria. Questa deve essere autonoma da logiche di partito, deve prevedere l'unità dei lavoratori e delle lavoratrici a prescindere dalle sigle sindacali di riferimento, deve avere unità di obbiettivi e sui metodi di lotta, deve prevedere una pressi interna orizzontale.

L'intervento dei Comunisti Anarchici non può che partire dai luoghi di lavoro dove occorre ricostruire l'unità di interessi delle lavoratrici e dei lavoratori per:

  • la difesa dei posti di lavoro contro i licenziamenti e l'utilizzo ingiustificato di ammortizzatori sociali;

  • la difesa dello statuto dei lavoratori e del diritto di sciopero;

  • la difesa del contratto nazionale e conquista di contratti aziendali che tendano a migliorare salario e condizioni di lavoro svincolando, però, il salario dalla produttività;

  • la tutela della salute e lotta per la gestione del proprio orario di lavoro per poter meglio gestire i propri tempi di vita e di lavoro;

  • la rappresentanza nelle RSU e nelle contrattazioni anche dei lavoratori precari (interinali, a progetto, ecc.) che troppo spesso, data la loro ricattabilità, sono figure che non riescono ad avere nessun tipo di tutela; la stabilizzazione di tutti i precari e gli atipici.
Nel territorio i Comunisti Anarchici hanno il compito di favorire e caratterizzare:
  • coordinamenti di lavoratori, di migranti, di precari, intercategoriali o di categoria autonomi da partiti e da sindacati;

  • forme di cooperazione e di lotta, in cui le diverse esperienze possano arricchire e permettere una più efficace difesa degli interessi di classe;

  • coordinamenti dove si sviluppi solidarietà di classe, democrazia diretta e partecipazione, con il fine di una società più egualitaria e libertaria.
Risulta importante per i militanti e simpatizzanti FdCA presenti in CGIL, assumere un ruolo attivo nell'area programmatica "La CGIL che vogliamo", avendone da subito sostenuto la formazione ed essendo questa un'ottima possibilità per portare il nostro contributo e avere visibilità in CGIL.

Altresì importante per i militanti e i simpatizzanti presenti nel sindacati di base è il compito di agevolare le soluzioni di coordinamento e di unione tra le diverse sigle sindacali per arrivare ad essere riferimento per lavoratrici e lavoratori, precarie e precari, disoccupati e disoccupate; e per iniziare a parlare nel settore privato di rappresentanza e di un ruolo attivo nella contrattazione.

I prossimi mesi saranno determinanti per la lotta di classe e la ripresa del conflitto sociale, sia in Italia che all'estero dove mobilitazioni e scioperi crescono e si estendono.

Oggi gli operai in lotta hanno bisogno della solidarietà di tutte le categorie, sia del pubblico che del privato; gli attivisti sindacali colpiti dai licenziamenti e dalla repressione hanno bisogno della solidarietà e dell'appoggio di tutte le organizzazioni sindacali per le quali il conflitto di classe e la partecipazione dal basso alle lotte costituiscono obbiettivi strategici fondamentali.

La lotta alla FIAT, in Italia e non solo, si pone come dimostrazione della possibilità di mobilitazione e di opposizione operaia ai piani aziendali che, in Italia come in Polonia e in Serbia, usano la crisi come arma di ricatto per piegare il lavoro operaio alla logica del profitto.

La FdCA sosterrà tutte le iniziative di lotta dal basso per la difesa delle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici nel posto di lavoro e nel territorio.

I suoi militanti saranno impegnati a favorire un coordinamento nel sindacalismo conflittuale e di base, ma anche delle forze politiche a sostegno delle lotte dal basso, di anarchici e di libertari, che porti ad uno sforzo di convergenza e di mobilitazione.

Coordinamento con una dimensione internazionale che porti, oltre che informazione, anche a momenti di lotta solidale internazionale sulla base di piattaforme rivendicative comuni che lotti contro le delocalizzazioni selvagge e per conquistare nei paesi dove non ci sono, e difendere in quelli dove si vogliono togliere il diritto di sciopero, lo statuto dei lavoratori e condizioni salariali migliori.

Piattaforma sindacale

  1. Conflitto solidale internazionale contro la delocalizzazione selvaggia delle multinazionali alla continua ricerca del massimo profitto.

  2. Lotta solidale per il reintegro degli operai licenziati, istituzione delle casse di resistenza.

  3. Impedire la chiusura di fabbriche, impedire riduzioni di personale, contrastare il taglio dei precari nel pubblico impiego: per salvaguardare i posti di lavoro.

  4. Lottare per restituire dignità al lavoro.

  5. Contro l'annientamento dei diritti e delle libertà dei lavoratori e delle lavoratrici, per difendere il diritto di sciopero, il diritto di rappresentanza e lo statuto dei lavoratori.

  6. Per il diritto alla rappresentanza di tutti i lavoratori e le lavoratrici precarie.

  7. Per il diritto dei lavoratori di decidere su ogni piattaforma e ogni accordo con voto vincolante.

  8. Contro la riduzione in merce e servi delle lavoratrici e dei lavoratori espulsi dalla produzione.

  9. Contro l'utilizzo selvaggio di lavoratori e lavoratrici precarie che, pur ricoprendo ruoli spesso altamente professionali, vivono sempre sotto il ricatto padronale. Per la stabilizzazione dei precari e dei lavoratori atipici.

  10. Contro l'esternalizzazione del lavoro spesso appaltato a cooperative e partite IVA "obbligate" votate all'auto sfruttamento e sempre più esposte infortuni e morti sul lavoro.

  11. Per la difesa dei contratti nazionali e per l'estensione dei contratti aziendali svincolati dal binomio salario-produttività.

  12. Per la tutela della salute e per la gestione del proprio orario di lavoro.

  13. Per una grande battaglia salariale alla FIAT, nei metalmeccanici, in tutte le categorie.

  14. Per il salario minimo intercategoriale europeo.

Federazione dei Comunisti Anarchici

Fano 1 novembre 2010

Documento approvato all'unanimità dal VIII Congresso Nazionale della FdCA

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