Ghassan Ali, un comunista libertario nel FPLP
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intervista
Wednesday April 14, 2010 18:49
by Nicolas Pasadena (AL 77) - Alternative Libertaire

Articolo tratto dallo speciale dossier pubblcato sul numero di febbraio 2010 di "Alternative Libertaire"
Ghassan Ali è un rifugiato palestinese di terza generazione. I suoi nonni sono stati mandati via dal loro villaggio ora in territorio israeliano. Lui e prima di lui i suoi genitori sono nati nei campi profughi della Striscia di Gaza. Da bambino tirava sassi durante la Prima Intifada (1987-1993). Qui racconta ad Alternative Libertaire il suo percorso e spiega la sua posizione come comunista libertario dentro il FPLP [1] ed il percorso che vede per la Resistenza palestinese. [Français] [English] [Castellano] [Português]

Ghassan Ali, un comunista libertario nel FPLP
Ghassan Ali è un rifugiato palestinese di terza generazione. I suoi nonni sono stati mandati via dal loro villaggio ora in territorio israeliano. Lui e prima di lui i suoi genitori sono nati nei campi profughi della Striscia di Gaza. Da bambino tirava sassi durante la Prima Intifada (1987-1993). Qui racconta ad Alternative Libertaire il suo percorso e spiega la sua posizione come comunista libertario dentro il FPLP [1] ed il percorso che vede per la Resistenza palestinese.
Qual è la situazione a Gaza dopo la guerra del gennaio 2009?
Gaza è ancora in totale impasse. Da una parte, non si ferma il degenerarsi della situazione umanitaria. L'embargo imposto da Israele e dalla comunità internazionale ci ha rinchiusi in un ghetto, in cui la gente deve affrontare le distruzioni, la fame e la catastrofe sanitaria. Sono oltre 40.000 le case e gli edifici distrutti, ed i loro abitanti hanno dovuto affrontare il loro primo inverno nelle tende e nei campi.
La situazione politica è disperata: Israele prosegue nel suo progetto coloniale imponendo le sue condizioni al governo americano, con l'Europa che si adegua. I signori della guerra di Israele stanno minacciando Gaza di nuove incursioni e l'Occidente risponde mettendo la sordina all'inchiesta della commissione d'inchiesta ONU che ha gia condannato Israele [2].
Poi c'è la situazione interna, che grava sui palestinesi più profondamente di qualsiasi altro problema. Una contesa micidiale viene alimentata da Fatah e Hamas, per i quali sono più importanti i propri interessi e le loro alleanze regionali e globali. Il popolo palestinese è quello che alla fine paga per questi conflitti interni. La situazione è molto difficile e gravida di rischi. Mai la causa palestinese è stata in pericolo come oggi.
Come sei entrato a far parte del FPLP?
Da adolescente ero un sostenitore di Fatah. Ma ai tempi degli accordi di Oslo, ho conosciuto Haydar Abd al-Shafi, uno dei maggiori esponenti della resistenza che aveva guidato la delegazione palestinese nella conferenza di pace di Madrid. Mi diede una copia degli accordi di Oslo e mi spiegò quali erano i pericoli per la nostra causa. La mia coscienza politica si è costruita a partire da questo incontro e sulla base dell'osservazione quotidiana della corruzione, dell'ingiustizia sociale, degli arresti politici e della soppressione di ogni voce critica verso l'autorità. Questo periodo, chiamato "i giorni d'oro degli Accordi di Oslo", mi portò ad aderire all'unione studentesca del FPLP e poi a farne parte come militante.
Come definiresti il FPLP oggi? Ci sono delle differenze tra i suoi scopi prefissati e la sua politica reale?
Nel 2006, il FPLP ha vinto solo 3 seggi alle politiche. Tuttavia, oggi riscuote maggiori consensi grazie alla delusione verso le politiche di Hamas e Fatah, che portano alle divisioni interne ed alla guerra civile facendo così il gioco dell'occupazione più di qualsiasi altra cosa. Ma il FPLP - e tutte le forze di sinistra - si sono indebolite nel corso degli anni e oggi non possono essere viste come alternative credibili e forti. Ci vorrebbe un cambiamento più audace nella strategia.
Come comunista libertario e militante del FPLP, qual è la tua posizione dentro l'organizzazione?
Il FPLP ha una eredità ampia e diversificata. Quando si formò (1967) era soprattutto su posizioni di nazionalismo arabo, ma poi nel 1972 giunse ad identificarsi col marxismo. Primariamente si rivolge alle lotte di liberazione e per la giustizia sociale. Attualmente è composto da maoisti e stalinisti, ma anche da militanti libertari come me. Ognuno cerca di far sentire la sua voce. Come comunista libertario, penso che le lotte collettive sono più importanti del tentativo di unificare tutte le forze della sinistra palestinese: unire le debolezze non porta necessariamente a costruire forza ed efficacia. Per avere un ruolo nel nostro futuro il FPLP dovrebbe guardare al suo passato: per esempio, l'esperienza dei comitati popolari durante la Prima Intifada, i quali crearono strutture formative, sociali, culturali ed economiche. Le scuole popolari sostituirono quelle chiuse dall'Occupazione, e le cooperative degli orti diedero lavoro a chi lo aveva perso in Israele. Si trattò di una lotta molto efficace: quell'esperienza unì l'intera popolazione: uomini, donne e bambini in ogni città, villaggio o campo profughi. Allora sì, potevamo parlare di una sinistra unita.
Quali sono attualmente i rapporti tra Hamas, il FPLP, e Fatah?
Il FPLP ha sempre seguito il principio: "Lotta unitaria contro l'occupazione e dibattito democratico sulla lotta sociale e sulle questioni interne". Il FPLP, Fatah ed Hamas cercano tutti e tre di cambiare la situazione interna e di mettere fine alla divisione tra le forze della resistenza. Sfortunatamente, i due poli di destra - Hamas e Fatah - sono alquanto settari nel loro comportamento: "Se tu non stai con noi, sei contro di noi!". Entrambi vogliono il monopolio sulla legittimazione politica e pretendono che gli altri si adeguino. Dopo le elezioni del 2006, il FPLP prese una posizione chiara: noi siamo per l'unità della resistenza, per la democrazia e per l'ordine tra i palestinesi. E da allora siamo su queste posizioni. Siamo contro gli arresti politici ed altre violazioni delle libertà civili e personali. Perché, per il FPLP, non c'è nulla che giustifichi l'uccidersi tra palestinesi. Ma queste posizioni ci hanno creato dei problemi con gli apparati di sicurezza in Cisgiordania e a Gaza. Cioè con entrambe le autorità palestinesi.
Qual è la situazione attuale dei movimenti sociali nella resistenza contro Israele?
Durante la Seconda Intifada, che è iniziata nel 2000, la resistenza organizzata ed armata iniziò solo dopo il terzo mese dell'Intifada, dopo il massacro dei manifestanti ad opera delle forze israeliane. La disparità tra i manifestanti e gli aerei da combattimento generò una insorgenza popolare armata.
Ma il problema insoluto è sempre la mancanza di una strategia e di rivendicazioni politiche. L'Autorità [Nazionale] Palestinese è obbligata a negoziare con Israele - qualcosa che non ha mai avuto e non ha alcuna efficacia - ed obbedire agli USA. In quanto ad Hamas, continua a fare solo demagogia, alimentata dalla brutalità israeliana.
Ciò nonostante, ci sono parecchi esempi di resistenza popolare contro l'occupazione: il boicottaggio, le manifestazioni contro il muro, le campagne di coltivazione degli ulivi con i contadini, e così via. Se i palestinesi ed il movimento di solidarietà internazionale potessero allargare queste azioni, potrebbero avere un ruolo importante nella resistenza all'occupazione.
Pensi che si stia andando verso una Terza Intifada?
Dato il contesto regionale ed interno, è difficile dire che possa verificarsi. I negoziati sono in uno stato di morte clinica ed il governo israeliano non ha nessuna intenzione di concedere alcunché a Mahmud Abbas [Abu Mazen], che è rimasto l'ultimo a credere nei negoziati. Tutto è possibile. L'assenza di una unità nazionale e la totale divergenza politica tra le due maggiori forze palestinesi rende difficile pensare ad una strategia unitaria di resistenza, una "Terza Intifada", nel prossimo futuro. Ma dobbiamo anche ricordare che nessuno aveva previsto le prime 2 intifada.
Per concludere, la questione più tormentata: uno Stato, due Stati..?
Ricordiamoci che fino al 1974, i palestinesi erano per la soluzione di uno Stato, uno Stato laico e democratico. Questo obiettivo è stato abbandonato sotto la pressione della comunità internazionale. Da allora, l'OLP si è schierata per uno Stato Palestinese nei confini dei territori occupati dal 1967, che corrispondono al 27% del vecchio Mandato per la Palestina [3]. Fin dall'inizio dei negoziati per applicare le risoluzioni dell'ONU, non vi è mai stato un solo segno di riconoscimento di queste risoluzioni da parte di Israele. Al contrario, i territori del futuro Stato Palestinese sono stati ritagliati a pezzettini; la questione del ritorno dei profughi è stata rigettata; la fine della colonizzazione è stata rimandata all'infinito. Infine, i palestinesi con cittadinanza israeliana - il 20% della popolazione - rischiano la deportazione perché minacciano la "purezza demografica dello Stato Ebraico".
La cosa importante, secondo me, per tutti i residenti del Mandato Palestinese, è mettere fine al progetto coloniale israeliano e garantire a ciascuno nel luogo in cui si trova di godere di uguale trattamento, indipendentemente dalla religione e dall'etnia. Un solo Stato democratico potrebbe dare luce a questo sogno, ma oggi, non penso che la situazione ed i rapporti di forza offrano qualche possibilità a questa soluzione. In ogni caso, qualunque sia la posizione su questa questione, il ruolo ed il compito immediato per tutti resta il mettere fine all'Occupazione coloniale e lottare per una vita dignitosa, che possa dare una speranza alle generazioni future.
Intervista a cura di Nicolas Pasadena (AL 77)
Traduzione italiana a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali
Note:
1. Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.
2. La Francia non ha sostenuto la risoluzione ONU del 5 Novembre 2009 con cui si approvavano a larga maggioranza le conclusioni contenute nella relazione della commissione di inchiesta su "crimini di guerra e possibili crimini contro l'umanità" a Gaza. Tre settimane dopo, l'ambasciatore francese a Tel Aviv ha assicurato lo Stato d'Israele dell'amicizia della Francia, condannando la commissione d'inchiesta ONU ("Canard enchaîné", 21 ottobre 2009).
3. Il Mandato Britannico della Palestina, territori occupati dagli inglesi tra il 1920 ed il 1948.