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Wednesday April 29, 2009 12:00 by Marina D’Ecclesiis - Radio Città Aperta
![]() “Tornare sulla guerra d’Etiopia oggi, vuol dire confrontarsi col nostro abisso attuale: con il mito degli “italiani brava gente”; sempre utile in tempi di politica estera aggressiva, con quei pregiudizi verso l’altro che sono anche il portato di un passato colonialista mai criticato”. Questo il tema della conferenza-dibattito, “Etiopia 1935/1941: viaggio nel cuore di tenebra italiano”, che si è tenuto ieri presso la facoltà di Fisica dell’Università La Sapienza di Roma. La guerra d’Etiopia fu una delle tante vergogne dell’Italia fascista, oggi dimenticata. Una guerra portata avanti in nome della ‘civiltà’, che dietro nasconde le più gravi barbarie commesse dall’esercito italiano, come l’utilizzo di gas mortali contro la popolazione civile. Una guerra che conta 760.000 vittime e che, come sottolinea Loredana Baglio di Corrispondenze metropolitane, “ha visto come protagoniste anche le donne, costrette ai più atroci abusi da parte degli invasori, guidati dal mito del “nuovo uomo fascista”: dominatore, forte e superiore rispetto all’altro sesso”. Dunque, la forza della Resistenza etiope è attribuita anche a loro, a quelle donne che hanno subito abusi e che hanno continuato a supportare in tutto, i loro padri e fratelli patrioti. Senza di loro, la guerra di Resistenza, sarebbe stata probabilmente impraticabile, vista anche la disparità di armamenti. Ricordare oggi quanto avvenuto in Etiopia è importante per le forti analogie con l’attuale politica estera italiana. Il regime fascista di Mussolini rappresentava al popolo italiano la guerra di Etiopia come un’occupazione pacifica. L’uomo etiope era rappresentato come un essere inferiore che in quanto tale andava civilizzato. Per giustificare queste concezioni fortemente razziste, il regime si servì non solo di teorie scientifiche ma anche di una propaganda ossessiva in cui gli uomini di colore erano rappresentati come servizievoli o primitivi, facendo penetrare nella cultura forti stereotipi: la guerra d’Etiopia, infatti, coincide con il periodo di massimo consenso al regime tra il popolo italiano. Oggi la situazione non è molto diversa: come sottolinea l’antropologa Nancy Aluigi Nannini, “la nostra cultura è intrisa di categorie coloniali, presenti soprattutto nel nostro linguaggio”, e ancora oggi si parla di popolazioni da civilizzare, e di esportazione della democrazia. Inoltre l’enfasi della destra italiana sul tema della “sicurezza” con l’aiuto della stampa nazionale ha legalizzato ogni tipo di discriminazione nei confronti di stranieri. Tempo fa addirittura il giornale statunitense “The Nation” ha accusato l’Italia di essere una nazione razzista, e gli episodi di violenza a danno di immigrati sono sempre più frequenti. Dunque, è il momento che la nostra nazione faccia i conti con il proprio passato per risolvere anche le piaghe sociali del presente e bloccare il processo di colonialismo del nuovo millennio.
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