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I lavoratori, i padroni e le violenze xenofobe del 2008 in Sud Africa

category africa meridionale | migrazione / razzismo | opinione / analisi author Thursday October 02, 2008 17:57author by Steffi, Jonathan Payn e James Pendlebury - Zabalaza Anarchist Communist Frontauthor email zacf at zabalaza dot net Report this post to the editors

Articolo dal No.9 (settembre 2008) della rivista "Zabalaza"

A solo 14 anni dalla fine dell'apartheid qualcuno sostiene che siamo in presenza di una nuova apartheid. A solo 14 anni dal genocidio in Rwanda c'è chi dice che in Sud Africa si stia verificando un genocidio particolare. Niente a che vedere con il gap economico tuttora esistente tra sudafricani con diverso colore della pelle e nemmeno con una guerra tra diversi gruppi etnici come in Rwanda. [English]


I lavoratori, i padroni e le violenze xenofobe del 2008 in Sud Africa

di Steffi, Jonathan Payn e James Pendlebury

 

A solo 14 anni dalla fine dell'apartheid qualcuno sostiene che siamo in presenza di una nuova apartheid. A solo 14 anni dal genocidio in Rwanda c'è chi dice che in Sud Africa si stia verificando un genocidio particolare. Niente a che vedere con il gap economico tuttora esistente tra sudafricani con diverso colore della pelle e nemmeno con una guerra tra diversi gruppi etnici come in Rwanda. Si tratta invece del privilegio della cittadinanza e della guerra tra chi ha dalla sua la sicurezza minima di essere nato in Sud Africa e chi per sua sfortuna non ha questa sicurezza e - in molti casi - deve andarsene via dal Sud Africa se vuole sottrarsi alla violenza ed alla miseria. I fatti del maggio 2008 hanno messo in luce l'esistenza in Sud Africa di un profondo sentimento xenofobo, dovuto in gran parte a circostanze sociali ed economiche. Siamo di fronte ad un cocktail letale di nazionalismo mescolato con la mancanza di servizi.

Nel mese di maggio abbiamo visto girare per il mondo immagini a cui eravamo abituati per il Rwanda o per la Liberia, ma non per il Sud Africa, almeno fino agli anni '80. Alcune immagini, come quelle dell'uomo ridotto ad una torcia, non si possono dimenticare facilmente. Ed anche se la polizia era riuscita a spegnere le fiamme, l'uomo del Mozambico morì poche ore dopo per le ustioni. C'è chi sostiene che quell'uomo è rimasto vittima di un metodo crudele che risale ai tempi dell'apartheid: quello della collana, cioè dare fuoco ad un uomo con un copertone intorno al collo, anche se in questo caso non c'era il copertone. La collana è stata usata anche durante il genocidio in Rwanda.

Per più di un secolo Johannesburg, la "Città dell'oro", si è nutrita di gente da tutto il mondo che venivano qui alla ricerca di una vita migliore. Per molti il Sud Africa, il "paese arcobaleno" è conosciuto come un paese ospitale. Sin dai tempi del colonialismo, persone da tutto il mondo si sono stabilite qui. Fino alla fine dell'apartheid si trattava per lo più di europei: tedeschi, serbi, greci, italiani, portoghesi, inglesi etc. Dopo la fine dell'apartheid sono stati per lo più migranti da altri paesi africani, specialmente dalle zone di guerra o di crisi. Il numero preciso degli immigrati in Sud Africa non è noto, ma le stime dicono tra i 5 e 6,5 milioni di persone, di cui moltissimi dallo Zimbabwe e dal Mozambico.

Proprio per questa sua lunga storia di immigrazione, le inchieste dicono che il sudafricani sono tra i più xenofobi sulla faccia della Terra ("The Times", 24.5.08). Tale ostilità è diffusa specialmente tra i più giovani che sono stati tirati su con la dottrina dell'orgoglio sudafricano. I sudafricani più anziani pensano che questi giovani dovrebbero essere i primi a godere dei frutti per cui essi hanno tanto a lungo lottato.

Negli ultimi anni, si sono verificati sempre più spesso attacchi contro stranieri provenienti da altri paesi africani. In 11 anni sono stati 471 gli assassinati solo tra i somali ("Cape Argus", 17.5.08). Ma gli attacchi xenofobi hanno avuto un'impennata nel maggio del 2008. Molti osservatori li chiamano pogroms, con riferimento a quella forma di violenza razzista di massa contro gli ebrei che era molto comune in Europa diversi secoli fa. Come i pogroms che si verificavano in Europa, così succede oggi in Sud Africa. Istigata da pochi provocatori, si forma una folla che va di casa in casa ad aggredire individui che sono diversi per il colore della pelle più scuro o perché non parlano una certa lingua (di solito lo zulù). Si verificano stupri, uccisioni, saccheggi, le case date alle fiamme. Persino violenze contro i bambini. In tali circostanze, alcuni sudafricani cadono in preda ad un delirio di violenza. Abahlali, il movimento degli abitanti nelle capanne di Mjondolo sostiene che: "Una guerra contro quelli del Mozambico diventerà una guerra contro chi parla lo shangaan. Una guerra contro quelli dello Zimbabwe diventerà una guerra contro chi parla lo shona che diventerà una guerra contro chi parla il Venda." Il 10 maggio scorso, la prima notte delle violenze, è stato ucciso pretestuosamente anche un sudafricano che si era rifiutato di prendere parte agli attacchi. Ma l'obiettivo degli attacchi erano gli immigrati, soprattutto i profughi dallo Zimbabwe - proprio nel momento in cui avevano più bisogno di quell'aiuto e di quella solidarietà da parte dei sudafricani a cui durante i tempi dell'apartheid avevano a loro volta offerto aiuto a chi fuggiva dall'oppressione.

Molti sudafricani che vivono nei quartieri più poveri, che non hanno niente da mangiare perché i prezzi degli alimentari - in linea con la tendenza generale - sono schizzati in alto dell'81% in 3 anni; che hanno perso il lavoro - se mai lo hanno avuto - a causa delle politiche neoliberiste di privatizzazione; che vivono nelle capanne senza acqua corrente e senza elettricità, sono proprio quelli che ce l'hanno con gli stranieri perché dicono che gli rubano il lavoro, la casa e le donne e perché delinquono. In realtà sono alla ricerca di un capro espiatorio e se la prendono con i più vulnerabili, invece di reagire contro i veri responsabili - il governo ed i capitalisti. Quando non si riconoscono i propri nemici, quando non si capisce che il governo amico sta invece lavorando per i capitalisti, quando non si comprende che il ciclo globale del business crea un vortice di sofferenza per tutti i poveri del mondo, diventa facile indirizzare la propria rabbia contro chi non ha nessuna colpa.

Mito e realtà

Ma questa rabbia si alimenta di miti. Gli stranieri in Sud Africa sono spesso disoccupati, oppure hanno salari più bassi di quelli dei sudafricani, come tristemente accade in tutto il mondo a causa del capitalismo. Tali divisioni tra i lavoratori non fanno che aiutare i capitalisti a tenere i salari bassi per tutti. Se gli immigrati non sono nei sindacati con i sudafricani, gli imprenditori possono colpire i lavoratori sudafricani ricattandoli con l'impiego di forza lavoro immigrata a buon mercato - proprio come in passato colpivano i lavoratori bianchi ricattandoli con il lavoro a buon mercato dei neri, e così con gli uomini usando il lavoro sottopagato delle donne.

Molti stranieri che non sono in regola con i documenti e quindi non possono essere assunti, aprono dei negozietti. Se gli affari gli vanno bene, succede che la gente diventa gelosa. La maggior parte degli immigrati vive nei quartieri più fatiscenti e manda il denaro che guadagna alle loro famiglie a casa. A volte, succede che ci sono immigrati che vivono in case costruite dal governo. Le prendono in affitto dai sudafricani, oppure, senza dubbio, le ottengono dal governo col ricorso alla corruzione. Ma come dice Abahlali: "Opporsi alla corruzione, ma non mentire a se stessi nel dire che la gente nata in Sud Africa non stia anch'essa comprando case tramite mediatori ed impiegati dell'agenzia governativa per la casa" E non è neanche vero che gli immigrati siano i responsabili dell'aumento della criminalità. Persino le statistiche del governo dicono che solo il 3-4% di tutti i crimini viene commesso dagli immigrati. Dato che include gli arresti per mancanza del permesso di soggiorno, per cui se ne deduce che gli immigrati influiscano davvero molto poco sulla quantità di crimini distruttivi antisociali.

Il nazionalismo dei padroni...

Ma anche se i dati del governo non giustificano l'ostilità contro gli immigrati, i media ed i politici di ogni partito si ritrovano uniti nel promuovere tale ostilità. Quasi ogni giorno sentiamo dire che quelli dello Zimbabwe rubano, che i nigeriani spacciano droga - ed i giornali alimentano queste voci, non mancando mai di sottolineare la notizia di un crimine quando è commesso da uno "straniero". In particolare, il "Daily Sun" - il quotidiano più letto in tutto il paese soprattutto tra la classe lavoratrice nera - è stato criticato per incitamento alla xenofobia e per i resoconti inappropriati sugli attacchi: nei titoli si parlava degli immigrati come di "alieni". Ma il "Sun" non è da solo, anche se gli altri giornali sono più subdoli. Uno studio fatto nel 2005 dall'Istituto per la Democrazia in Sud Africa ha mostrato che la stampa sudafricana ha dato ampia copertura al clima anti-immigrati: chiedendo referenze in rogatoria per gli immigrati oppure lanciando appelli per maggiori controlli ai confini. Naturalmente ci sono le eccezioni, proprio tra la stampa padronale. Ma lo studio fa notare che le associazioni padronali e la loro stampa tendono a sostenere i flussi migratori perché "sono necessarie le abilità e gli investimenti degli immigrati". Benché ci sia una qualche verità in ciò, non è certamente un approccio favorevole agli immigrati.

La xenofobia in Sud Africa inizia dai vertici, dal tristemente famoso ed incompetente ministero degli interni, il quale è noto per come maltratta gli immigrati e per la corruzione. Il precedente ministro degli interni Mangosuthu Buthelezi anni fa biasimava gli immigrati per l'alto tasso di disoccupazione. Da allora sono aumentati i provvedimenti di deportazione. Buthelezi, leader del Partito della Libertà, zulu-sciovinista, Inkatha ora non è più al governo, ma non è il solo a pensarla così. Alleanza Democratica, il partito liberale di destra all'opposizione, che si fregia di volere una "società aperta alle opportunità" - nel senso di una società fondata sul "libero mercato" - limita questa sua "apertura" ai sudafricani e sostiene che l'unica risposta agli attacchi sono frontiere più strettamente controllate. Questo è anche il punto di vista dell'Istituto del Sud Africa per le Relazioni Razziali, di molti giornalisti ed accademici, e di molti politici dell'African National Congress (ANC). Praticamente queste ben distinte signore e gentiluomini hanno condannato i pogroms di maggio; ma è chiaro che non se ne fanno un problema della violenza contro gli immigrati, purché lo Stato si faccia carico di questa violenza. Il problema sorge quando la povera gente dei quartieri tugurio disobbedisce e fa da sola quello che lo Stato farebbe meglio. E ne sono felici, non solo perché lo Stato interviene, ma anche perché la conseguenza devastante è la chiusura delle frontiere. Senza una via di fuga dalla guerra, dall'oppressione e dalla fame, saranno tante le vite perse nella disperazione che porterà gli immigrati a scontrarsi con le forze di Stato nel tentativo di attraversare la frontiera sudafricana.

Ed è già quello che avviene. La polizia sudafricana è famosa per la sua gentilezza verso gli immigrati! Succede piuttosto spesso che gli immigrati siano vittima di minacce e gli irregolari costretti a pagare i poliziotti per evitare la deportazione. Anche durante gli attacchi di maggio, la polizia non ha mosso un dito per aiutare gli immigrati. Ci sono dei filmati che riprendono i poliziotti che giocano a calcio nei quartieri dove avvenivano gli attacchi xenofobi. In un'altra occasione non hanno aiutato un uomo agonizzante davanti ai loro occhi. Gli stranieri hanno denunciato che la polizia non solo non interveniva per fermare i violenti, ma li incitava.. Nei campi profughi dove gli immigrati sono stati sistemati dopo i pogroms ci sono stati problemi tra i rifugiati e la polizia al punto che in alcuni casi i poliziotti hanno aperto il fuoco. ("Mail & Guardian", 22.5.08) In almeno un caso è stato usato un linguaggio offensivo come:"Fottuto kwerekwere [1] vattene nel tuo paese, questo è il nostro paese."

Ben prima dei pogroms dello scorso maggio, la polizia aveva attaccato gli immigrati nella Chiesa Centrale Metodista nel centro di Johannesburg. Era il mese di gennaio. Questa chiesa è stata luogo di ricovero per oltre 1.000 immigrati per anni ed anche centro di vari progetti sociali, come l'aiuto per l'Aids. I poliziotti, pesantemente armati, hanno attaccato la chiesa senza preavviso ed hanno arrestato senza alcuna ragione circa 1.500 immigrati, di cui 200 erano donne e qualcuna anche incinta. Ma la chiesa metodista è rimasta anche dopo un luogo di ricovero. Durante i pogroms, altre centinaia di rifugiati vi si sono nascosti fino a toccare il numero di 2.000 persone che ora vivono lì.

Molti immigrati clandestini vengono portati nel Centro per il Rimpatrio Lindela - o meglio campo di concentramento - a Krugersdorp. Gli immigrati clandestini sono tenuti lì per molti mesi finché non vengono deportati. Sempre di più giungono notizie di gravi violazioni dei diritti umani, di immigrati morti nel campo di Lindela. Ci sono resoconti di sudafricani deportati nello Zimbabwe perché "sembrano essere dello Zimbabwe" e perché sono privi di documenti addosso ("Citizen", 14.11.06). Senza documenti, senza denaro e senza contatti devono poi trovare il modo di ritornare in Sud Africa. E' certamente cosa comune per i sudafricani con la pelle più scura o per quelli che parlano in shangaan o venda invece che in zulù o xhosa, essere vittima dei maltrattamenti della polizia. Per molti anni la polizia ha assecondato in metodo usato poi per scegliere le vittime dei pogroms, che consiste nel dimostrare di conoscere oscuri termini in lingua zulù, altrimenti.... La campagna di stampa ed il pregiudizio sulla base del colore della pelle ricordano i bui tempi dell'apartheid.

La polizia sta costruendo un nuovo centro di detenzione vicino Musina dove mettere quelli che sono stati beccati mentre attraversavano la frontiera nord dallo Zimbabwe e da dove verranno poi deportati senza che gli venga data l'opportunità di richiedere asilo. (E' il caso di notare che per molti sarebbe anche difficile avere asilo, dato che dopo le elezioni farsa vinte da Robert Mugabe con la forza e nonostante la massiccia opposizione popolare, il regime sudafricano di Mbeki continua a dare copertura al tiranno di Harare, negando che si tratti di un dittatore. E per quanto riguarda il disastro dell'economia nello Zimbabwe, il fatto che molti non possono permettersi un pezzo di pane, non viene giudicato sufficiente per richiedere lo stato di rifugiato).

Probabilmente la polizia ha ucciso più immigrati dal 1994 di quanti ne siano stati uccisi nei pogroms di quest'anno, ma questi crimini non trovano spazio sui media. I politici possono condannare taluni "eccessi" commessi dalla polizia - come se l'omicidio e la violenza fossero normale lavoro da poliziotti - ma in generale, vogliono che la violenza vada avanti. Gli immigrati non sono bene accetti, a meno che non sono utili ai bisogni della classe dominante in Sud Africa. Le speranze, i sogni e le necessità di queste persone non contano nulla. I politici e la stampa possono sostenere "il rafforzamento dell'economia dei neri" ed anche condannare il razzismo contro le persone di colore; possono dire che alle donne spetta la parità; possono appoggiare i diritti dei gay e delle lesbiche, dichiararsi a gran voce per migliori condizioni per i poveri, ma difficilmente staranno dalla parte dei diritti degli immigrati. La posizione più "liberale" è per il loro ingresso ma solo se il Sud Africa ha bisogno di loro. Immaginate cosa accadrebbe se qualcuno dicesse la stessa cosa riferita ai neri sudafricani! Ma la frontiera è il limite assoluto, quelli che stanno dall'altra parte non avranno gli stessi diritti.

Questo è il veleno del nazionalismo. E' quell'ideologia che cerca di dirci chi siamo e quali sono i nostri diritti sulla base dello Stato e dei confini in cui viviamo. E' quell'ideologia per cui un lavoratore sudafricano ha più cose in comune col suo padrone sudafricano piuttosto che con un altro lavoratore che viene dallo Zimbabwe. Un'ideologia che divide noi lavoratori al fine di dominarci e sfruttarci. Che è stata usata alla grande dalla classe dominante: dall'ANC, dal Partito Comunista, dai dirigenti sindacali del Cosatu che hanno dato all'ANC una copertura ideologica da sinistra, dai partiti dell'opposizione, dai media. Tutte queste forze promuovono iniziative quali quelle dell'"orgoglio sudafricano", della campagna compra-sudafricano. Queste campagne minano la solidarietà di classe internazionale facendo credere che ciò di cui i lavoratori hanno bisogno non è l'unità solidaristica attraverso le frontiere, quanto invece creare posti di lavoro nel Sud Africa privilegiando l'economia nazionale. Si diffonde l'orgoglio nazionalista ed il patriottismo per il Sud Africa, il paese più industrializzato in tutto il continente, per opporlo al sentimento di solidarietà che non riconosce le artificiali frontiere coloniali - quelle frontiere che l'ANC accetta acriticamente. Nulla di sorprendente, questa campagna spinge per sostenere i capitalisti della nazione, sono loro - non certo i lavoratori sudafricani - che ne beneficeranno.

Ma come se non bastasse il nazionalismo quale grandissima forza di divisione, odio e violenza in Sud Africa, ad esso si affiancano razzismo e sessismo, protagonisti pericolosissimi nei mesi precedenti ai pogroms di maggio. In questi mesi abbiamo visto il crudele razzismo di studenti bianchi della Free State University; la violenza sessista alla fila dei taxi in Noord Street a Johannesburg; e molti altri incidenti di violenza sciovinista, soprattutto contro le donne ed in particolare contro le nere lesbiche. Secondo People Opposing Women Abuse, 10 lesbiche sono state uccise dalla violenza omofobica dal 2006 ad oggi, quasi una ogni 3 mesi.

Tempi duri e pare che la cultura dello sciovinismo sia in crescita o per lo meno si mostra senza maschera alcuna ed attraversa tutta la società sudafricana. Non è un caso che Jacob Zuma, nuovo presidente dell'ANC e forse futuro presidente del paese, sia un noto omofobo e sessista, come risulta dagli atti del processo per stupro a suo carico, che ha certamente fomentato attitudini sessiste e scioviniste nel paese. Questo aspetto della sua politica è molto più significativo del suo supposto impegno per la classe lavoratrice che invece non ha avuto modo di mostrarsi né concretamente né con discorsi seri. Al pari di qualsiasi politico, Zuma sta dalla parte del suo potere, ha giocato sulla frustrazione e sulla rabbia popolare contro il regime neoliberista di Mbeki per ottenere l'appoggio dei lavoratori. Infatti, i suoi programmi ben poco si differenziano da quelli di Mbeki, se non per il suo forte sciovinismo: se Zuma ha rotto con Mbeki, la sua è una rottura a destra, checché ne dicano quegli opportunisti venduti dei dirigenti sindacali del Cosatu. Si dice che, benché Zuma abbia pubblicamente condannato le violenze di maggio, la gente che dava inizio ai pogroms cantasse spesso Mshini Wami ("dammi la mia mitragliatrice"), la canzone della candidatura di Jacob Zuma. Originariamente questa era una canzone progressista, della lotta contro l'apartheid; ma i sostenitori di Zuma l'hanno trasformata in un canto da culto della personalità, dello sciovinismo zulù, dello sciovinismo maschilista e, forse, di tutto lo sciovinismo reazionario! Quella rabbia che poteva essere diretta nella resistenza della classe lavoratrice contro il capitalismo è stata pervertita in divisione di classe, di genere, di nazionalità.

Un'altra canzone udita durante i pogroms è Nkosi Sikelel' iAfrika (Dio benedica l'Africa). Il messaggio di questa canzone, ironicamente, non è riferito esclusivamente al Sud Africa, ma è panafricano e religioso. Non è dunque un canto della classe lavoratrice che invece non riconosce frontiere, né quelle nazionali né quelle continentali. Il boom dei prezzi del cibo e dell'energia, che ha alimentato la tensione nel paese, non sta nella crisi africana ma nella crisi globale, è la conseguenza del sistema globale del capitalismo che colpisce i lavoratori ad ogni latitudine. E allora c'è una certa ironia nel canto "Dio benedica l'Africa" quando i sudafricani attaccano i loro fratelli africani. Evidentemente il significato del canto è andato perduto, e non c'è da sorprendersi, dato che dal 1994 questo stesso canto è diventato simbolo dello Stato del Sud Africa, un trucco per raccogliere la gente intorno ad una bandiera, per indurci a seguire i nostri padroni ed a dimenticarci di noi stessi. Il nazionalismo e lo Stato uccidono il pensiero; non richiedono intelligenza ma solo obbedienza; e dalla morte del pensiero può solo nascere la violenza dell'ignoranza sciovinista.

...e l'internazionalismo proletario

Per fortuna il pensiero razionale e la solidarietà sono ancora vivi nel paese. L'internazionalismo proletario ha una lunga storia in Sud Africa. Esso vive nei movimenti sociali delle classi popolari, nelle lotte per migliori servizi nei quartieri degradati. Noi sappiamo che proprio queste lotte sono state uno dei fattori che ha dato origine ai pogroms, ma non possiamo unirci al coro della borghesia secondo cui le proteste di oggi per avere più servizi diventeranno domani attacchi xenofobi. I movimenti sociali sono stati i soli a dare una risposta internazionalista ai pogroms: la prima presa di posizione è giunta proprio dall'occhio del ciclone ad Alex, dal Comitato di Crisi Alexandra Vukuzenzele (AVCC), affiliato al Forum Anti-Privatizzazione (APF). La classe dominante definisce i movimenti sociali come banda di criminali e di barbari, ma noi sappiamo che le cose non stanno così. Il che non vuol dire che tutto vada bene. Prima dei pogroms, sentimenti xenofobi erano stati pubblicamente espressi da esponenti dello stesso AVCC, e noi sappiamo come tale confusione, tale veleno, non sia facilmente eliminabile. Ma anche nella crisi, la tendenza internazionalista viene allo scoperto ed in qualche modo su basi di analisi di classe. Mentre i politici e gli intellettuali, l'Istituto per le Relazioni Razziali, esponenti del DA e dell'ANC, vogliono controlli più severi alle frontiere, l'APF sostiene che nessuno è clandestino. I movimenti sociali si sono uniti ad organizzazioni religiose, alle ONG ed ai liberali delle classi medie per coordinare azioni di sostegno alle vittime dei pogroms.

Si è avvertita la mancanza di un legame tra gli sforzi per gli aiuti e gli sforzi per creare strutture di sicurezza e di autodifesa organizzata, che pure non sono mancate. I rifugiati nella chiesa metodista hanno presidiato l'ingresso; alcuni hanno preparato una difesa dal tetto. In altri posti le vittime hanno iniziato a coordinarsi contro gli abusi della polizia. In una presa di posizione apprezzabile per il suo internazionalismo di classe, Abahlali ha dichiarato la sua intenzione di prevenire qualsiasi attacco nella città di Durban. A Cape Town il movimento per la Campagna Anti-Sfratto ha annunciato una mobilitazione per impedire anche un solo attacco. Similarmente, gli attivisti dei movimenti sociali di Gauteng hanno espresso il loro sostegno per azioni di difesa, altri cercando di mobilitare gli abitanti dei quartieri degradati di Johannesburg perché difendano gli immigrati che vivono negli stessi quartieri. Eppure, tanto rimane ancora da fare.

Una notevole espressione di internazionalismo è stata una manifestazione a Johannesburg il 24 Maggio, organizzata dalla Coalizione Contro la Xenofobia, con l'adesione dei movimenti sociali, delle ONG, degli organismi degli immigrati, di gruppi religiosi e delle organizzazioni politiche di sinistra, compresi noi dello ZACF. A migliaia hanno partecipato alla marcia, che però ha avuto alcune carenze: in particolare, è stato poco sottolineato il conflitto di classe. Inoltre, la partecipazione dell'APF è stata deludente. Alcuni suoi iscritti non sono venuti per paura di intimidazioni, ma il fattore reale di questa assenza sta nei sentimenti xenofobi che albergano dentro la classe lavoratrice.

D'altra parte, molti manifestati erano sudafricani bianchi, in gran parte delle classi medie, gente che di solito non partecipa alle manifestazioni. Inoltre, alcuni bianchi delle classi medie, come pure alcuni neri delle classi medie e della classe operaia hanno fatto donazioni consistenti per i rifugiati. Senza dubbio tali atti erano motivati da una sincera solidarietà e dall'orrore per i pogroms. Eppure dobbiamo chiederci come mai l'orrore di questa crisi abbia sollevato l'attenzione delle classi medie bianche più dell'orrore della povertà quotidiana. Troppo facile vedere in questi fatti semplicemente qualcosa di terribile, un'esplosione rilevante e straordinaria, eventi isolati che vanno circoscritti. Questo è un approccio semplicistico per poter cogliere che le radici della violenza stanno nelle forze pervasivi del nazionalismo, dello Stato e del capitalismo. Ma ci si costruisce altri alibi: molti bianchi ad esempio (tranne probabilmente coloro che erano alla marcia) dicevano "Ecco, guarda questi neri e come si massacrano tra di loro e pensare che un tempo eravamo noi in causa". Altri hanno condannato i pogroms, ma si sono infuriati quando lo Stato ha proposto la realizzazione di campi profughi dietro casa loro. Al pari degli autori dei pogroms, questi bianchi volevano che i barbari stranieri se ne stessero alla larga; lo Stato poteva e doveva fare il suo lavoro, ma lontano dai loro occhi e dai loro pensieri, ma non sono ricorsi ad azioni violente. Qui si scopre la mentalità del privilegio relativo, di coloro che odierebbero sporcarsi le mani, ma che girerebbero lo sguardo dall'altra parte di fronte alla violenza finché questa viene esercitata nel silenzio e quotidianamente dallo Stato. Somiglia a quella mentalità che considera i pogroms come una cosa fuori dall'ordinario venuta dal nulla ed all'atteggiamento di quasi tutti gli organismi della classe dominante per la quale il modo migliore per evitare i pogroms è controllare meglio le frontiere.

Tuttavia la manifestazione è stata un successo. Ha attraversato Hillbrow, un quartiere del centro dove vivono molti immigrati, che si sono uniti al corteo. Poi la manifestazione è passata davanti alla chiesa metodista ed è stato un importante segnale di solidarietà. Come gli aiuti mandati ai rifugiati, è stato un segno di speranza che ci sia più umanità che odio e violenza.

In contrasto sta la scelta del partito di governo, che si è rifiutato di affrontare le radici delle violenze. Prima i politici hanno condannato i pogroms come una sorta di sinistra "terza forza", poi li hanno definiti semplicemente atti criminali, negando qualsiasi causa di carattere politico od economico. La nota esponente politica ed opportunista Winnie Madikizela-Mandela, non estranea alla violenza, si è scusata per gli attacchi aggiungendo che si tratta solo di una minoranza di sudafricani che compie questi atti. Ma poi ha detto pubblicamente che questi attacchi sono opera di criminali e non di sudafricani. ("The Star", 15.5.08). In questo modo lei indirettamente ha affermato che i criminali non sono sudafricani, aprendo così alle speculazioni se lei si riferisse invece agli immigrati oppure no. La signora Winnie Madikizela-Mandela si colloca come al solito tra le fila dei nazionalisti dicendo che essere sudafricani è buono e che non essere sudafricani è cattivo, facendo la figura della grande leader che sa dire chi è un vero sudafricano.

Cosa c'è sotto

Il governo è stato più bravo a trovare scuse assurde che a fare qualcosa. La polizia, come al solito -ma diversamente da come si comporta quando sono i lavoratori a lottare per i loro diritti- ha risposto con lentezza ed inefficacia, anche se c'erano vite umane in pericolo; la presenza della polizia almeno all'inizio è servita a ben poco per impedire le violenze. Nessuna meraviglia quindi, visto che lo Stato è la più grande centrale di violenza al mondo, che la polizia avrebbe risposto così tardivamente per impedire ulteriore violenza. Ma perché il presidente Mbeki ha scelto di non dare ascolto agli avvertimenti dati al governo dalla Agenzia Nazionale di Intelligence, già inviati nel mese di gennaio, che si stavano preparando queste violenze, "specialmente in Alexandra"? Sembra plausibile che alcuni settori dello Stato abbiano deliberatamente fomentato le violenze e scelto di non intervenire per vedere fino a che punto si sarebbe spinta la situazione e fino a che punto la classe lavoratrice si sarebbe scannata in una sorta di isteria di massa dell'uno contro l'altro. Dopo tutto, questa è una strategia cercata e testata da parte dello Stato per disorientare le masse, tenendole sotto il giogo dell'autoritarismo e dividendole.

I politici al potere ed i media hanno aggiunto confusione a confusione ricorrendo all'uso della parola "anarchia" per definire gli attacchi. Ecco la solita musica che si ripete in tempi turbolenti. Si è anche sentito dire che i responsabili sono "gli anarchici". E gli osservatori meno intelligenti hanno usato anche la parola "anarchismo" - che è invece un'ideologia. L'anarchia è di nuovo una parola usata come una minaccia, come se gli attacchi fossero opera degli anarchici. L'anarchia, un sistema sociale senza Stato, non è caos ma ordine senza autorità. E' semplicemente un termine per indicare una società senza un governo.

Per citare un anarco-comunista vissuto 100 anni fa, Alexander Berkman: "La parola anarchia viene dal greco, e significa senza forza, senza violenza o senza governo, perché i governi sono la fonte della violenza, dell'oppressione e della coercizione… Anarchia dunque non significa disordine e caos… Al contrario, è esattamente l'opposto; vuol dire che non c'è un governo, vuol dire che vi è libertà nella libertà. Il disordine è figlio dell'autorità e della imposizione. La libertà è la madre dell'ordine."

I pogroms dello scorso maggio sono l'emblema del caos provocato dal capitalismo, dallo Stato e dalla miseria che ad essi si accompagna. I politici affermano che viviamo nel sistema ordinato del capitalismo, quando invece viviamo nel caos. I fatti di maggio mostrano che il caos non deriva dall'anarchia, ma dal capitalismo, il quale produce necessariamente povertà e frustrazione. Lo Stato è necessario per sostenere il capitalismo ed è quindi anch'esso responsabile del caos. Abbiamo visto che in questo caos, il più forte appello all'ordine è giunto dal movimento internazionalista di classe, di cui l'anarchismo fa parte. Gli anarchici hanno messo in guardia per anni contro la xenofobia e la minaccia del nazionalismo in Sud Africa. L'anarchia è una società senza frontiere, senza nazioni e senza capitalismo, senza muri che ci dividano, senza elites di governo che ci incitino alla violenza, senza una classe borghese che ci sfrutti.

Ma davanti a noi abbiamo un lungo cammino da fare. I pogroms sono finiti, ma continua la violenza contro gli stranieri, specialmente da parte dello Stato. Il 16 luglio scorso, David Masondo, portavoce della Lega della Gioventù Comunista, è stato fermato e percosso dalla polizia ed insultato come "straniero" perché la sua lingua natia è lo shangaan. Se questo può succedere ad una figura politica di spicco, cosa potrebbe capitare ai sudafricani qualsiasi ed agli immigrati? E dobbiamo notare che, mentre l'organizzazione di Masondo ha condannato gli assalti, insieme al Partito Comunista ed al Cosatu, nessuno di loro dice che quella violenza è quella stessa violenza che la polizia adopera ogni giorno. La cosa ci sorprende appena, dato che queste supposte organizzazioni rivoluzionarie della classe operaia sono alleate con i capitalisti e col partito al potere l'ANC. Tant'è che Charles Nqakula, ministro in carica della polizia è un senatore dello stesso Partito Comunista.

Ancor peggio, i pogroms hanno colpito nel segno. Dopo che i media hanno perso interesse, le vittime sono ancora troppo deboli per essere mandate a casa - e migliaia di loro non hanno un casa. Alcuni immigrati pensano che ci sono stati centinaia di morti e che il governo vuole tenere basso il numero di morti per timore di perdere investitori o di minare il glorioso progetto dello Stato e del capitale sudafricano: i Mondiali di calcio del 2010. Il governo del Mozambico ha dichiarato lo stato d'emergenza e costruito campi profughi. Almeno 30.000 persone si sono rifugiate nel Mozambico. Il governo del Malawi ha trasportato a casa centinaia di suoi cittadini usando gli autobus. Prima delle elezioni truffa del 29 maggio, il leader dell'opposizione in Zimbabwe, Morgan Tsvangirai, ha visitato le vittime dei pogroms a Johannesburg e li ha esortati a ritornare in patria per votare per lui e per un futuro migliore. (Questo ben prima che Tsvangirai ritirasse la sua candidatura, in base alla ragionevole conclusione che le menzogne ed il terrore scatenato dal presidente Robert Mugabe non gli lasciavano alcuna speranza). Mugabe ha pubblicamente dichiarato che coloro i quali ritornano in patria riceveranno appezzamenti di terra ed ha organizzato autobus per il rientro - e molti ritornano preferendo rischiare nella bancarotta economica e nel terrore nello Zimbabwe pur di scappare dal terrore in Sud Africa.

I fomentatori dei pogroms hanno raggiunto il loro scopo: ora ci sono alcune migliaia di immigrati in meno. Questo esodo lascerà forse più case libere e più posti di lavoro per i sudafricani? Chissà! Ma con 62 vite umane perdute, quello che rimane è la povertà, che porterà a ulteriore violenza in futuro. Il governo ha ribadito ancora una volta che intende combattere la povertà - ma perché questa volta lo si dovrebbe prendere sul serio più di altre volte? Un governo capitalista rimane un governo capitalista, occupato nel tutelare gli interessi di una minoranza. Ed il successo dei pogroms potrebbe incoraggiarne altri ancora peggiori. La violenza antisemita in Europa iniziò con i pogroms e finì con lo sterminio di 6 milioni di ebrei da parte di uno stato nazionalista. In Rwanda un milione di persone è stato sterminato con lo stesso metodo dei pogroms che ora vediamo applicato in Sud Africa. E' successo altre volte, può succedere ancora, può accadere ovunque. Una simile violenza è spesso manipolata dalle forze politiche nel tentativo di fomentare la violenza dei poveri contro i poveri come mezzo nel tentativo di deviare quella rabbia popolare per la mancanza di lavoro e di servizi sociali che altrimenti si scaglierebbe contro il governo e le amministrazioni locali. Se è questo quello che accade oggi in Sud Africa, il peggio potrebbe ancora arrivare. Non è inevitabile, ma è possibile, e l'ascesa di Jacob Zuma è un segno minaccioso. L'unica strada sicura per impedire un massacro di massa è la solidarietà della classe lavoratrice, solidarietà attraverso le frontiere, solidarietà contro il vero nemico: la polizia, i padroni ed i politici.

Steffi, Jonathan Payn e James Pendlebury
(Zabalaza Anarchist Communist Front)

 

Articolo ripreso dal No.9 (settembre 2008) della rivista "Zabalaza - A journal of Southern African Class-Struggle Anarchism", organo dello Zabalaza Anarchist Communist Front (ZACF)
http://www.zabalaza.net

Traduzione a cura della FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali


Nota del traduttore:

1. Termine spregiativo che sta a significare "straniero" L'etimologia è quella della parola "barbaro", riferimento al suono incomprensibile delle lingue straniere.

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